VITTORIO POZZO, IL GIORNALISTA CAMPIONE DEL MONDO

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Vittorio Pozzo con l’Italia campione del mondo 1938 – da italianfootballdaily.com

Articolo di Giovanni Manenti

Immaginate ad inizio nuovo millennio, dopo le dimissioni di Zoff a seguito delle polemiche seguite al secondo posto dell’Italia agli Europei in Olanda, che la FIGC avesse dato l’incarico ad uno dei migliori giornalisti dell’epoca – cito, a solo mo’ d’esempio, ad un Gianni Mura, piuttosto che ad un Marino Bartoletti od un Roberto Beccantini – e che questi, non solo avesse accettato, ma addirittura senza neppure pretendere di essere ricompensato per la mansione svolta!

Roba da non credere, vero, ed invece, una settantina di anni prima, un evento del genere si verifica, ed il bello è che colui che prende in mano le redini della Nazionale – il giornalista de “La Stampa” Vittorio Pozzo – non solo diviene un caso più unico che raro nella oltre centenaria storia pallonara, semplicemente è tuttora l’allenatore più vincente, potendo vantare al suo attivo ben due Coppe Rimet consecutive, nel 1934 in Italia e quattro anni dopo in Francia.

La domanda che sorge spontanea è come ciò sia potuto avvenire, e, nel dare una risposta, dobbiamo risalire al periodo in questione ed a come veniva vissuto e gestito all’epoca uno sport per certi versi ancora a livelli pionieristici, dove era sufficiente una grande passione e, soprattutto, dove la disponibilità ad acculturarsi, apprendere e migliorare le tecniche e tattiche di gioco poteva risultare un’arma vincente, come poi in effetti si è rivelato.

Pozzo nasce a Torino agli albori del mese di marzo 1886 da famiglia agiata (il padre è un imprenditore edile trasferitasi da Biella nel capoluogo piemontese per costruirvi un palazzo vicino a Porta Susa), una condizione che permette al giovane Vittorio di dedicarsi con profitto agli studi non meno che all’attività sportiva, arrivando a praticare,  oltre che il tamburello, anche atletica leggera e financo il calcio in Piazza d’Armi, dove nel 1933 verrà inaugurato lo Stadio Municipale “Benito Mussolini”, poi divenuto nel dopoguerra lo “Stadio Comunale”.

Dotato di fervida intelligenza e facilità di apprendimento, Pozzo lascia ben presto l’atletica leggera per dedicarsi al calcio, ancora agli albori nel nostro paese e, grazie agli studi di lingue (alla fine riuscirà a parlarne, più o meno correntemente, addirittura nove) ed alle possibilità di effettuare viaggi all’estero, specie in Inghilterra, la “madre del football”, se ne appassiona al punto da farne una ragione di vita, sia dal punto di vista tecnico – giocherà per un anno nella squadra riserve del Grasshoppers Zurigo per poi militare per cinque stagioni nel Torino, di cui era stato uno dei soci fondatori nel 1906 – che da quello tattico, acquisendo appunti, notizie e visionando allenamenti e giocatori tanto da crearsi un personale, fornitissimo archivio.

Ed è a questo giovane di appena 26 anni, che ha nel frattempo ultimato gli studi, che la Federazione affida l’incarico di guidare la Nazionale olimpica ai Giochi di Stoccolma 1912, a soli due anni dall’esordio degli azzurri contro la Francia, cavandosela onorevolmente, con la sconfitta solo ai tempi supplementari contro la Finlandia, per poi assumere, al ritorno in patria, la veste di direttore tecnico del Torino, che concilia con il lavoro (quello vero) ottenuto alla “Pirelli” e la collaborazione già intrapresa con il quotidiano torinese “La Stampa”, ma eventi di natura extra sportiva stanno per cambiare radicalmente il pensiero ed il modo di affrontare la vita di Pozzo.

Difatti, all’entrata in guerra dell’Italia nel primo evento bellico mondiale, si arruola come tenente nel corpo degli alpini ed una tale esperienza lo segna in modo profondo, accrescendo in sé lo spirito patriottico e rafforzando la morale austera del sacrificio, da un lato, ed apprendendo l’importanza del cameratismo e della solidarietà tra gli uomini, dall’altro, tutte qualità che metterà poi a frutto nel successivo incarico di Commissario Tecnico.

Nella ricostruzione postbellica, l’Italia calcistica, che era uscita ai quarti di finale alle Olimpiadi di Anversa 1920, si riorganizza e punta ancora sull’adesso più esperto Pozzo per guidare la selezione olimpica ai Giochi di Parigi del 1924, conclusi con l’eliminazione ai quarti da parte della Svizzera in una edizione dove per la prima volta l’Europa può ammirare le gesta dei “maestri” uruguagi dell’epoca, ma questa è un’altra storia.

Ancora una volta, al rientro in patria, Pozzo rassegna le dimissioni, cui poco tempo dopo fa seguito la perdita della moglie per malattia, dedicandosi al calcio esclusivamente come attento cronista, ma quando, con l’avvento del regime fascista, la Nazionale inizia ad avere una propria collocazione a livello internazionale, culminata con il bronzo olimpico ai Giochi di Amsterdam 1928 dopo aver opposto fiera resistenza in semifinale ai campioni della “celeste” che di lì a due anni diverranno i primi campioni del mondo, ecco che i gerarchi intuiscono come il calcio (la parola “Football” viene abolita, al pari di tutte le altre straniere  in nome della purezza della lingua italiana) possa divenire utile mezzo di propaganda ed, in particolare, ne è convinto Leandro Arpinati, già vice segretario del PNF e podestà di Bologna, ed attuale Presidente della Federcalcio, che decide di affidare a Vittorio Pozzo l’incarico di Commissario Tecnico in sostituzione di Carlo Carcano che, dal canto suo, si avvia a conquistare allori con il primo ciclo vincente della Juventus.

Questa scelta verrà fatta pesare in futuro a Pozzo per presunte sue simpatie verso il regime fascista, ma se è pur vero che mai ebbe a dichiararsi antifascista, d’altro canto seppe sempre tenere alla larga i suoi ragazzi dalle ingerenze esterne, in nome della sua sempre pretesa – ed altrettanto ottenuta – autonomia decisionale in materia di convocazioni.

La decisione assunta da Arpinati dà immediatamente i suoi frutti con il primo successo a livello continentale degli azzurri nell’edizione inaugurale della Coppa Internazionale che, all’epoca, stante l’isolazionismo dei paesi britannici, equivaleva ad un vero e proprio campionato europeo, dato che vi partecipavano Italia, Austria, Cecoslovacchia, Svizzera ed Ungheria che si sfidavano in un “girone all’italiana” con partite di andata e ritorno.

Quando Pozzo assume la guida della Nazionale, agli azzurri – che hanno subito due sconfitte contro l’Austria – resta da giocare la sola ultima gara a Budapest contro l’Ungheria e non hanno altra alternativa che la vittoria per la conquista del trofeo e, nel viaggio verso la capitale magiara, il neo Commissario Tecnico sviluppa quella che sarà una sua dote peculiare, vale a dire il far leva sul patriottismo e l’attaccamento alla maglia, portando i convocati a visitare i teatri di battaglia della prima guerra mondiale, con il risultato di ottenere una squillante vittoria esterna per 5-0 con tripletta del “balilla” Meazza.

E’ quello un periodo in cui – non meno che ai giorni nostri – si disquisisce anche di tattica, solo che rispetto ai 4-4-2, 4-3-3, 4-3-2-1 e via dicendo odierni, la dialettica, ben più ampollosa, dato lo stile dell’epoca, ma non per questo meno polemica e convinta, si svolge sulle pagine di giornali e riviste, essendo lungi da venire i dibattiti ed i “talk show” televisivi, ed ha per tema l’applicazione del “Metodo”, tanto caro sia a Pozzo che al suo amico/rivale Hugo Meisl, CT austriaco, in rapporto al “Sistema” (detto anche WM) ideato dal celebre allenatore inglese Herbert Chapman.

Pozzo, che pur ben difficilmente recedeva dalle sue convinzioni, non è però contrario alle innovazioni, tanto da tornare in Inghilterra per studiare il modulo messo in atto dal tecnico dell’Arsenal, restandone ammirato anche se rimanendo fedele alla propria impostazione tattica, in buona parte poiché la ritiene più congeniale – ed i fatti dovevano dargli ragione – agli uomini a sua disposizione, in particolare gli interni Giuseppe Meazza e Giovanni Ferrari, non a caso, gli unici ad essere confermati nello schieramento che vince le due consecutive Coppe Rimet.

Con una impostazione che prevede al centro della manovra il cosiddetto “centromediano metodista”, Pozzo per la salvaguardia del gruppo rinuncia per i Mondiali 1934 al miglior talento in circolazione nel ruolo, vale a dire Fulvio Bernardini, che pure era stato selezionato per la Coppa Internazionale, e, dimostrando una volta di più di credere nel fine ultimo della vittoria, non si fa scrupoli nel farsi affiancare da Carlo Carcano (di cui aveva preso il posto) come assistente, visto che l’asse portante dei ventidue che partecipano alla manifestazione è costituito dai giocatori della Juventus che da quattro anni consecutivi sono Campioni d’Italia.

Ovviamente, il campionato mondiale è visto dal regime come un mezzo straordinario di propaganda e, pur di vincerlo, si trascura anche il fatto che Pozzo faccia utilizzo di “oriundi”gli italo/argentini Luisito Monti, Enrique Guaita e Raimundo Orsi – per la cui convocazione riceve comunque alcune critiche che il Commissario Tecnico rispedisce al mittente uscendosene, in riferimento al fatto che avevano prestato servizio militare nel nostro paese, con un “se possono morire per l’Italia, possono anche giocare per l’Italia!“.

Ed, ancora una volta è l’unità del gruppo la chiave vincente, simboleggiata nel ritiro premondiale dalla decisione di Pozzo di assegnare a Schiavio come compagno di camera proprio Monti che gli aveva spaccato una gamba in una gara di campionato, affinché non ci siano rivalità o dissidi tra i componenti la rosa che doveva tenere alto il nome dell’Italia, così come celebri sono i suoi “sermoni” pre-partita (non si sa quanto graditi ai citati oriundi, ma loro portavano in dono alla causa il loro indiscusso talento) improntati allo spirito patriottico ricordando loro la battaglia del Piave.

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Vittorio Pozzo in trionfo nel 1934 – da gazzetta.it

Cose che al giorno d’oggi strappano più di un sorriso, ma che nel contesto storico del periodo hanno un loro valore, e che si tramutano in una miscela vincente sia in occasione della vittoria nel Mondiale del 1934 – con qualche “ombra” su presunti favori arbitrali, specie avendo riguardo alla semifinale contro l’Austria – che nel successivo trionfo quattro anni dopo in Francia, dove, al contrario, gli azzurri devono avere a che fare con un clima a loro ostile – siamo, purtroppo, alla vigilia della seconda guerra mondiale – che l’undici di Pozzo riesce a trasformare in apoteosi per la bellezza e fluidità del proprio gioco, avendo anche avuto modo, nel frattempo, di aggiudicarsi una seconda Coppa Internazionale nel 1935 e di portare sul gradino più alto del podio olimpico una selezione di giovani universitari ai Giochi di Berlino 1936.

Lo scoppio del secondo evento bellico, con la conseguente abolizione di tutte le manifestazioni internazionali, impedisce di conoscere quale potrebbe essere stato il futuro di quella straordinaria “generazione di fenomeni” (un nome per tutti, il centravanti Silvio Piola, appena 25enne nel 1938 e che continuerà a giocare sino a 50 anni!), mentre è certa la sorte che tocca a Vittorio Pozzo nell’immediato dopoguerra.

Visto come un “uomo di regime”, Pozzo è osteggiato dal “nuovo corso”, ma la sua posizione di tecnico vincente lo rende, almeno inizialmente, immune da epurazioni di sorta, pronto però a scagliarsi contro di lui ai primi eventi negativi, quali le pesanti sconfitte in amichevole a Vienna (1-5 il 9 novembre 1947) e a Torino contro l’Inghilterra (0-4 il 16 maggio 1948 nonostante la presenza in formazione di sette componenti del “Grande Torino“), per poi concludersi là dove tutto era cominciato, vale a dire alle prime Olimpiadi del dopoguerra, a Londra 1948, dove gli azzurri, dopo aver agevolmente superato gli Stati Uniti, soccombono per 5-3 ai quarti di finale contro una Danimarca in cui furoreggiano Pilmark, Karl e John Hansen e Praest, i quali saranno ben presto protagonisti nel nostro campionato.

In Pozzo non verrà mai meno l’amarezza di quell’addio, ribadito con forza nelle sue pungenti parole… “le batterie riaprirono il fuoco dopo Torino (sconfitta contro l’Inghilterra, ndr), con veemenza, con astio, in tutti i modi possibili, ed in me non fece che ribadirsi il proposito di andarmene per i miei privati affari!”.

Resta l’attività di giornalista, che Pozzo prosegue con continuità sino a tarda età, sempre più amareggiato ed offeso per come il “suo” mondo lo avesse isolato, trasformandolo nell’ingombrante residuo di un’epoca da dimenticare, ricordandosi di lui solo nella tragica circostanza in cui viene chiamato per l’ingrato compito di identificare i resti degli sfortunati giocatori del “Grande Torino” periti nella sciagura di Superga.

Valga, a beneficio di ognuno, il ricordo che di Vittorio Pozzo ha fatto Gian Paolo Ormezzano, definendolo come “colui che era riuscito a gestire la Nazionale, che pure il regime voleva usare come strumento di propaganda, tenendola abbastanza lontano dalle pressioni e dalle tresche dei gerarchi. Non fu antifascista, né mai pretese di esserlo, ma non fu nemmeno banditore troppo strumentalizzato da parte del potere, e forse quello fu l’unico modo per evitare che la sua squadra diventasse la Nazionale di Mussolini”.

Con quel costume tipicamente italico, dopo che la sua scomparsa, avvenuta a dicembre 1968 all’età di 82 anni, era passata quasi inosservata, tanto da non intitolargli neppure, nel 1990, il nuovo stadio di Torino – il “Delle Alpi”, per intendersi – la figura di Vittorio Pozzo viene rivalutata postuma, con il “Riconoscimento alla memoria” quando viene inserito, a pieno diritto, nella “Hall of Fame del calcio italiano” istituita nel 2011 su iniziativa della FIGC e della fondazione “Museo del Calcio di Coverciano”, mentre dal 2016 i suoi cimeli sono esposti a Ponderano – paese di origine della famiglia ed in cui riposano le sue spoglie – in un museo a lui dedicato.

E’ proprio vero, secondo un vecchio assioma di Enzo Biagi, che “gli italiani perdonano tutto, tranne il successo!”.

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