JOHN STOCKTON, COSI’ ANONIMO DA ESSERE IL MIGLIORE

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John Stockton – da saltcityhoops.com

Articolo di Giovanni Manenti

Se vi dovesse mai capitare di fare un viaggio a Spokane, ridente città situata nella zona orientale dello stato di Washington, attraversata dal fiume omonimo e ad ovest delle Montagne Rocciose, nonché distante meno di 150 km. dal confine con il Canada, potreste incontrare per strada un personaggio che, a prima vista, altri non sembra che un consulente finanziario.

Ed invece quel signore lì, l’anticonformista per eccellenza, specie negli Usa dove gli sportivi di ogni disciplina non si risparmiano certo quanto a stravaganze, altri non è che John Stockton, che ha Spokane ha avuto i natali il 26 marzo 1962 e tuttora vi risiede con la propria, numerosa, famiglia e che ha sempre preferito i fatti alle parole, tanto da risultare per un decennio il miglior playmaker in assoluto della NBA, la lega professionistica di basket americana, continuando a detenere i primati quanto ad assist forniti e palle recuperate.

Cresciuto in una famiglia di vasta cultura sportiva – il nonno paterno, Houston Stockton, era stato un discreto giocatore di football (quello americano, ovviamente) negli anni ’20 – il giovane John dimostra sin dalle prime uscite una insolita riluttanza verso i grandi palcoscenici, rifiutando varie offerte dalle più importanti università dell’Idaho e del Montana dopo essersi messo in mostra nel locale liceo, per restare nella sua Spokane ed iscriversi alla Gonzaga University, dove subisce la positiva influenza del coach Dan Fitzgerald, anche se i “Bulldogs” non sono una formazione in grado di competere per i vertici della NCAA.

Nei tre anni al college, Stockton perfeziona la propria abilità di “assist man” e nel recuperare palla agli avversari, tant’è che, nel 1984, anno del suo passaggio al professionismo, detiene il record dell’ateneo per passaggi smarcanti – 554 in tre anni, che lo vede tuttora al quarto posto nella graduatoria assoluta – e per palle recuperate, ben 262, primato ancor oggi insuperato, nonostante Gonzaga sia successivamente divenuta, a partire dal nuovo millennio, una delle più temibili squadre nel panorama del basket universitario americano.

Queste statistiche consentono a Stockton di essere preselezionato da Bob Knight in vista della scelta dei 16 giocatori che andranno a comporre la squadra olimpica Usa ai Giochi di Los Angeles 1984, venendo scartato all’ultimo taglio – peraltro assieme a Maurice Martin, Terry Porter e Charles Barkley, anche se quest’ultimo più per incompatibilità caratteriale con il coach che non per questioni tecniche – ma avendo la possibilità di far una prima conoscenza con Karl Malone, proveniente da Louisiana State, con cui formerà una delle più devastanti coppie della storia della NBA.

Lasciato a Michael Jordan e Patrick Ewing il compito, non molto impegnativo peraltro, di vincere l’oro olimpico, a Stockton non resta che verificare quale team professionistico abbia intenzione di assicurarsi i suoi servizi in occasione del draft svoltosi il 19 giugno 1984 a New York e ricordato come quello di maggior impatto sul torneo NBA, visto che ne uscirono futuri campioni ed “Hall Famers” quali Akeem Olajuwon, Michael Jordan e Charles Barkley, mentre gli Utah Jazz, che devono scegliere per 16esimi, optano per il play di Gonzaga, e le cronache riportano che le migliaia di tifosi radunate al “Salt Palace” per assistere in diretta all’evento, accolsero la notizia con un silenzio di tomba, atteggiamento del quale avrebbero avuto modo di ricredersi.

La fortuna di Stockton e dei Jazz si materializza l’anno seguente – dopo che, nella sua prima stagione da “rookie“, John chiude con medie di 5,6 punti e 5,1 assist per gara ed Utah viene eliminata al secondo turno dei playoff da Denver – allorquando, con la 13esima scelta nel draft, possono portare nello stato dei Mormoni l’ala forte Karl Malone, per gentile concessione di Indiana, Seattle, Cleveland e Phoenix che, pur avendo diritto di scelta anteriore, optano, per detto ruolo, rispettivamente su Wayman Tisdale, Xavier McDaniel, Charles Oakley ed Ed Pinckney, mah.

Sono quelli gli anni in cui nella NBA dominano la scena i Boston Celtics ed i Los Angeles Lakers, con questi ultimi a mandare in scena il celebre “Show Time” sapientemente diretto da “Magic” Johnson ed al quale gli Utah Jazz, con Stockton stabilmente in quintetto base a far tempo dalla stagione 1987/88 – la prima che lo vede al vertice nella speciale classifica degli assist con 13,8 di media per gara – riescono ad opporre ottime prestazioni in “regular season“, poi puntualmente vanificate ai playoff, con due cocenti eliminazioni al primo turno sia nel 1989 che nel 1990, ad opera rispettivamente di Golden State (0-3) e Phoenix Suns (2-3), nonostante che proprio nel 1990 Stockton stabilisca il suo “personal best” di 14,5 assist a partita, per un totale di 1.134 nel corso della stagione regolare.

Primato che, quanto a numero complessivo, Stockton supera l’anno seguente giungendo a quota 1.164, quarta stagione consecutiva in cui Stockton supera “quota mille“, cui ne aggiunge una quinta l’anno successivo per poi toccare a sette con analoghi exploit nel 1994 e 1995, un qualcosa di mostruoso, qualora si pensi che solo due altri giocatori in carriera – Kevin Porter nel 1979 con 1.099 ed Isiah Thomas nel 1985 con 1.123, entrambi con la divisa dei Detroit Pistons – sono riusciti in una tale impresa.

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Un assist di Stockton – da nba-evolution.com

Sfortunatamente per Stockton ed “il postino” Karl Malone – così soprannominato poiché “recapita” a canestro gli inviti del compagno – all’appannamento di Magic Johnson e Larry Bird e dei loro Lakers e Celtics, fa da contrapposizione l’era di Michael Jordan e dei suoi “Chicago Bulls, tale da rendere sempre più difficile la conquista dell’anello da parte dei “re del pick and roll“, che non è un ballo in voga all’epoca, ma una combinazione tesa a smarcare il lungo per ricevere l’assist vincente, ed in questo fondamentale nessuna coppia è stata così abile nella relativa esecuzione più dei due “amici per la pelle” di Salt Lake City.

Un primo riconoscimento per Stockton – e di converso anche per Malone – giunge nella selezione per il celebre “Dream Team” chiamato a riscattare l’onore degli Usa alle Olimpiadi di Barcellona 1992 dopo il fallimento di quattro anni prima a Seul, e stavolta il coach Chuck Daly (allenatore nella NBA dei Detroit Pistons) non ha remore ad inserire entrambe le stelle dei Jazz tra i dodici che sbarcano in Catalogna, pur se, più per motivi di marketing e pubblicitari che di altro, a Stockton tocca il ruolo di comprimario nel ruolo di play data l’ingombrante e mediatica presenza di Magic Johnson.

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Stockton con la maglia Usa – da nba-evolution.com

Nelle tre prime stagioni del nuovo decennio – dal 1991 al 1993 – in cui l’anello non si sfila dalle dita dei Bulls, Utah continua, nonostante Stockton non manchi di primeggiare nella speciale classifica degli assist, con medie di 14,2, 13,7 e 12 per gara, a fallire anche il titolo della Western Conference, per il cui atto conclusivo si qualificano nel 1992 solo per essere superati 4-2 da Portland.

E’ evidente che il solo “duo delle meraviglie” non è sufficiente per far compiere il salto di qualità alla squadra, ed il coach Andy Sloan corre ai ripari ottenendo, nel 1994 a stagione in corso, i servigi di Jeff Hornacek, acquistato dai Philadelphia 76ers e potendo così affiancare ai “big two” un esterno da oltre 15 punti di media a stagione e con percentuali intorno al 40% nel tiro da tre.

L’innesto fornisce subito i suoi frutti ed i Jazz – dopo aver chiuso la stagione regolare con il quinto miglior record di 53-29 – giungono nuovamente alla finale di Conference, vedendosi però sbarrata la strada dagli Houston Rockets di Akeem Olajuwon che sfruttano al meglio il periodo dedicato al baseball di Michael Jordan per far loro il titolo contro New York dopo aver spazzato via Utah 4-1 nella finale della costa occidentale, ripetendosi l’anno seguente, sia nell’eliminazione dei Jazz – ma stavolta per 3-2 al primo turno nonostante i Rockets fossero giunti non meglio che sesti in “regular season” – che nella conquista dell’anello, compiendo l’impresa di superare, uno dietro l’altro, i terzi (Utah), i secondi (Phoenix, serie conclusa 4-3) ed i primi (San Antonio, sconfitti 4-2) della Western Conference, per poi non lasciare scampo nella finale NBA agli acerbi Orlando Magic del 22enne Shaquille O’Neal.

Al di là del negativo esito delle precedenti stagioni, gli Utah stanno sempre più immagazzinando e mettendo in pratica gli schemi e gli insegnamenti di Sloan, il quale, al pari di Stockton e Malone, lega la propria carriera pressoché interamente ai Jazz, che allena per ben 23 stagioni, e sono pronti a raccogliere la sfida lanciata alle altre formazioni della lega dai Chicago Bulls del figliol prodigo Michael Jordan.

Le prove generali si svolgono nel 1996, quando Utah, chiusa la stagione regolare con il terzo miglior record – e Malone con 25,7 punti di media, Hornacek 15,2 ed il 47% dalla lunga distanza e Stockton a distribuire 11,2 assist a partita – raggiunge nuovamente la finale di Conference, che stavolta lo oppone ai Seattle Supersonics di Shawn Kemp e Gary Payton nel “derby dello Stato di Washington“, soccombendo 90-86 in gara-7 nonostante il contributo di Stockton anche in fase realizzativa, con 22 punti a referto.

Per Stockton e Malone l’amarezza viene mitigata dal secondo oro consecutivo conquistato alle Olimpiadi di Atlanta 1996 – i soli, con Barkley, Scottie Pippen e David Robinson, reduci dal “Dream Team di quattro anni prima – ma ancora una volta Stockton è chiamato a far da riserva, nel ruolo di play, a Gary Payton, leader dei Sonics.

Si rende quindi evidente dover cercare il miglior ranking in “regular season” per poter aver aspirazioni di finale e, nei due anni successivi, i Jazz centrano l’obiettivo, con i rispettivi record di 64-18 nel 1997 e di 62-20 nel 1998, così da poter disporre del vantaggio del fattore campo nei playoff della costa occidentale, che li vedono nella prima delle due stagioni disporre con sufficiente facilità dei Los Angeles Clippers (3-0), dei “cugini” dei Lakers (4-1) e di vendicarsi di Houston con il 4-2 che li laurea campioni della Western Conference, per potersi, finalmente, presentare al cospetto di sua maestà Jordan per il titolo assoluto.

Ma con i Bulls a beneficiare del vantaggio del fattore campo, in virtù del 69-13 della stagione regolare, e soprattutto con Jordan a fare il Jordan con una media di 32,3 punti/gara, l’impresa si rivela insormontabile, pur con la difesa di Utah a limitare l’attacco di Chicago e, con due vittorie casalinghe a testa, la serie si risolve in gara-5 in quella che passa alla storia come la “partita della febbre, ma non del tifo sugli spalti del “Delta Center“, bensì per un vero e proprio attacco febbrile accusato il giorno prima da Michael Jordan per aver mangiato una pizza avariata, menomazione alla quale “Air” risponde da par suo mettendo a segno 38 punti, con i Bulls che rimontano nell’ultimo quarto, con un parziale di 23-16 che dà loro la vittoria per 90-88, per poi chiudere definitivamente i conti due giorni dopo, allo “United Center“, con il 90-86 che certifica il loro quinto titolo in sette stagioni, ancora una volta rimontando dopo essere stati sotto di 7 punti all’intervallo.

Con le sue tre stelle ad avvicinarsi alla soglia dei 40 anni, per Utah le speranze di giungere finalmente alla conquista del titolo si riducono sensibilmente, ma il loro spirito è quello dei campioni di razza e, pareggiando il record in stagione regolare di 62-20 con i Chicago Bulls, ottengono il vantaggio del fattore campo, qualora le due squadre si aggiudicassero le rispettive Conference, grazie al doppio – e quasi in fotocopia – successo (101-94 a Chicago, 101-93 a Salt Lake City) in “regular season“.

Diciamo che i Jazz si erano “costruiti” il diritto alla rivincita, e così è stato, con il solo spavento al primo turno dei playoff contro Houston, vincitore in gara-1 rovesciando il fattore campo, per poi essere sconfitto 3-2, mentre i successivi accoppiamenti non costituiscono problemi di sorta, con San Antonio ed i Lakers annichiliti sotto i rispettivi 4-1 e 4-0 subiti, mentre dall’altra parte della costa i Bulls dovevano sudare le proverbiali sette camicie per aver ragione, nella finale di Conference, degli Indiana Pacers in una serie dove è il fattore campo a farla da padrone, venendo puntualmente rispettato per il 4-3 definitivo.

Con stavolta il vantaggio del campo a disposizione, le possibilità di giungere finalmente al sospirato anello sono indubbiamente maggiori, ma mai dare qualcosa per scontato quando dall’altra parte vi è un Jordan in stato di grazia, ben supportato dal fedele Scottie Pippen e dal croato Tony Kukoc, e le prime avvisaglie si vedono già in gara-1 che Utah porta a casa solo al supplementare 88-85 dopo aver subito la consueta rimonta di Chicago nell’ultimo parziale e con Stockton sugli scudi quanto a realizzazioni, risultando il “top scorer” dei suoi con 24 punti all’attivo.

I Jazz replicano in gara-2 gli 88 punti della prima serata, ma stavolta non si rivelano sufficienti per impedire ai Bulls di violare il parquet del “Delta Center” in un match in cui Jordan mette a referto 37 dei 93 punti realizzati dalla sua squadra, e quando, in gara-3 allo “United Center“, Utah viene sommersa per un risultato di 96-54 che non ha eguali in una serie finale di playoff, sono in molti a pensare che ben difficilmente le due squadre si sarebbero incontrate di nuovo a Salt Lake City, convinzione ancor più rafforzata dal successo di Chicago per 86-82 in gara-4, il che stava a significare che mancava una sola gara per chiudere la questione, e la stessa si giocava a Chicago due giorni dopo, il 12 giugno 1998.

Sloan non può che far appello all’orgoglio dei suoi per prolungare la serie e, per una volta, a strappare la scena a Jordan è il “postino” Karl Malone che, ben coadiuvato da Stockton, autore di 12 assist, mette a segno qualcosa come 39 punti (con il 63% dal campo e l’83% ai liberi) per l’83-81 conclusivo che strozza in gola ai tifosi dei Bulls la gioia per la conquista del sesto anello, che già pregustavano dopo il 36-30 in loro favore con cui si era chiuso il primo tempo.

Sotto 2-3 nella serie, ma con le due ultime gare in programma sul parquet amico, l’occasione è più unica che rara per i Jazz e l’atmosfera sulle tribune del “Delta Center“, la sera del 14 giugno, è quella tipica “dell’oggi o mai più” e la gara assume i nitidi contorni della più autentica delle sfide playoff.

Con le due squadre decise a non mollare – anche se sarebbe più corretto dire Jordan al posto di Chicago, visto che Pippen, già non al meglio, vede peggiorare la sua condizione tanto da limitare il suo minutaggio a soli 26′ con 8 punti all’attivo – i Jazz prendono un modesto vantaggio che li porta a condurre 25-22 dopo il primo parziale, 49-45 all’intervallo lungo e 66-61 alla fine del terzo quarto, rimandando il tutto agli ultimi 12′ di gara.

Qui entra in scena Jordan, il quale dapprima ricuce lo strappo, raggiungendo la parità a quota 83, e poi, dopo che Stockton replica da 3 per l’86-83 a meno di 42″ dal termine, va a segno in entrata e quindi compie il suo capolavoro, rubando palla in attacco a Karl Malone – autore peraltro di una prova mostruosa con 31 punti, 11 rimbalzi e 7 assist – ed andando a canestro per l’88-87 che ribalta la situazione, giungendo a quota 45 punti in serata.

Ci sarebbe spazio per un ultimo tiro, con 5″ ancora da giocare, e la responsabilità se la assume Stockton con una conclusione da 3 che prende il ferro e sulla quale si chiudono definitivamente i suoi sogni di gloria, anche se nel dopo-gara il playmaker dei Jazz dichiara di essersi sentito sicuro del fatto che il tiro andasse a canestro.

Per Stockton non vi sarà più un’altra chance per il titolo, venendo i suoi Utah Jazz eliminati da Portland nelle semifinali della Western Conference nel 1999 e nel 2000 ed al primo turno dei playoff nelle successive tre stagioni, ritirandosi a maggio 2003 dopo 19 stagioni consecutive in cui ha disputato qualcosa come 1.504 incontri di stagione regolare – dei quali 1.412 in coppia con Karl Malone – distribuito 15.806 assist (media 10,5 a partita) e recuperato 3.265 palloni, tant’è che a Salt Lake City, oltre a ritirare la sua maglia n. 12, hanno pure intitolato la strada che porta al Palazzetto “John Stockton Drive“.

Il tutto per un giocatore che ha sempre rifiutato le luci della ribalta, che ha continuato ad indossare pantaloncini corti nell’epoca in cui nella Nba incomincia a prendere voga la moda dei pantaloncini lunghi sino alle ginocchia e che, intervistato su quanto entusiasmante sia stata la sua vita da stella del basket, si permette di rispondere che… “starsene in una stanza d’albergo in attesa della gara non ha mai compensato quello che ho perso nel non poter stare con la mia famiglia….

Ecco, questo, in estrema sintesi, è stato John Stockton, l’antidivo per eccellenza

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