QUEL “GRANDE SLAM” SCOZZESE DAL VALORE NON SOLO SPORTIVO

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La gioia scozzese – da gettyimages.com

Articolo di Giovanni Manenti

Non vi è disciplina sportiva che non racchiuda nella sua storia una o più date epocali, per ogni singola nazione od atleta che ne sia stato il protagonista, ma crediamo di non far torto a nessuno se eleggiamo come simbolo la ricorrenza del 17 marzo 1990 per tutti i tifosi di rugby scozzesi, in quanto coincidente con l’ultimo “Grande Slam” conquistato da parte del XV delle “Highlands” nel più antico e prestigioso torneo rugbistico, vale a dire il “5 Nazioni”.

Occorre, a tal fine, ricordare come la Scozia fosse un po’ – assieme all’Irlanda – la “sorella debole” della competizione, rispetto alle più quotate Inghilterra, Galles e Francia, avendo pertanto in un certo senso beneficiato dell’allargamento della manifestazione anche all’Italia dall’inizio del nuovo millennio, visto che su 17 tornei disputati dagli azzurri, in ben 11 occasioni agli stessi è toccato il poco simpatico “cucchiaio di legno” che spetta a coloro che chiudono la classifica, di cui proprio gli scozzesi detengono il primato con 36, precedendo l’Irlanda con 34, statistiche ovviamente relative a tutte le 116 edizioni del torneo, la cui prima risale addirittura al 1883.

Divagazioni italiche a parte, ancor più difficile, per scozzesi e irlandesi, è aggiudicarsi, nella parte alta della classifica, il cosiddetto “Grande Slam”, che consiste nel vincere tutte le gare in programma – quattro sino al 1999 ed, ovviamente, cinque a far tempo dal 2000 con l’inserimento dell’Italia – prova ne sia che tale impresa è riuscita solo tre volte alla Scozia ed appena in due occasioni all’Irlanda.

Vi è peraltro da dire che gli anni ’80 avevano rappresentato uno dei periodi migliori per i “Thistles”, che nel 1984 erano riusciti ad ottenere il secondo “Grande Slam” della loro storia (il primo risaliva addirittura al 1925), dividendo poi con la Francia il successo nel torneo del 1986 e facendo propria in tre occasioni – 1983 (22-12), 1984 (18-6) e 1986 (33-6) – la “Calcutta Cup” che spetta a chi vince il “derby” con gli odiati rivali dell’Inghilterra.

Ed anche nella prima edizione della Coppa del Mondo, disputatasi in Australia e Nuova Zelanda tra il maggio ed il giugno 1987, il XV di Scozia aveva fornito una prestazione più che dignitosa, giungendo a pari merito con la Francia nel girone eliminatorio, ma classificandosi come seconda in virtù del maggior numero di mete (3 a 2) messe a segno dai transalpini nel confronto diretto concluso sul 20 pari, circostanza che costrinse gli scozzesi a scontrarsi nei quarti coi favoriti “All Blacks”, dai quali vennero nettamente sconfitti.

L’edizione del Torneo delle Cinque Nazioni del 1990 è pertanto anche l’occasione per testare la condizione degli atleti in vista della seconda edizione della Coppa del Mondo, in programma l’anno seguente proprio sul suolo britannico, e dei ventidue che avevano composto la selezione per la manifestazione in terra australe, ne restano solo 10, tre dei quali – Greig Oliver, Derek Turnbull e Douglas Wylie – non scendono mai in campo.

Vi sono però i due Hastings, Scott e Gavin, a dare sostegno alla squadra, il primo in qualità di centro e l’altro di estremo, potendo quest’ultimo contare su di una straordinaria abilità nel calciare l’ovale, tant’è che i suoi 667 punti collezionati con la maglia della nazionale (di cui 17 mete, 86 trasformazioni e ben 140 punizioni) rappresentavano un record all’epoca del suo ritiro nel 1995, poi superato in tempi più recenti dal solo Chris Paterson, giunto a quota 809 punti.

La giornata inaugurale dell’edizione 1990, in programma il 20 gennaio, vede gli scozzesi riposare e verificare, sin dai primi due match, come le due avversarie più temibili siano la Francia, detentrice del trofeo e per cinque volte vincitrice negli ultimi nove anni, e l’Inghilterra, desiderosa di invertire la rotta di un decennio che la vede a digiuno di successi dopo il “Grande Slam” ottenuto nel 1980, le quali superano senza eccessive difficoltà rispettivamente il Galles ad “Arms Park” per 29-19, realizzando ben cinque mete, e l’Irlanda a “Twickenham“, sommersa sotto un umiliante 23-0.

L’esordio della Scozia avviene il 3 febbraio a Dublino contro l’Irlanda desiderosa di riscattare la pessima prova fornita due settimane prima in terra inglese e, in una giornata stranamente di pessima mira ai piazzati da parte di Hastings, tant’è che viene poi rimpiazzato da Chalmers in tale fondamentale, è necessaria una ripresa tutto cuore per ribaltare il punteggio che aveva visto gli irlandesi andare al riposo sul 7-0 a loro favore, per un successo per 13-10 che porta la firma di Derek White, autore di due mete.

Nel mentre l’Inghilterra “strapazza” anche la Francia, violando il “Parc des Princes” di Parigi con un pesante 27-6 a cui mettono la firma Carling, Guscott e Rory Underwood, autori di una meta ciascuno, in casa scozzese ci si interroga su come migliorare rispetto alla scialba prestazione fornita al “Lansdowne Road” di Dublino, in vista del prossimo match casalingo proprio contro i transalpini.

La risposta viene fornita il 17 febbraio dinanzi ai 58.000 spettatori che gremiscono le tribune del “Murrayfield” di Edimburgo, con la Francia incapace di mettere a segno un solo punto e travolta con un eloquente 21-0, in virtù delle mete di Finlay Calder e Iwan Tukalo, entrambe trasformate da Chalmers, il quale realizza anche due piazzati, cui ne unisce un terzo Gavin Hastings, anche se sull’esito del match pesa, per obiettività, l’espulsione comminata al francese Alain Carminati.

Ma se la Scozia “suona le sue campane”, da “Twickenham” giungono assordanti squilli di tromba, con il XV inglese – finalmente in grado di allestire una formazione competitiva – a travolgere tutto ciò che passa sulla sua strada, in questo caso impersonificato dai malcapitati gallesi, cui è concessa una sola meta di Phil Davies, trasformata da Thorburn a fronte dell’uragano bianco scatenato da Carling & Co. e materializzatosi con quattro mete messe a segno dallo stesso xapitano, Richard Hill ed il “solito” Rory Underwood (due), per il 37-6 conclusivo che la dice lunga sulla supremazia inglese, ed il cui esito convince il tecnico gallese John Ryan a rassegnare le dimissioni.

Con l’Inghilterra a punteggio pieno a quota 6 punti, con uno “score” di 83-13 nei tre incontri disputati (e di 11-2 quanto a mete realizzate), alla Scozia è necessaria una vittoria il 3 marzo allo “Arms Park” di Cardiff per mantenere intatte le speranze di giocarsi il tutto per tutto all’ultima giornata nello scontro diretto in programma ad Edimburgo.

Non è mai facile affrontare squadre che abbiano cambiato allenatore – a John Ryan è subentrato Ron Waldron, tecnico del Neath che aveva portato alla conquista di tre titoli gallesi negli ultimi quattro anni – e, come d’uso in situazioni del genere, la sua prima mossa è quella di trasferire nel XV di partenza ben sette dei suoi ragazzi.

Ben decisa a far valere la propria superiorità, la Scozia sembra controllare la gara, portandosi in vantaggio all’intervallo per 10-3 grazie ad una meta di Cronin ed a due piazzati di Chalmers, cui i padroni di casa oppongono una sola punizione in mezzo ai pali dell’estremo Thorburn, ma nella ripresa l’orgoglio gallese nel non voler concludere la manifestazione con il “whitewash” (termine tipicamente inglese che si riferisce alla squadra che incassa solo sconfitte nel torneo) – l’ultimo dei quali risaliva per i “Dragoni” al 1937 – fa sì che l’ala Arthur Jones riesca a depositare l’ovale oltre la linea di meta per la conseguente trasformazione di Thorburn, così riducendo lo svantaggio ad un solo punto (9-10), prima che tocchi ancora a Chalmers centrare i pali per il 13-9 definitivo che rimanda l’esito del torneo all’ultimo, decisivo match, del 17 marzo.

Certo, sulla carta il confronto appare impari, poiché al sopra indicato bilancio inglese, gli scozzesi possono opporre solo i pari punti in classifica, dato che lo “score” complessivo nelle tre gare disputate è di 47-19 ed il differenziale delle mete si attesta a 5 realizzate contro appena due subite, dato quest’ultimo che mette però in risalto quale potrà essere la chiave di lettura del match, venendo a confronto l’onda d’urto dell’attacco inglese rispetto alla forza della difesa scozzese.

C’è, però, un altro particolare extra sportivo da non trascurare, il che, alla vigilia del decisivo incontro, non fa altro che risvegliare – qualora ce ne fosse bisogno in una gara contro gli inglesi – l’orgoglio dei “Braveheart scozzesi, vale a dire la reintroduzione di una tassa, la cosiddetta “Community Charge” (in disuso dal Medio Evo!!!), da parte del governo presieduto da Margareth Thatcher e che va a colpire proprio gli appartenenti alla comunità scozzese, circostanza che determina un clima incandescente in un “Murrayfield” che fatica a contenere i quasi 60.000 spettatori presenti.

Per le regole che determinano lo svolgimento del torneo, quella delle due squadre che uscirà vincitrice dal confronto avrà la possibilità di fregiarsi di ben quattro titoli in un colpo solo, vale a dire, oltre alla vittoria nel “Five Nations”, il “Grande Slam”, la “Triple Crown” (spettante a chi sconfigge le altre tre squadre britanniche) e la già ricordata “Calcutta Cup”, in palio tra le sole Scozia ed Inghilterra.

E, nel primo pomeriggio di quello “storico” 17 marzo, ben decisa a far valere la propria indiscussa superiorità tecnica, l’Inghilterra si lancia subito all’attacco, riuscendo a perforare la difesa avversaria grazie ad una percussione di Carling che allarga sulla sinistra a Guscott, il quale finta il passaggio all’estrema Rory Underwood, con ciò aprendosi il varco per poter schiacciare in meta.

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Una fase del match tra Scozia e Inghilterra – da bbc.co.uk

La mancata trasformazione dà coraggio agli scozzesi, i quali non perdono la testa, riorganizzando la difesa il pacchetto di mischia, per poi sfruttare il “piede caldo” di Chalmers che, grazie a tre calci di punizioni, permette ai padroni di casa di chiudere il primo tempo in vantaggio sul 9-4.

Non è però un vantaggio rassicurante rispetto alla potenza degli avversari ed occorre pertanto piazzare il colpo del k.o. che si materializza sotto forma della 21enne ala Tony Stanger, il quale mette a segno la più importante delle 24 mete realizzate in carriera con la maglia della nazionale, andando a raccogliere e schiacciare oltre la linea una precisa intuizione di Gavin Hastings con un calcio a seguire lungo la linea laterale.

Ed anche se Chalmers stavolta fallisce la trasformazione, gli scozzesi mantengono il controllo della gara, consentendo agli inglesi, schiumanti rabbia nel vedere i propri attacchi puntualmente respinti dal muro umano costruito dai loro avversari, solo di ridurre lo svantaggio sul 7-13 in virtù di una punizione calciata in mezzo ai pali dall’estremo Simon Hodgkinson .

E quando, su di una rimessa laterale in zona di attacco per l’Inghilterra con la palla tra le braccia del subentrato Mark Bailey a pochi metri dalla linea di meta, lo stesso viene letteralmente scaraventato in touche dalla difesa scozzese per consentire al direttore di gara di decretare la fine del match, centinaia di tifosi scozzesi si riversano sul mai così verde prato del “Murrayfield” per un trionfo inatteso e perciò ancor più inebriante, visto che poi la Scozia, nei successivi 27 anni vincerà un solo altro torneo, nel 1999 (l’ultimo prima dell’allargamento a sei squadre con l’ammissione dell’Italia), mentre l’Inghilterra potrà confermare di aver messo le basi per futuri successi, come sancito dal successo nelle edizioni del 1991 e 1992 – in entrambi i casi con annesso “Grande Slam” – nonché dal secondo posto nella Coppa del Mondo 1991, sconfitta in finale dall’Australia di David Campese.

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I festeggiamenti dopo la vittoria – da gettyimages.com

Ma intanto, in quell’indimenticabile pomeriggio del 17 marzo 1990, mentre i giocatori inglesi guadagnano mestamente gli spogliatoi, sul campo di “Murrayfield” riecheggiano alte le note di “Flowers of Scotland, a mo’ di legittimo orgoglio per la vittoria sugli odiati rivali…

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