TOUR 1953, L’INIZIO DEL TRIS GIALLO DI BOBET

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Louison Bobet sulle strade del Tour 1953 – da cycling-passion.com

articolo di Nicola Pucci

Tra i mammasantisima del ciclismo, a Louison Bobet è riservato un posto tra i primissimi. Questo è fuori di dubbio. E se può vantarsi di aver cantato vittoria alla Milano-Sanremo e al Giro di Lombardia (1951), al Giro delle Fiandre (1955), alla Parigi-Roubaix (1956), addirittura al Campionato del Mondo (Solingen, in Germania, 1954), nondimeno somma una tripletta gialla al Tour de France da collocarlo, ed è un mio personalisimo parere, subito alle spalle di Bernard Hinault, e magari davanti a Jacques Anquetil, sul podio virtuale dei grandi transalpini in bicicletta.

La storia d’amore tra  Bobet e la Grande Boucle ha inizio nel 1947, quando il bretone (già, proprio come Hinault) di Saint-Méen-le-Grand debutta ritirandosi alla nona tappa nella prima edizione del secondo dopoguerra, vinta dal connazionale Jean “testa di vetro” Robic. Louison negli anni successivi è quarto nel 1948 del bis di Bartali e sale per la prima volta sul podio, terzo, nel 1950, preceduto da Kubler e Ockers, per esser poi solo ventesimo nel 1951 ed esser costretto alla rinuncia l’anno dopo, operato alle vie nasali per un problema respiratorio.

1953. Infine è l’anno di infrangere il tabù del Tour de France. La nazionale transalpina ha in Lucien Teisseire e Raphael Gemignani gli uomini di punta, ma Bobet non può certo accontentarsi di giocare il ruolo di terzo incomodo tra i due compagni di bandiera, e la sua ambizione verrà premiata. In assenza di Fausto Coppi, che vinse nel 1952, l’Italia ha in Giancarlo Astrua il numero 1 di pettorale e Bartali e Magni, quarto e sesto rispettivamente l’anno prima, i due leader, mentre la Svizzera si affida a Koblet, trionfatore nel 1951, un giovanissimo Charly Gaul debutta con la maglia del Lussemburgo, Close e Impanis proveranno a non far rimpiangere Ockers per il Belgio e Olanda a Spagna, prive di un campione di riferimento, hanno il compito di scombussolare i piani dei favoriti giocando d’azzardo.

Nell’anno del cinquantenario della Grande Boucle, che cominciò il suo meraviglioso racconto agonistico nel 1903 con la vittoria dello “spazzacamino” Maurice Garin, si parte da Strasburgo il 3 luglio, ci sono da disputare 22 tappe e da percorrere 4.479 chilometri, con meta finale, al solito, fissata al Parco dei Principi di Parigi.

Lo svizzero Fritz Schaer, che fu il primo elvetico in maglia rosa e che a fine Tour avrà l’onore di indossare la definitiva maglia verde appena introdotta a premiare il capoclassifica della graduatoria a punti, vince le prime due frazioni a Metz e Liegi, in entrambi i casi anticipando l’olandese Wagtmans ed in entrambi in casi coronando due tentativi dalla distanza che gli permettono di vestire pure le insegne del primato con i favoriti tenuti a distanza di sicurezza. A Caen si impone Jean Mallejac, regionale della squadra Ouest che ha nel “vecchio” Robic il capitano, e a sera il connazionale Roger Hassenforder, altro regionale che corre per la squadra Nor-Est/Centre, scalza Schaer dalla vetta della classifica.

In realtà le prime frazioni, prive di difficoltà altimetriche, consentono a corridori di seconda fascia di meritarsi la vetrina, tra questi il pesarese Livio Isotti che trionfa nella settima tappa con arrivo a Nantes, mentre Fiorenzo Magni legittima le sue aspirazioni conquistando di forza la frazione chi si conclude a Pau, anticipando avversari del calibro di Koblet, Robic, Schaer che riconquista la maglia gialla, e Bartali. Proprio da Pau si avvia la decima tappa, che porta infine i protagonisti a scalare le rampe pirenaiche del Col d’Aubisque, per una frazione breve, solo 103 chilometri, ma che in conclusione a Cauterets assegna la vittoria allo spagnolo Lorono, permette a Schaer di avvantaggiarsi ancora di qualche secondo sui diretti concorrenti per la classifica generale, certifica la competitività di Robic, legittima l’aspirazione di Bobet di poter infine rivaleggiare per la vittoria a Parigi e boccia Koblet, costretto all’abbandono da una caduta scendendo proprio dall’Aubisque. Tanto più che il giorno dopo, 14 luglio, la festa nazionale si risolve, verso Luchon e con le asperità proposte, Tourmalet, Aspin, Peyresourde, in un duello tra i due transalpini più in forma, Robic che stravince e indossa la sua prima maglia gialla in carriera, e lo stesso Bobet che chiude secondo distanziato di 1’27” ma a sua volta ben davanti agli altri campioni, risalendo in graduatoria al quinto posto seppur con oltre nove minuti di ritardo da “testa di vetro” che precede di 18″ Schaer, l’altro francese Bauvin di 1’50” e Astrua di 7’12”.

Lo sappiamo, sono gli anni del Tour de France degli eroi, delle azioni garibaldine, delle cotte e delle improvvise risalite, e non sono certo i minuti al passivo ad aver già designato chi il Tour lo vincerà e chi invece lo perderà. In effetti, dopo le vette dei Pirenei, la tappa di Albi, di complessivi 228 chilometri, infiamma l’ardore di chi ha voglia di contrattaccare, e tra questi è la volta di un gruppo di temerari che lascia il plotone a oltre venti minuti permettendo a Darrigade di conquistare la vittoria parziale e a François Mahé di guadagnare la vetta della graduatoria. Neanche il tempo di prender fiato che 24 ore dopo, pedalando in direzione di Beziers, un drappello di nove corridori rende pan per focaccia a Mahé, venti minuti di distacco, e tra questi al comando ci sono Lauredi, che trionfa, Bobet, che incendia la tappa ispirato dal suo direttore sportivo Marcel Bidot, Gemignani, Mallejac, che indossa la casacca gialla, Astrua, Close, Bauvin, Rolland e Wagtmans, selezionando così gli atleti che da qui al termine del Tour si daranno battaglia per l’ultima maglia, quella della consacrazione. Tra questi, ahimè, non c’è più Robic, che cade nella discesa del Col de Fauredon, perde 45 minuti, riesce ad arrivare al traguardo sanguinante ma il giorno dopo non si presenta al via.

Mallejac, che compie 24 anni il 19 luglio, tiene il comando della corsa nelle quattro tappe che a Nimes, Marsiglia, Monaco e Gap celebrano le vittorie in successione di Quennehen, Quentin, Van Est e Wagtmans, ed è l’ora di affrontare le Alpi che presumibilmnte rivoluzioneranno il volto della classifica. Almeno secondo le attese degli addetti ai lavori.

Il 22 luglio tra Gap e Briançon c’è da scalare il Col de l’Izoard, ed è qui che si scrive la storia del Tour de France 1953. E’ il giorno eletto da Bobet e Marcel Bidot per scatenare l’offensiva risolutiva, e Louison non spreca l’occasione. Sul Col du Vars semina il plotone, raggiunge il compagno di squadra Adolphe Deledda spedito in avanguardia, insieme incrementano il vantaggio, rimane solo sull’Izoard e va a conquistare vittoria e maglia gialla. Nolten e Loroño, che non competono per la generale, accusano un ritardo di oltre cinque minuti, Mallejac, Astrua, Bartali e Gemignani quasi undici minuti.

Gioco, partita, incontro, Bobet è infine re di Francia e la vittoria al Parco dei Principi ha il suggello anche della vittoria, netta e senza appello, nella cronometro del terz’ultimo giorno, 70 chilometri tra Lione e St.Etienne che il campione bretone domina relegando Mallejac ed Astrua a quattro minuti. A Parigi Magni fa passerella dopo quasi dieci ore di corsa (!!!), ultima fatica di un Tour de France che se penalizza Bartali e Fiorenzo, non meglio che undicesimo e quindicesimo in classifica generale, altresì regala ad Astrua la soddisfazione di salire sul terzo gradino del podio, seppur staccato di 15’01″dal capoclassifica.

Bobet batte Mallejac di 14’18” per la doppietta francese, ed è il primo successo in giallo per Louison. Non sarà l’ultimo… ma questa è proprio un’altra storia, e profuma di leggenda. La leggenda del Tour de France e degli eroi del pedale.

 

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