CHUCK WEPNER E IL MATCH CON ALI’ CHE ISPIRO’ ROCKY BALBOA

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Chuck Wepner mette al tappeto Alì – da theguardian.com

articolo di Nicola Pucci

A molti osservatori distratti della noble-art il nome di Chuck Wepner dirà poco o niente. E non potrebbe essere altrimenti, come biasimarli? Ma a chi se ne intende, ed ha pure buona conoscenza del grande schermo, la storia che sto per narrarvi non solo suona affascinante, ha altresì tracciato indelebilmente la carriera dell’eroe del cinema italo-americano per eccellenza, Sylvester Stallone, in arte Rocky Balboa.

La storia racconta che il nostro eroe, Chuck Wepner appunto, nasce il 26 febbraio 1939 a New York, e fin da adolescente madre natura, se non generosa in quanto a talento e raffinatezza, nondimeno fornisce al ragazzotto, ben presto privato della presenza del padre e cresciuto dalla nonna, chili e tempra indomita in abbondanza. E il buon Chuck ne approfitta. Nel tirare di pugni, ad esempio, cosa che sembra riuscirgli piuttosto efficacemente, se è vero che, seppur privo di mobilità e grazia, assorbe senza batter ciglio i colpi possenti che gli avversari stampano sul suo corpo, per ribattere da par suo con veemenza e spesso aver partita vinta.

E’ dura guadagnarsi la pagnotta, a Bayonne, nel New Jewrsey, tanto che tra cantieri navali e basi marine il buon Chuck un giorno avrà modo di ricordare “che bisognava lottare per sopravvivere“. Gioca a basket, si arruola in Marina dove è già il pugile migliore, e nel 1964 debutta nel professionismo, proprio al City Stadium di Bayonne, davanti agli amici di sempre, battendo per k.o. alla terza ripresa un certo George Cooper.

E’ l’avvio di un cammino agonistico che conoscerà infine, in 51 incontri, 35 vittorie, 14 sconfitte e 2 verdetti di parità, entrambi con Everett Copeland. Esce dai patri confini solo il 22 giugno 1969 per incrociar guantoni, e perdere, con Jose Roman a San Juan di Portorico, ma la notorietà è garantita dal successivo incontro con un giovanissimo George Foreman, campione olimpico dei pesi massimi a Città del Messico nel 1968, che lo batte al Madison Square Garden il 18 agosto 1969 per k.o.t. all’inizio della terza ripresa, già con un occhio malconcio e il volto ridotto ad una maschera di sangue.

Ecco, se c’è una cosa che a Wepner riesce particolarmente bene è non cedere mai il passo ad avversari decisamente più forti, e Big George lo è chiaramente, resistendo non si sa bene come alla gragnuola di fendenti che gli arrivano da ogni parte. Nondimeno si costruisce una buona reputazione, è il boxeur più affermato nel Northeast’s Club Boxing circuit, e dopo una sconfitta sempre per k.o.t. con Sonny Liston al termine di un combattimento di inaudita violenza, il 29 giugno 1970 nel “suo” New Jersey, si merita l’appellattivo di “il sanguinolento di Bayonne“.

Già, perché Wepner a fine carriera vanterà il poco invidiabile record di aver costretto il suo cutman a cucirgli ben 329 punti di sutura sul volto (secondo solo ai 359 di un altro indomabile incassatore, Vito Antuofermo), e se non può certo illustrarsi per l’aspetto stilistico della sua boxe, ancor meno può dirsi che sia bello a vedersi. E’ sì di stazza imponente, assecondata da un coraggio senza eguali ed un ardire quasi illimitato ma… ma Chuck Wepner non è proprio il prototitpo del campione del pugilato.

Eppure c’è chi lo segue con ammirazione, e l’occasione della vita capita il 24 marzo 1975, quando quel meraviglioso promoter che risponde al nome di Don King lo sceglie quale sfidante del suo campionissimo, Muhammad Alì, per il titolo mondiale dei pesi massimi, versione WBA e WBC, forse anche incoraggiato dal successo di Chuck un paio di anni prima con l’ex-detentore della cintura Ernie Terrell, probabilmente perchè al momento il pugile di Bayonne è tra i massimi più accreditati in circolazione.

La sfida va in scena al Richfield Coliseum, nell’Ohio, alle porte di Cleveland, ed ovviamente il pronostico è a senso unico. Oltre ai 15.000 spettatori presenti all’incontro, in un teatro del Greenwich Village, davanti ad una delle 150 tv a circuito chiuso che trasmettono il match, un giovane attore di belle speranze, Sylvester Stallone,  assiste a quella che pare dover essere una semplice esibizione del campione di Louisville. Invece, fedele alla sua etichetta, Wepner ne busca tante ma mai indietreggia, incassa e riparte di slancio, fino al reato di lesa maestà del nono round, quando all’atto di affondare il destro alle costole, cammina sul piede del famoso rivale che mette il sedere a terra.

Sia mai. Alì, fin lì padrone del match e al solito irridente l’avversario, ha l’orgoglio scosso, e se hai l’ardire di sfidare un campione a singolar tenzone, questo come minimo s’arrabbia e magari te le fa pagar cara. Quel che si abbatte su Chuck da lì al termine del combattimento, in effetti, è una selva impressionante di cazzotti, il temerario barcolla ma resta in piedi, sanguina da ogni poro ma non vuol saperne di arrendersi, il volto tumefatto e gli occhi lividi, fino all’ultima ripresa, quando con soli 19″ ancora da disputarsi è l’ora del definitivo k.o.tecnico.

Alì vince, ed è naturale che sia così, ma a Wepner va l’onore delle armi, l’applauso dei presenti e la trasfigurazione in Rocky Balboa dell’epica resistenza sul ring. Già, perché Stallone trae ispirazione e un domani prossimo la fama cinematografica gli aprirà le porte. Grazie a Chuck, pugile tra i tanti ma “sanguinolento ed eroico” come pochi.

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