DAVID CAMPESE, L’ANARCHICO DEL RUGBY

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David Campese in azione contro l’Irlanda – da en.espn.co.uk

articolo di Giovanni Manenti

Tra i vari sport di squadra, ve ne è uno solo che rifugge dal celebrare il singolo rispetto alla forza del collettivo, e questo è il rugby, disciplina dove non sentirete mai parlare del “Brasile di Pelé”, così come dell'”Argentina di Maradona” o dei “Chicago Bulls di Michael Jordan“.

Ciò dipende dal fatto che il rugby è “uno sport senza stelle, caso mai fatto di costellazioni” e per un giocatore essere conosciuto a titolo individuale è un segno di fallimento, l’esatto contrario di quello che il rugby rappresenta, dove non devi cercare di emergere, poiché il gruppo ne è la forza e devi godere del privilegio di farne parte.

Detto dogma vale per quasi tutti i componenti del XV di una squadra, eccezion fatta per coloro – le ali in particolare – cui è demandato il compito di finalizzare l’azione corale e portare l’ovale oltre la fatidica linea di meta, e per questo sono i più conosciuti a livello mediatico per le interviste rilasciate a fine gara, anche se le loro dichiarazioni spesso non dicono nulla sull’andamento della stessa, poiché loro partecipano solo alla parte finale del gioco, è il loro compito, e devono farlo bene.

Ed il più grande di questi finalizzatori è stato l’australiano David Campese, definito “il Pelè del rugby“, anche se tale nomea, come detto, mortifica in parte il senso del gioco, in quanto il football vive per creare “nuovi Pelè“, al contrario della palla ovale dove gli altri componenti della formazione sono convinti che ammettere il talento e la superiorità di un Campese stia a significare di non aver capito l’essenza stessa della disciplina.

E, peraltro, è proprio difficile non accorgersi in campo di Campese, nato a Queanbeyan, cittadina situata nel Nuovo Galles, ad ottobre 1962 da genitori italiani di origini venete emigrati in Australia, in quanto è lui stesso, con il suo stile di gioco a farsi notare, per l’imprevedibilità delle sue giocate che disorientano le difese avversarie sino a portarlo a segnare mete spettacolari, così come a fornire assist decisivi al “compagno a rimorchio“, una volta che vede chiusa la via verso la linea fatale.

Quasi scontato il fatto che un giocatore così estroverso in attacco non abbia una altrettanto valida mentalità difensiva, ed i suoi detrattori non perdono occasione per rinfacciargli la distrazione commessa contro i “British Lions” il 15 luglio 1989 a Sydney che costa ai “Wallabies” la sconfitta per 18-19 ed il conseguente successo nella serie per la selezione britannica.

Poca cosa, comunque, rispetto a quanto di buono fatto da Campese in fase offensiva per la sua nazionale, con cui debutta, non ancora ventenne, il 14 agosto 1982 a Christchurch contro gli “storici” rivali della Nuova Zelanda, mettendo a segno la sua prima meta nella gara vinta dagli “All Blacks” per 23-16, e venendo selezionato per la prima edizione della Coppa del Mondo, congiuntamente organizzata dai due paesi oceanici nel maggio/giugno 1987.

Campese, nel frattempo, è stato oggetto di un vero e proprio colpo di mercato da parte di Vittorio Munari, all’epoca allenatore del Petrarca Padova, che, approfittando del calendario inverso tra gli emisferi australe e boreale, riesce ad ingaggiarlo contando anche sul fatto della vicinanza alla sua famiglia di origine, i cui parenti non mancano di assiepare le tribune del vecchio “Stadio Appiani”, con il loro congiunto che li ripaga contribuendo alla vittoria di tre scudetti consecutivi, dal 1985 al 1987, a dimostrazione dell’amore che lega Campese al rugby, che pratica ininterrottamente per tutti e dodici i mesi dell’anno.

L’esordio nella Coppa del Mondo del 1987 avviene il 23 maggio 1987 al “Concord Oval” di Sydney contro l’Inghilterra e Campese lo bagna con una meta nel 19-6 con cui i “Wallabies” si affermano, per poi spazzare via gli Stati Uniti ed il Giappone con due inequivocabili score di 47-12 e 42-23 rispettivamente, prima di sbarazzarsi per 33-15 anche dell’Irlanda nei quarti di finale ed andare ad affrontare la Francia in semifinale.

Con tutto l’emisfero australe ad attendersi la finale già scritta tra Nuova Zelanda (cui in semifinale tocca il Galles) ed Australia, una meta di Serge Blanco allo scadere dissolve le speranze degli australiani, rimandando l’appuntamento con la storia di quattro anni, quando ad organizzare l’evento saranno Gran Bretagna e Francia.

Giova ora ricordare come una prerogativa del XV australiano sia proprio quella di dare il meglio di sé in occasione dei grandi appuntamenti, piuttosto che nei vari “test match“, prova ne sia che contro i rivali storici degli “All Blacks”, i “Wallabies” vantano una percentuale di vittorie inferiore al 28% tra “Bledisloe Cup” e “Tri Nations” (ora divenuto “The Rugby Championship” con l’ammissione dell’Argentina), così come verso il Sudafrica, nei cui confronti la percentuale di successi è di poco superiore al 40%.

Statistiche che variano drasticamente in occasione della Coppa del Mondo, manifestazione in cui l’Australia riesce sempre a tirar fuori il meglio di sé e Campese, giunto all’apice della condizione fisico-atletica (è alto 180cm. per 89kg.) alla soglia dei trent’anni, ne dà una dimostrazione palese al pubblico britannico e francese nella seconda edizione andata in scena ad ottobre 1991.

Inclusa nel terzo girone, l’Australia non ha difficoltà a superare Argentina (32-19, due mete di Campese) e Galles (umiliante 38-3 con Campese ancora a segno ), trovando, al contrario, una fiera resistenza nel derby australe contro le Samoa Occidentali, piegate per 9-3 solo grazie alla precisione nei calci da fermo di Lynagh.

E così, mentre l’ardore dei samoani si infrange nei quarti contro la Scozia, venendo sconfitti per 28-6, l’Inghilterra ammutolisce il “Parc des Princes” di Parigi superando 19-10 i padroni di casa, ed i campioni uscenti neozelandesi non hanno alcuna difficoltà a travolgere 29-13 i canadesi, al celebre “Lansdowne Road” di Dublino, storica tana degli irlandesi, va in scena il quarto più equilibrato tra i padroni di casa ed il XV capitanato da Nick Farr-Jones.

Dopo una prima frazione di gioco conclusa in parità sul 6-6, con Campese ad aprire lo score dopo 16′ depositando l’ovale in mezzo ai pali per una facile trasformazione di Lynagh (all’epoca la meta valeva ancora 4 punti rispetto ai 5 odierni), vantaggio neutralizzato da due piazzati del mediano di apertura irlandese Ralph Keyes, la gara si infiamma nella ripresa per quella i media definiscono “una splendida esibizione di rugby alla mano“.

L’Australia è padrona del campo, ma i calci di Keyes le impediscono di allungare in maniera definitiva, e comunque quando Campese – dopo che due piazzati di Lynagh e Keyes avevano portato il punteggio su 9 pari – realizza la sua seconda meta sfruttando un calcio a seguire di Little portando i suoi avanti 15-9 (grazie alla consueta trasformazione di Lynagh), il match sembra incanalato verso l’attesa semifinale contro gli All Blacks.

Mai sottovalutare, però, l’orgoglio degli indomiti irlandesi che, dopo aver accorciato le distanze con il “solito” piazzato di Keyes, si gettano disperatamente all’attacco, cogliendo il frutto del loro lavoro a 6′ dal termine quando un calcio in avanti di Staples trova Jack Clarke a contendere l’ovale a Campese, il quale, una volta di più, dimostra le sue scarse attitudini difensive perdendo il confronto con l’ala irlandese che può così lanciare Gordon Hamilton per la meta del sorpasso (16-15) tra il tripudio dei quasi 55.000 spettatori che gremiscono il loro “tempio del rugby”, pronti a rinchiudersi subito dopo in un religioso silenzio per consentire a Keyes di mettere a segno i punti della conversione per un inaspettato 18-15 a pochi minuti dalla conclusione del match.

Campese si trova nella scomoda posizione di dover rimediare al proprio erroreun po’ come accadde a Gianni Rivera nella famosa Italia-Germania dei Mondiali 1970 in Messico – ed, al pari del “Golden Boy”, l’ala italo-australiana regala una indimenticabile magia che ammutolisce il pubblico che già pregustava l’impresa.

Dapprima, conquista una mischia entro l’area dei 22 metri a 2′ dal termine, e poi, ricevuta la palla lungo l’out destro, si lancia verso la linea di meta braccato da tre difensori irlandesi che lo placcano, solo per consentirgli un inatteso tocco in direzione di Lynagh che, seguita l’azione, può depositare l’ovale all’altezza della bandierina per il definitivo 19-18 che dischiude ai Wallabies la strada verso la semifinale …

Una settimana esatta dopo, il 27 ottobre, è ancora il “Lansdowne Road” di Dublino ad accogliere l’attesa semifinale tra Australia ed i campioni in carica della Nuova Zelanda, i cui due match nella “Bledisloe Cup” disputatisi ad agosto si erano conclusi con una vittoria per parte, coi Wallabies a prevalere 21-12 a Sydney e gli All Blacks a rendere la pariglia affermandosi 6-3 ad Auckland.

Ma stavolta, la gara è a senso unico, con l’Australia a disputare una fantastica prima frazione di gioco, ed a cui dà il là proprio Campese dopo appena 7′, ricevendo l’ovale da Lynagh dopo una rimessa laterale ed inventandosi una diagonale da poco oltre la linea dei 22 metri sino alla bandierina all’angolo sinistro del fronte di attacco australiano, iniziativa che disorienta i difensori neozelandesi che si accorgono del pericolo quando oramai Campese è lanciato oltre la linea di meta.

E, dopo, che Lynagh aveva aggiunto tre punti allo score con un piazzato, ecco che arriva il capolavoro di Campese poco oltre la mezz’ora, allorquando, raccolto un calcio a scavalcare di Lynagh, si lancia verso la linea di meta lungo l’out destro per servire un assist “no look (alla “Magic” Johnson per intendersi) al compagno Mike Horan che arriva a rimorchio alla sua destra e può depositare indisturbato l’ovale in mezzo ai pali, dato che i difensori neozelandesi ertano tutti impegnati a tentare di bloccare lo scatenato n. 11 australiano.

Con il punteggio di 13-0 all’intervallo, il match non ha più storia, concludendosi sul 16-6 per i Wallabies, ed anche se in finale la difesa inglese fa buona guardia impedendo a Campese di andare in meta, l’ala aussie ha ancora modo di esibirsi in una giocata decisiva ai fini del risultato, dopo che la gara si era sbloccata a cavallo della mezz’ora di gioco, grazie ad un piazzato di Lynagh ed ad una realizzazione del pilone Tony Daly che deposita di forza l’ovale in meta successivamente ad una rimessa a pochi metri dalla fatidica linea, per il 9-0 con cui le due squadre vanno al riposo.

Nella ripresa, infatti, Campese, dimostrando insolite doti di sacrificio anche in fase difensiva a difesa dell’importantissimo vantaggio, si dedica al controllo della formidabile ala inglese Rory Underwood, e si rende protagonista dell’azione che in pratica decide le sorti dell’incontro, intercettando un passaggio di Winterbottom verso Underwood che avrebbe potuto riaprire la gara, suggellando così il successo finale dell’Australia per 12-6, con Lynagh a concludere il torneo con 66 punti all’attivo e Campese, autore di 6 mete, eletto miglior giocatore della manifestazione.

E’ questo il punto più alto della carriera di Campese, nel frattempo preda in Italia dell’ambizioso “Amatori Milano” targato Berlusconi, con cui disputa cinque stagioni dal 1988 al 1993, incrementando il proprio palmarès con altri due scudetti, nel 1991 e nel 1993, per poi concludere la sua esperienza in nazionale partecipando al suo terzo Mondiale in Sudafrica nel 1995 ed ottenendo l’onore di raggiungere la sua centesima presenza con la maglia dei Wallabies proprio nella sua Padova, il 23 ottobre 1996, nella gara in cui l’Australia sconfigge 40-18 gli azzurri ed al cui termine riceve una doverosa e meritata “standing ovation” da parte del pubblico presente.

Ecco, questo è stato Campese, il giocatore che più di ogni altro ha contribuito a far assumere al rugby, con le sue giocate (ed anche alcuni atteggiamenti spocchiosi ed irriverenti) e la sua imprevedibilità in campo, connotati universali, tanto da detenere tuttora – e con largo margine – il primato delle mete realizzate coi Wallabies, pari a ben 64 nei 101 incontri disputati.

Lo si può amare od odiare, ma non lo si può certamente ignorare, anche se ciò è contro lo spirito del rugby, ma ogni tanto un’eccezione può essere concessa, no?

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