ROMANS VAINSTEINS, UNA METEORA MONDIALE NEL CIELO GRIGIO DI PLOUAY 2000

vainsteins
L’arrivo di Vainsteins al Mondiale di Plouay – da photos.grahamwatson.com

articolo di Nicola Pucci

La caduta del comunismo e del veto da questo imposto ai suoi atleti di acquisire lo status professionistico apre le porte del ciclismo che conta, anno 1989, ad una selva di campioni che hanno trovato poi modo di apparire nell’albo d’oro delle classiche ciclistiche più prestigiose. Penso ad Andrei Tchmil, autore di un trittico da antologia a Roubaix (1994), Sanremo (1999) e Giro delle Fiandre (2000), penso ad Evgenij Berzin che nel suo anno di grazia, 1994, spianò lo cotes della Liegi-Bastogne-Liegi e iscrisse il suo nome al lotto dei vincitori in maglia rosa al Giro d’Italia, così come fu capace di fare Pavel Tonkov nel 1996, penso a Piotr Ugrumov che nello stesso 1994 salì sul podio, secondo, al Tour de France, battuto solo da sua maestà Miguel Indurain che già lo aveva anticipato dodici mesi prima sulle strade del Giro d’Italia 1993, infine penso anche a Vladislav Bobrik, che a completare un 1994 all’insegna del ciclismo targato CCCP, beffò Chiappucci e Richard al Giro di Lombardia. Ergo, le cinque classiche monumento e i due principali Giri (aggiungete il terzo posto di Tonkov alla Vuelta 2000) hanno indelebili tracce di falce-e-martello tra coloro che ne hanno fatta la storia.

Ma il Mondiale è un’altra cosa, lì c’è ancora da firmare la fatidica “prima volta“. E’ vero che proprio l’anno del debutto vide il talentuosissimo Dmitrij Konyshev inchinarsi a Chambery solo al secondo Greg Lemond in maglia iridata, per poi chiudere in terza posizione la gara 1992 che celebrò pure qui il secondo trionfo di Gianni Bugno davanti a Laurent Jalabert, ma la corsa di un giorno che assegna una maglia per un anno ancora è negata ai ciclisti in provenienza dalla “grande madre Russia“. Fino all’apparire sulla scena di un giovanotto lettone, Romans Vainsteins, che avrà l’onore di rompere il sortilegio.

Nato a Talsi, in Curlandia, il 3 marzo 1973, Vainsteins si mette in luce nelle categoria giovanili, dotato di un eccellente spunto veloce e di abilità nel leggere tatticamente le corse più impegnative. La classe è indubbia e non sfugge all’occhio attento di Gianni Savio, che nel 1998 lo assolda alla sua Kross-Selle Italia dopo un anno di apprendistato al Team Polti diretto da Gianluigi Stanga. Mette in bacheca il successo al Gran Premio Industria ed Artigianato, che ha nelle rampe del San Baronto le difficoltà altimetriche più importanti, per poi già essere undicesimo alla sua prima esperienza mondiale a Valkenburg, evidenziando un feeling con la corsa iridata che di lì a due anni troverà clamorosa conferma.

Se il 1999, passato a difendere i colori della Vini Caldirola di Roberto Amadio che crede ciecamente in lui, in effetti è la stagione che certifica l’intromissione di Vainsteins tra i più validi pretendenti alla vittoria nelle grandi classiche, mettendo la firma in due tappe della Tirreno-Adriatico, vincendo la Settimana Ciclistica Internazionale, imponendosi sul traguardo di Foggia al Giro d’Italia e chiudendo la stagione con la trionfale escursione alla Parigi-Bruxelles, l’anno dopo è nono alla Milano-Sanremo, terzo al Giro delle Fiandre e quattordicesimo alla Parigi-Roubaix, preludio della prodezza di ottobre sulle strade bretoni di Plouay, annunciata anche da un’altra vittoria alla Tirreno-Adriatico, corsa a lui congeniale, e al successo alla Coppa Bernocchi.

15 ottobre 2000, giorno della prova il linea riservata ai professionisti. Oscar Freire è il detentore del titolo, frutto dell’inattesa sparata all’ultimo chilometro a Verona l’anno prima, ed è il favorito di una gara che se ha nello spagnolo l’uomo forte, nondimeno ha nella Nazionale italiana diretta da Antonio Fusi la formaziona di riferimento. Gli azzurri schierano la coppia Bartoli-Bettini di punta, con luogotenenti del calibro di Rebellin e Casagrande, Simoni e Celestino sono liberi di giocare le loro carte alla distanza, Scinto, Zanette, Barbero e Faresin operano in aiuto dei capitani e due promettenti come Di Luca e Petacchi completano i dodici tricolori all’assalto del sogno arcobaleno. Gli avversari, lungo i 268,9 chilometri previsti di un tracciato vallonato ma non esageratamente selettivo distribuito su 19 giri, tra i 156 partenti sono parecchi: di Freire già sappiamo, la Svizzera si affida a Camenzind che nel 1998 vinse tra i mulini di Valkenburg, Jalabert insegue una corsa per lui stregata e divide con Brochard, campione del mondo nel 1997 a San Sebastian, i gradi di capitano della Francia, Van Petegem guida il Belgio ben supportato proprio da Tchmil che ha preso la cittadinanza fiamminga, Boogerd è la carta migliore in casa Olanda e il polacco Spruch, il russo Konyshev, i danesi Rolf Sorensen e Hamburger, Maximilan Sciandri che batte bandiera britannica e il kazako Vinokourov sono gli altri attesi protagonisti.

Fa fresco alla partenza, per la pioggia battente del giorno prima, anche se il sole fa capolino e ispira al terzo giro l’attacco del belga Marichal sulla Cote de Lezot, subito seguito a ruota da due francesi, Beneteau e Moreau, due spagnoli, Diaz Justo e Jimenez, un italiano, Di Luca, un russo, Lelekin, un olandese, Pronk, e uno svizzero, Beuchat. Moreau e Lelekin si sbattono perché il vantaggio assuma proporzioni interessanti, circa sei minuti, mentre Marichal e Di Luca, passivi, agiscono a protezione dei capitani che entreranno in lizza nelle tornate decisive.

In gruppo è la Polonia a tirare, per favorire Spruch e Wadecki, e il vantaggio dei fuggiaschi scende a 3’30” con poco più di 100 chilometri ancora da percorrere. Di Luca forza i tempi sulla Cote de Ty-Marrec e rimane in avanscoperta con Moreau, Beuchat, Pronk e Marichal, ma il destino dei cinque è naturalmente segnato. Danilo in avanti è scatenato, proprio mentre la Nazionale italiana comincia a stazionare in testa al plotone nel disegno tattico del commissario tecnico Fusi di selezionare i migliori. Brochard e Zubeldia ci provano ma non hanno spazio, ed è Luca Scinto, all’approccio del Circuito Perron, a scremare in avanti i corridori che andranno a giocarsi la vittoria e a vanificare, dopo 170 chilometri di fuga, il tentativo dei garibaldini della prima ora.

Qui si fa la storia del Mondiale di Plouay 2000. A 38 chilometri dall’arrivo Bartoli azzarda l’attacco, consapevole di poter fare il vuoto da lontano come già in passato gli è riuscito alla Liegi, al Fiandre, alla Freccia Vallone e proprio alla premondiale disputata a Plouay, seppur con chilometraggio inferiore, il 30 agosto. Ma stavolta al pisano l’azzardo non paga. Tchmil e Brochard non gli lasciano spazio, e quando mancano due giri al termine la contesa è ancora tutta da definirsi. Ci prova allora Axel Merckx, figlio d’arte di un grandissimo impossibile da eguagliare, che guadagna 10″ ma viene risucchiato da Faresin e Beltran, che con lui corrono abitualmente in maglia Mapei. Entra in gioco Rebellin sull’ultima ascesa della Cote de Lezot, e per qualche istante il buon Davide, che a distanza di anni è ancora in gruppo, sembra poter frantumare il gruppo, ma gli spagnoli non mollano la presa, Beltran e Rubiera su tutti, compattati in nome di Oscar Freire.

Bum, ecco la sparata di Tchmil, che ha la dinamite nei polpacci e magari potrebbe azzeccare il colpaccio come già fece a Sanremo l’anno prima. Il moldavo diventato belga acquisisce un margine di 6″ ma non è ancora giunto l’attimo fuggente, così come non è quello di Simoni, che attacca ma poi si pianta sulla Cote de Ty-Marrec, e di Casagrande che ai 1.500 metri è in testa sulla sinistra della strada per poi vedersi scavalcare dal gruppo che rinviene a velocità doppia sulla destra. Bum, altra sparata di Tchmil, sotto la banderuola rossa dell’ultimo chiloemtro, e stavolta sembra proprio che sia quella giusta, con Rebellin che prova ad agganciarsi ma non ci riesce.

Il finale è cardiopalmatico. Tchmil pesta sui pedali, sente sul collo il fiato del gruppo che lo risucchia infine a poche decine di metri dal traguardo, dove Bartoli e Bettini non fanno gioco di sqaudra, Freire vede il bis iridato, Spruch rimane ad un soffio dall’impresa di una vita ed infine a tagliare per primo la linea d’arrivo è lui, Romans Vainsteins, che non ti aspetti proprio, sempre al riparo nella pancia del gruppo per le 6 ore 15 minuti 28 secondi di sviluppo della corsa, ma veloce quanto basta per trionfare a braccia alzate.

L’incantesimo è rotto, tracce di falce-e-martello salgono sul gradino più alto del podio, e per Vainsteins si aprono le porte di una carriera che si annuncia promettente. Non sarà così, ed allora è giusto che si parli di una meteora nel cielo grigio di Plouay. Correva l’anno 2000.

 

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