QUANDO L’ATALANTA ENTRO’ NELL’ELITE DEL CALCIO EUROPEO

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Una formazione dell’Atalanta – da ilposticipo.it

Articolo di Giovanni Manenti

La Coppa delle Coppe – o, per meglio dire, la “Coppa dei vincitori di coppa”, come più correttamente indicato sia nella versione transalpina “Coupe des Vainquers de Coupe” che nell’accezione d’oltremanica “Cup Winners’ Cup” – è una manifestazione continentale che ha avuto 40 anni di vita, dal 1960 sino a fine millennio, venendo poi “stritolata” dall’allargamento delle partecipanti alla Champions League che ne hanno svilito il relativo significato, così che le eventuali vincenti delle varie coppe nazionali che non trovano spazio nel torneo principe del calcio europeo vengono dirottate nella neo costituita Europa League.

Ed è un peccato, poiché nei suoi anni d’oro aveva una sua rilevanza ben definita, dato che in Coppa dei Campioni si affrontavano le vincenti dei vari campionati, così come in detto torneo potevano confrontarsi le compagini che l’anno prima avevano conquistato la coppa nazionale, consentendo anche a squadre non di primissimo piano una ribalta internazionale, specie in paesi come l’Inghilterra, ad esempio, dove la FA Cup assume un prestigio anche superiore al titolo di campioni della prima divisione, tant’è che nel corso degli anni ’70 ben tre formazioni inglesi di seconda divisione – il Sunderland nel 1973, il Southampton nel 1976 ed il West Ham nel 1980 – conquistarono il trofeo sul verde terreno di Wembley a danno delle più blasonate Leeds, Manchester United ed Arsenal rispettivamente, con ciò acquisendo il diritto a partecipare alla rassegna europea l’anno successivo.

In Italia, come ben si sa, il valore della manifestazione non è certo pari al fascino di quella inglese, ma neppure della “Coupe de France” o della “Copa del Rey” spagnola, colpa anche di una formula che, per esigenze televisive, privilegia le grandi onde consentire loro di arrivare senza eccessivi sforzi alla parte conclusiva del torneo, per non parlare poi del fatto che la stessa è stata ripresa a pieno regime solo nel 1958, sua 11esima edizione quando, tanto per capirsi, viene disputata a Wembley la 77esima finale della Coppa d’Inghilterra.

E le sorprese, nel nostro panorama, sono alquanto limitate, tanto che solo due squadre possono vantare una storia molto particolare, la prima riguardante il Napoli che, a dispetto dei successi degli anni a venire, è l’unica formazione di Serie B a conquistare il trofeo nel 1962, sconfiggendo 2-1 in finale la Spal in un’edizione alquanto snobbata dalle grandi, con il Milan futuro campione d’Italia eliminato in casa dal Modena, così come l’Inter di Herrera da parte del Novara e la Juventus a cedere in semifinale, nettamente sconfitta per 4-1 dalla Spal.

Napoli che abbina la conquista della coppa alla promozione in Serie A, così che la sua partecipazione all’edizione 1962/63 della Coppa delle Coppe avviene comunque come formazione della massima divisione – tra l’altro con un cammino onorevole, arrendendosi ai quarti contro l’OFK Belgrado solo al termine dell’incontro di spareggio – cosa che, viceversa, non avviene per l’Atalanta, che è pertanto l’unica compagine italiana ad aver partecipato ad una competizione europea nel corso di una stagione disputata tra i cadetti.

Non è per i nerazzurri bergamaschi la loro prima esperienza in assoluto in Europa, dato che gli stessi si erano aggiudicati la Coppa Italia l’anno seguente all’impresa degli azzurri partenopei, superando per 3-1 in finale a Milano il Torino grazie ad una tripletta di Domenghini, venendo esclusi al primo turno del torneo 1963/64 dai portoghesi dello Sporting di Lisbona (tenete bene a mente questo nome) al termine di tre combattutissimi incontri che, dopo il successo interno dei lombardi per 2-0 e la riscossa dei lusitani per 3-1 al ritorno (all’epoca non esisteva la regola delle reti segnate in trasferta), vedono l’Atalanta soccombere solo ai tempi supplementari nello spareggio di Barcellona del 14 ottobre 1963 rispetto ad uno Sporting che, peraltro, conquista il trofeo superando in finale l’MTK Budapest, anche in questo caso ricorrendo alla ripetizione della gara, dopo il rocambolesco 3-3 con cui si conclude il primo incontro.

Devono trascorrere 24 anni perché l’Atalanta si trovi a disputare un’altra finale di Coppa Italia, e ciò avviene al termine della stagione 1986/87 in cui, per obiettività, i bergamaschi sono avvantaggiati dai sorteggi – all’epoca ancora integrali – che consentono loro di eliminare, in rapida successione, squadre non di primissimo piano quali la Casertana agli ottavi, il Parma ai quarti e la Cremonese nel “derby” lombardo in semifinale, per poi doversi ritrovare ad affrontare nella finale, da disputarsi con partite di andata e ritorno, il fantastico Napoli di Maradona, che giunge all’atto conclusivo con lo sbalorditivo record di aver vinto tutti ed undici gli incontri – i cinque del girone eliminatorio ed i sei delle doppie sfide di ottavi, quarti e semifinale – sin qui disputati, con un impressionate score di 28 reti realizzate a fronte di appena cinque subite.

Di fronte a tale corazzata, ben poca resistenza può opporre un’Atalanta oltretutto con il morale sotto i tacchi per la retrocessione in B maturata all’ultima giornata con la sconfitta esterna ad opera della Fiorentina, ma ciò nonostante l’undici di Sonetti non sfigura all’andata al San Paolo, capitolando solo al 67′ grazie da una rete di Renica, cui seguono i centri di Muro e Bagni per il 3-0 conclusivo, poi ribadito con il successo dei partenopei in terra lombarda con la rete di Giordano a 5′ dal termine che suggella un cammino insuperabile di tredici vittorie su altrettante gare di coppa disputate.

Ma, poiché con tale trofeo il Napoli realizza l’accoppiata scudetto/coppa, tocca all’Atalanta difendere i colori nazionali nella successiva edizione della Coppa delle Coppe, pur trovandosi anche nella necessità di riconquistare la massima serie in un torneo che vede ai nastri di partenza società blasonate del calibro di Bologna, Lazio, Lecce, Catanzaro, Bari, Brescia ed Udinese.

Si potrebbe pensare che la manifestazione internazionale rappresenti un fastidioso ostacolo rispetto alla – per certi versi – più importante missione della immediata risalita in A, ma in casa orobica la si pensa diversamente e, dopo un iniziale sorteggio favorevole che vede la “Dea” abbinata ai gallesi del Merthyr Tydfil, superati grazie al 2-0 al “Comunale” che ribalta l’1-2 dell’andata, già agli ottavi il cammino inizia a farsi più complicato, abbinata agli ostici greci dell’OFI Creta.

Le due gare sono in programma il 20 ottobre 1987 nell’isola greca, con il ritorno in Italia per il 5 novembre, e l’Atalanta le affronta tra la sesta e la nona giornata di andata di un torneo cadetto iniziato un po’ con il freno a mano tirato, con tre pareggi nelle prime giornate, cui hanno fatto seguito la sconfitta a Parma ed un convincente successo interno per 4-1 sulla Sambenedettese.

Prima della trasferta nell’Egeo, però, la squadra del nuovo tecnico Mondonico deve affrontare una difficile trasferta a Lecce, conclusa con un pari per 1-1 definito nei minuti finali (vantaggio ospite con Garlini, replica giallorossa di Panero), buon viatico in vista del match di andata di coppa, dove in un ambiente come di consueto ostile, i nerazzurri riescono a non perdere la testa, limitando i danni alla rete di Persias messa a segno dopo poco più di un quarto d’ora di gioco.

Sconfitta sicuramente rimediabile, ma con la “spada di Damocle” costituita da un’eventuale rete avversaria al ritorno, il che comporterebbe la necessità di realizzare almeno tre reti per accedere ai quarti di finale, appuntamento al quale i nerazzurri si preparano con un altro pareggio esterno ad Arezzo ed una franca vittoria interna per 2-0 sul Modena nel giorno di Ognissanti, ritrovandosi così al quinto posto in classifica con 9 punti, ad una sola lunghezza dal Padova che occupa la quarta piazza, ultima utile per la promozione in A.

L’ambiente è pertanto carico per la sera del 5 novembre, allorquando una rete di Nicolini a metà della prima frazione di gioco “annulla” il risultato dell’andata e, in una ripresa giocata con accortezza, è il bomber stagionale Oliviero Garlini – che chiuderà l’annata a 22 centri complessivi – a siglare il punto del 2-0 a poco più di un quarto d’ora dal termine, poi difeso senza eccessivi affanni da Piotti & Co. per il tripudio dei 15mila presenti ed appuntamento a marzo per i quarti di finale.

Fase successiva della manifestazione che offre ai bergamaschi l’occasione di “saldare un vecchio conto” quando dall’urna appare il nome dello Sporting Lisbona (ricordate lo spareggio dell’ottobre 1963?), con stavolta però la gara di andata da disputarsi in terra lombarda il 2 marzo 1988 ed il ritorno due settimane dopo nel vecchio “Estadio José Alvalade”, capace di contenere oltre 70mila spettatori.

Ma c’è tempo per pensarci, per quattro mesi Mondonico ed i suoi ragazzi devono concentrare le energie sul campionato cadetto, nel quale, liberi da impegni infrasettimanali, concludono il girone ascendente in seconda posizione con 24 punti, a tre lunghezze dalla capolista Bologna e con altrettante di vantaggio su di un terzetto composto da Lazio, Lecce e Catanzaro, che occupano la quinta piazza.

Le prime tre giornate del ritorno vedono l’Atalanta collezionare due pareggi esterni ed una vittoria tra le mura amiche che, se da una parte le consentono di ridurre a due punti il distacco dal Bologna, dall’altra mantengono le tre lunghezze di vantaggio su di un terzetto composto da Bari, Lazio e Cremonese ad occupare la terza posizione e, in vista del primo scontro con i lusitani, ben gradita è la sosta del torneo prevista per il 31 gennaio.

I dieci giorni di riposo permettono a Mondonico di presentare una formazione tirata a lucido per l’appuntamento internazionale, pur con la tegola di non poter schierare per infortunio il suo attaccante principe Garlini, circostanza che lo fa optare per uno schieramento più prudente, inserendo Ivano Bonetti all’ala sinistra, con Cantarutti centravanti e sfruttando la classe e l’esperienza dello svedese Glenn Stromberg.

Dopo un inizio di partita in cui i nerazzurri attendono gli avversari i quali, come d’uso nel calcio portoghese, mantengono il possesso della palla senza peraltro creare grandi occasioni da rete, la prima vera opportunità capita a Cantarutti che con una mezza girata di sinistro mira l’angolo alla sinistra di Rui Correia solo per esaltare i riflessi dell’estremo difensore, il quale deve però soccombere proprio in chiusura di tempo quando l’arbitro tedesco Kirschen assegna ai padroni di casa un calcio di rigore per intervento di mano sulla linea di Venancio a seguito di una convulsa azione in area, massima punizione che Nicolini si incarica di trasformare con la palla che si infila nell’angolino alla destra di Rui Correia, che pure ne aveva intuito la traiettoria.

Aver sbloccato il risultato proprio in chiusura di tempo è il massimo che l’Atalanta potesse aspettarsi, avendo la possibilità di controllare a suo piacimento le azioni nel corso di una ripresa in cui giganteggia Stromberg e con i portoghesi in grado di impensierire in una sola occasione Piotti grazie ad un colpo di testa di Silvinho – subentrato in avvio di secondo tempo allo spento Marlon – ben neutralizzato dall’estremo difensore orobico, sino a quando, a 10′ dal termine, una deviazione di testa a seguire dello svedese non consente a Cantarutti di sfruttare una indecisione di Venancio (davvero una serata da dimenticare per lui) e battere per la seconda volta Rui Correia, tra il tripudio dei 25mila spettatori nerazzurri in comprensibile delirio per il 2-0.

Vantaggio più che rassicurante, dato anche il fatto di aver mantenuto la rete inviolata, ma da non sottovalutare le capacità di riscossa dei biancoverdi al cospetto dei loro 55mila tifosi che assiepano le tribune del “José Alvalade” il successivo 16 marzo, nella speranza di una “remontada” non inusuale a quelle latitudini.

I nerazzurri, che nel frattempo superano 2-1 il Parma tra le mura amiche ed impattano a reti bianche a San Benedetto del Tronto – così mantenendosi in piena corsa per la promozione – si presentano però all’appuntamento più importante della loro storia ancora privi di Garlini e con l’aggiunta di dover fare a meno anche di Stromberg, un’assenza sulla carta forse ancor più determinante del loro cannoniere, il che induce Mondonico a rinforzare il centrocampo, lasciando al solo Cantarutti il compito di dar fastidio alla retroguardia dei padroni di casa.

La tattica del tecnico di Cremona dà i suoi frutti, impedendo agli attaccanti dello Sporting di creare vere e proprie azioni da rete, limitandosi a tiri dalla distanza alquanto velleitari e costringendo Piotti ad un solo intervento di una qual certa difficoltà, tant’è che lo 0-0 con cui le due squadre vanno al riposo rispecchia l’esatto andamento dell’incontro.

Come logico aspettarsi, nella ripresa, non avendo più nulla da perdere, i lusitani aumentano il ritmo delle loro azioni ed i palloni scaraventati nell’area nerazzurra iniziano a non contarsi più, sino a che l’attaccante olandese Peter Houtman raccoglie di testa uno spiovente da destra su calcio piazzato per disegnare una parabola beffarda che sorprende Piotti per il punto dell’1-0 alla metà esatta del secondo tempo.

Ci si attende venti e passa minuti di fuoco, così è in effetti, con la gara che vive una prima svolta importante quando il direttore di gara austriaco Brumnmeier ravvisa una carica da parte di Mario Jorge su Piotti in uscita su traversone da destra, rendendo inutile la deviazione in rete di testa a porta vuota, ancora di Houtman.

La mancata concessione della rete innervosisce i giocatori di casa, mentre i nerazzurri mantengono la calma e, con Nicolini, riescono a smarcare Cantarutti sulla sinistra, il quale, approfittando dello sbilanciamento della difesa biancoverde, ha gioco facile nel superare l’estremo difensore Damas, uscitogli incontro fuori dall’area, per depositare la sfera nella porta sguarnita per la rete che sancisce l’1-1 definitivo e l’approdo alle semifinali, massimo risultato ottenuto dalla “Dea” a livello internazionale nella sua ultracentenaria storia.

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La celebrazione dell’impresa con lo Sporting Lisbona – da vbtv.it

Con l’avvenuto “regolamento dei conti” a 24 anni di distanza con lo Sporting, l’Atalanta sfiora addirittura l’impresa di approdare in finale, venendo eliminata dai belgi del Malines – poi vincitori del trofeo, come avvenne nel 1964 con la formazione portoghese – dopo aver accarezzato il sogno nel match di ritorno quando, dopo l’1-2 dell’andata in terra belga, un penalty di Garlini in chiusura di tempo illude gli addirittura 40mila presenti sugli spalti, solo per vedere ribaltare il risultato nella ripresa grazie ai centri di Rutjes ed Emmers.

Poco male, comunque, poiché resta l’orgoglio di aver tenuto alto il buon nome del calcio nostrano pur essendo una squadra di seconda divisione, e, quel che più conta, aver fatto vivere ai propri tifosi una cavalcata esaltante in una stagione poi, fortunatamente, conclusa anche con la risalita in A, conquistata all’ultima giornata con il successo interno per 1-0 a spese del Messina, rete di Garlini, naturalmente…

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