EDDY OTTOZ, L’OSTACOLISTA SENZA RIVALI IN EUROPA

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Eddy Ottoz – da flickr.com

articolo di Giovanni Manenti

C’era una volta“, è questo l’incipit con cui da bambini ascoltavamo le fiabe che ci venivano raccontate e che, in età adulta, abbiamo magari dovuto raccontare noi ai nostri figli se non addirittura ai nostri nipotini.

Da troppo tempo, purtroppo, il “c’era una volta” si addice ai fasti di un’atletica leggera in cui l’Italia la faceva da protagonista ed oggi, viceversa, deve attaccarsi ai garretti logori ed usurati di quell’immenso triplista che risponde al nome di Fabrizio Donato, ultimo in ordine di tempo a conquistare una medaglia olimpica con il bronzo ai Giochi di Londra 2012 dopo l’oro agli Europei di Helsinki nella medesima stagione, ed ancora in grado quest’inverno, a 40 anni suonati, di salire sul podio ai Campionati Europei indoor di Belgrado.

Per ritrovare una medaglia d’oro a livello continentale in pista nel settore maschile, dopo i successi di Gianmarco Tamberi nel salto in alto ad Amsterdam 2016 e di Daniele Meucci e Stefano Baldini nella maratona (rispettivamente a Zurigo 2014 e Goteborg 2006, quando doppia l’oro di Budapest 1998), nonché di Schwazer nella 20 km. di marcia a Barcellona 2010, bisogna addirittura risalire ai trionfi di Andrea Benvenuti sugli 800 metri e di Alessandro Lambruschini sui 3000 siepi alla rassegna di Helsinki 1994, ben oltre 20 anni fa.

Il “c’era una volta” citato in premessa intende però in questo articolo riferirsi alla crisi nella specialità degli ostacoli, che nel corso degli anni ’60 era, viceversa, terreno di conquista da parte dei nostri atleti, sia sugli ostacoli bassi, vale a dire i 400, che sulla più corta distanza dei 110, dove l’altezza è posta a m.1,067 (pari a 3 piedi e 6 pollici), rispetto ai 762 millimetri (pari a 2 piedi e 6 pollici) del giro di pista.

La dimostrazione della validità del movimento la si ha in occasione delle Olimpiadi di Tokyo 1964, dopo che agli Europei di Belgrado di due anni prima Salvatore Morale si aggiudica l’oro sui 400 ostacoli eguagliando in 49″2 il primato mondiale dell’americano Glenn Davis, mentre sulla più corta distanza è Giovanni Cornacchia a salire sul podio cogliendo l’argento in 14″ netti, in una finale in cui si piazza quinto l’altro azzurro Giorgio Mazza con 14″3.

Dicevamo di Tokyo, appunto, edizione dei Giochi in cui gli atleti azzurri riescono nell’impresa – mai verificatasi in passato ed altrettanto più realizzata in futuro – di piazzare ben tre finalisti (Eddy Ottoz ed i citati Cornacchia e Mazza) sui 110 ostacoli ed altri due (il ricordato Morale e Roberto Frinolli, che poi diverranno cognati) sul giro di pista.

Ed ecco che entra prepotentemente in scena il protagonista della nostra storia, vale a dire il valdostano Eddy Ottoz, pur se nato in Francia, in Costa Azzurra (a Mandelieu-la-Napoule, per la precisione) ad inizio giugno 1944, colui che è stato e continua ad essere il più valido esponente italiano sugli ostacoli alti, ma andiamo per ordine.

E mentre il 16 ottobre 1964, nella gara dei 400 ostacoli, Salvatore Morale tiene alto l’onore del paese occupando il gradino più basso del podio, giungendo spalla a spalla in 50″1 con il britannico John Cooper, argento nella gara vinta con facilità dal primatista mondiale americano Rex Cawley con 49″6 (e dove Frinolli giunge sesto in 50″7), due giorni dopo è in programma la finale dei 110 ostacoli, alla quale, come detto, vengono ammessi tutte e tre i nostri portacolori, pur se è proprio Ottoz ad incontrare le maggiori difficoltà, giungendo quarto in 14″1 (14″12 elettronico) nella seconda semifinale, peraltro la più impegnativa, data la presenza dei due americani Lindgren e Jones, ed in cui si piazza secondo Cornacchia.

Poco più di 90 minuti sono però sufficienti per Ottoz per recuperare concentrazione ed energie, pur essendo condizionato dalla pioggia battente che non gli consente di indossare gli occhiali a lui necessari per la miopia che lo affligge, e la finale lo vede lottare sin sul filo di lana per un posto sul podio, fallito in 13″84 per soli 0″10 e 0″06 centesimi rispetto all’argento di Lindgren (13″74) ed al bronzo di Mikhaylov (13″78), nella gara vinta da Hayes in 13″67.

Esperienza quanto mai utile per Ottoz, considerata la giovane età di appena 20 anni, che ne fa tesoro al ritorno in Europa e, dopo essersi aggiudicato l’oro alle Universiadi di Budapest 1965, è pronto a ritornare sulla pista della capitale magiara in occasione dell’appuntamento principale dell’anno successivo, vale a dire i Campionati Europei.

Ottoz, al pari dei ricordati Morale e Frinolli, ha avuto anche la fortuna di incontrare un maestro del calibro di Sandro Calvesi, con il quale il connubio è divenuto talmente stretto da diventarne il genero, avendone sposato la figlia Lyana, ma – questioni familiari a parte – i suoi insegnamenti, soprattutto per affinarne il superamento degli ostacoli, sono stati decisivi per i risultati poi ottenuti, in quanto il valdostano era preso ad esempio a livello internazionale per la sua eccellente tecnica, con la quale ovviava ad una non esaltante velocità di base, essendo cronometrato in 10″7 sulla distanza dei 100 metri piani.

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Ottoz, a destra nella foto, assieme al tecnico Calvesi e ad Enio Preatoni – da calvesi.it

E, proprio per cercare di migliorare in questo fondamentale, Ottoz prende parte a marzo 1966 ai Campionati Europei indoor di Dortmund, facendo suo l’oro in 7″7 davanti al britannico Mike Parker ed al tedesco Hinrich John, pronosticati come suoi temibili avversari in occasione della rassegna outdoor.

E ad inizio settembre, ancora una volta i protagonisti dei 110 ostacoli si trovano a disputare le batterie nella giornata in cui si disputa la finale sugli ostacoli bassi e l’Italia può bissare il successo di quattro anni prima a Belgrado, pur cambiando il nome del vincitore, che risponde ora al nome di Roberto Frinolli, il quale fa sua la gara in 49″8 precedendo nettamente il tedesco Lossdorfer, che conclude in 50″3.

Una bella iniezione di fiducia per il clan azzurro e di ulteriore stimolo per Ottoz che non vuol essere da meno del compagno e, difatti, il giorno dopo, 3 settembre, si presenta ai blocchi di partenza della finale – che, come a Tokyo allinea altri due italiani, Cornacchia e Sergio Liani – nelle vesti di favorito, avendo realizzato il miglior tempo in semifinale con 13″7.

Sorteggiato in seconda corsia, con il campione uscente e bronzo olimpico Mikhaylov alla sua sinistra alla corda, allo sparo Ottoz prende decisamente la testa della gara con un ritmo omogeneo che lo porta ad abbattere dolcemente il terzo ostacolo, essere cronometrato in 6″4 al quarto ed in 11″7 al decimo per andare a trionfare ripetendo il medesimo tempo di 13″7 della semifinale, lasciando a debita distanza il temuto tedesco John ed il più quotato francese Marcel Duriez (già sesto a Tokyo), che si classificano nell’ordine pur essendo accreditati del medesimo crono di 14″0, con Mikhaylov, quarto, ad abdicare in 14″1 e gli altri due azzurri, Cornacchia e Liani, rispettivamente quinto e sesto.

En plein per il tecnico Calvesi – con i suoi due “pupilli” Ottoz e Frinolli capaci di aggiudicarsi rispettivamente per 5 (consecutivamente dal 1965 al 1969) e 6 (dal 1963 al 1966 e poi nel 1968 e 1969) volte il titolo di Campione Italiano delle loro singole specialità – ed obiettivo puntato verso i Giochi di Città del Messico 1968 e gli Europei di Atene 1969.

Appuntamenti ai quali Ottoz si prepara affinando sempre più la velocità con il secondo oro consecutivo alla rassegna continentale indoor di Praga 1967, dove fa sua la gara dei 50 ostacoli in 6″4, per poi riscattarsi del quarto posto di Tokyo 1964 conquistando sulla medesima pista il suo secondo alloro alle Universiadi 1967 in 13″9 e quindi salendo per la terza volta sul gradino più alto del podio ai Campionati Europei Indoor di Madrid 1968, edizione in cui copre i 50 ostacoli in 6″52, con un vantaggio imbarazzante sul tedesco Nickel.

E’ ottimista Calvesi, sa che i suoi due ragazzi non lo deluderanno, presentandosi in forma e ben allenati all’appuntamento clou della loro carriera, e le sue previsioni sono ancor più confortate quando il 14 ottobre Frinolli si aggiudica la prima delle due semifinali dei 400 ostacoli eguagliando il record italiano di Morale con 49″2, buon segno in vista dell’atto conclusivo dell’indomani, dove, però paga un dazio enorme all’altitudine ed al tentativo di tener testa all’inglese Hemery, il quale va a trionfare distruggendo in 48″1 il record mondiale, mentre l’azzurro cede di schianto nel rettilineo finale, concludendo in un amaro ottavo ed ultimo posto.

Problemi di altitudine che certo non riguardano una distanza breve come i 110 ostacoli, dove però c’è da confrontarsi con il trio americano uscito dai Trials e composto da Davenport (il quale vuole riscattarsi dopo l’uscita per infortunio a Tokyo), Ervin Hall e Leon Coleman, mentre il resto della compagnia, composto da europei, è pienamente alla portata di Ottoz.

Il quale, memore degli insegnamenti di Calvesi, ha un elevato senso di autocritica rispetto alle proprie prestazioni, in specie per ciò che concerne la partenza e la tecnica di superamento delle barriere e, nonostante si qualifichi per la finale vincendo la propria batteria in 13″5 e replicando lo stesso tempo in semifinale, battuto da Hall che corre in 13″3, non è affatto soddisfatto delle sue prove, soprattutto delle partenze, da lui stesso giudicate lente ed inadeguate se vuol puntare all’oro.

Nelle due ore (dalle 15 alle 17 locali) che distanziano le semifinali e la finale del 17 ottobre 1968, Ottoz riordina le idee ed i muscoli grazie al fedele massaggiatore Palombini, presentandosi ai blocchi di partenza in terza corsia, con Davenport a fianco in quarta, mentre gli altri due “colored” Usa, Hall e Coleman, si schierano rispettivamente in sesta e settima corsia.

La gara è lunga 110 metri, ma si risolve subito in avvio, allorquando Ottoz, nel tentativo di emulare lo scatto bruciante di Davenport arriva con le anche troppo basse sul primo ostacolo (errore tecnico!) che consente all’americano di guadagnare quel mezzo metro di vantaggio che mantiene sin sul traguardo andando a trionfare in 13″33, mentre il tentativo di rimonta di Ottoz si ferma sul gradino più basso del podio, sfuggendogli per soli 0″04 centesimi l’argento, appannaggio di Hall in 13″42 rispetto al 13″46 dell’azzurro, e pazienza se sia l’unico ad evitare la tripletta Usa e che il tempo rappresenti un record italiano che resterà imbattuto per ben 26 anni.

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Ottoz (n. 515) nella finale dei 110 ostacoli di Città del Messico 1968 – da alchetron.com

Ottoz sa che ha sprecato l’occasione della vita, ma riesce a farsene una ragione – “gli ostacoli sono messi lì apposta per crearne degli altri…, riferisce poi filosoficamente in sala stampa – e comunque il suo bronzo resta in ogni caso l’unica medaglia olimpica conquistata da un italiano sui 110 ostacoli e poi c’è un titolo europeo da difendere, l’anno successivo ad Atene.

Senza americani, e con il fatto che anche la finale olimpica lo aveva incoronato nuovamente come miglior europeo, dato che degli altri quattro finalisti del Vecchio Continente il migliore, il tedesco Trzmiel, si era piazzato quinto ad oltre 0″2 decimi di distacco, l’obiettivo è tutt’altro che irrealizzabile, anche se i britannici – quei simpaticoni – schierano sulla più breve distanza due specialisti degli ostacoli bassi, vale a dire Alan Pascoe – che in realtà si cimenterà sul giro di pista in epoca successiva – e nientemeno che il primatista mondiale e già ricordato David Hemery, cui si unisce una giovane promessa transalpina, un 18enne di belle speranze che risponde al nome di Guy Drut.

Esperienza contro rinnovamento, verrebbe da dire, ed Ottoz è ben intenzionato a far valere la prima, imponendosi sia in batteria che in semifinale con il medesimo tempo di 13″8, superando nella seconda circostanza Pascoe, accreditato di 14″0, mentre la seconda serie vede Hemery precedere Drut, pur essendo entrambi cronometrati con lo stesso tempo di 13″8.

Non ci sono margini per il resto dei finalisti, il quartetto uscito dalle eliminatorie è quello destinato a giocarsi le medaglie, con uno di loro a rimanere ai margini del podio ed Ottoz, al suo passo d’addio, non sbaglia assolutamente nulla, imponendosi d’autorità con tanto di record dei Campionati in 13″59, lasciando il duo britannico a debita distanza con Hemery argento in 13″74 e Pascoe bronzo in 13″94, mentre Drut è non meglio che quarto in 14″08, ma avrà modo di rifarsi in seguito.

Cala così il sipario sull’attività agonistica del più grande specialista italiano di ogni epoca sugli ostacoli alti, senza nulla togliere alle più che dignitose carriere di Sergio Liani e Giuseppe Buttari – entrambi per due volte finalisti agli europei – che gli sono succeduti, avendo poi il piacere (non da poco per un padre) di vedere il proprio record italiano migliorato, a 26 anni di distanza, dal figlio Laurent, il quale a fine agosto 1994 copre i 110 ostacoli in 13″42, dopo aver raggiunto la semifinale due anni prima alle Olimpiadi di Barcellona 1992 per poi dedicarsi ai 400 ostacoli, dove ai Giochi di Atlanta 1996 viene eliminato in semifinale pur stabilendo in 48″52 il primato italiano, dopo aver migliorato, il 31 maggio 1995 a Milano, il primato mondiale sulla poco usuale distanza dei 200 ostacoli con 22”55, gara che aveva sempre affascinato il padre.

In una cosa Laurent ha superato papà Eddy, e cioè nel numero di titoli italiani vinti, ben 10 (di cui quattro sui 110 ostacoli – 1990, 1991, 1992 e 1994 – e sei sui 400 ostacoli – 1995, 1997, 1998, 1999, 2001, 2002), ma se lo chiedete ad Eddy, vi sentirete rispondere che ai suoi tempi c’era una maggior concorrenza, anche solo in patriarcale.

Ah, già, dimenticavamo, “c’era una volta

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