IL DISASTRO AEREO DI MONACO 1958, L’UNICA SFIDA PERSA DA DUNCAN EDWARDS

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Duncan Edwards – da 101greatgoals.com

articolo di Giovanni Manenti

Di sicuro non poteva arrendersi senza almeno averci provato, a vincere la più ardua delle tante battaglie disputate sui campi da gioco, quella in cui era in ballo la sua vita, ma nonostante la forte fibra, la volontà e la tenacia nel non voler mollare, ha dovuto inchinarsi, dopo 15 giorni di terribile agonia presso l’Ospedale di Monaco di Baviera, e, il 21 febbraio 1958, andare a fare compagnia agli altri sette suoi sfortunati compagni periti sul colpo nel disastro aereo di Monaco.

Stiamo parlando di Duncan Edwards, poco più che 21enne all’epoca della tragedia – era nato, difatti, ad inizio ottobre 1936 a Dudley, nella contea di Worcester – ma già affermatosi a livello nazionale ed internazionale come uno dei più forti mediani mai prodotti dal football d’oltre Manica, cresciuto nell’Academy del Manchester United per andare a formare il celebre gruppo dei “Busby Babes” che l’allenatore Matt Busby stava conducendo alla gloria europea, suo grande obiettivo da sempre …

E che Edwards fosse un predestinato, lo dimostra il debutto in prima squadra nell’aprile 1953 a 17 anni non ancora compiuti, stagione in cui conquista, con la formazione giovanile, la “FA Youth Cup“, per poi divenire titolare dal torneo successivo, in un susseguirsi di crescita esponenziale sua, e dei “Red Devils” di conseguenza.

La paziente opera di assemblaggio di una formazione vincente compiuta da Busby dà i suoi frutti e, dopo un quarto ed un quinto posto nella First Division 1954 e 1955, i suoi ragazzi dominano il campionato 1956, vinto con 60 punti (ben undici di vantaggio sul Blackpool, secondo classificato), grazie alla straordinaria vena realizzativa del duo formato da Tommy Taylor e Denis Viollet, autori di 45 reti in due, alle cui spalle dà manforte in mediana Edwards, che conclude la stagione con 33 presenze e tre reti, avendo dovuto saltare due mesi per una terribile influenza.

La conquista del titolo di campione d’Inghilterra – appena il quarto all’epoca per il Manchester United – consente ai “Red Devils” di partecipare alla neonata Coppa dei Campioni, la cui prima edizione è vinta dal Real Madrid di Di Stefano & Co., ed il tecnico Busby, dimostrando una lungimiranza insolita per il calcio britannico, spocchiosamente ancora chiuso in quell’aurea di superiorità per niente scalfita dalle deludenti esperienza della nazionale ai Mondiali del 1950 in Brasile e del 1954 in Svizzera, intuisce come tale competizione sia un ideale trampolino di lancio per far acquistare esperienza ai propri ragazzi ed acquisire fama internazionale al club.

E’ così che, per la successiva stagione, il tecnico inserisce in pianta stabile nell’undici titolare l’interno Liam Whelan, il quale fornisce un contributo forse inaspettato al cammino del Manchester United, mettendo a segno ben 26 reti (contro le 22 di Tommy Taylor e le 16 di Viollet) nel bis del titolo, con ben 64 punti conquistati, durante un torneo in cui fa il suo esordio in prima squadra un altro futuro campione, vale a dire l’allora 19enne Bobby Charlton, che aveva conquistato per tre anni consecutivi la “FA Youth Cup” (nel 1954 e nel 1955 ancora con l’apporto di Edwards, nonostante facesse già parte della prima squadra).

Ma il successo in campionato è solo uno degli obiettivi stagionali dello United, il quale raggiunge anche la finale di FA Cup solo per essere sconfitto 1-2 dall’Aston Villa, ben figurando altresì nella prima esperienza in Coppa Campioni, dove i “Busby Babesraggiungono la semifinale del torneo dopo aver eliminato nei quarti di finale, al termine di due autentiche battaglie, gli spagnoli dell’Athletic Bilbao (3-5 al San Mamès dopo essere stati sotto 0-3 all’intervallo, ribaltato con il 3-0 all’Old Trafford, grazie ad una rete di Berry a 5′ dal termine), per vedersi abbinati ai detentori del trofeo, i “Blancos” del Real Madrid.

Il banco di prova contro l’elite del calcio europeo – con un attacco che schierava il mortifero trio composto da Kopa, Di Stefano e Gento – vede il Manchester sconfitto, ma non umiliato, perdendo 1-3 al Santiago Bernabeu dopo aver chiuso sullo 0-0 il primo tempo, e rimediando con orgoglio un pareggio al ritorno per 2-2 (reti di Taylor e Charlton), dopo essere andati al riposo sotto di due reti.

Ed Edwards, che ha saltato solo una delle otto partite di Coppa Campioni, chiudendo la stagione con 48 presenze complessive e sei reti al proprio conto, è il più determinato a convincere Busby che la strada è quella giusta e che si può tentare l’impresa l’anno successivo, mettendo a frutto il bagaglio di esperienza acquisito in questa prima uscita ed avendo la squadra, oramai, una sua connotazione ben precisa.

Tra l’altro, è anche la stagione che porta ai campionati mondiali in programma in Svezia ad inizio giugno 1958, e la nazionale inglese, di cui fanno parte in pianta stabile i tre “United” Roger Byrne, Tommy Taylor ed, appunto, Duncan Edwards – il quale aveva esordito il 2 aprile 1955 a 18 anni e 183 giorni, un record nel dopoguerra superato solo da Michael Owen nel 1998 – si presenta con ottime credenziali dopo aver vinto a suon di reti il girone di qualificazione contro Danimarca ed Eire, con Edwards sempre presente.

A soli 21 anni, iniziare una stagione con così tanti obiettivi – un possibile tris in campionato, la ricerca della gloria europea e la speranza di ben figurare nel suo primo Mondiale – deve aver rappresentato il massimo per Edwards, che, difatti, nel pieno della sua potenzialità atletica non salta neppure una gara di campionato, così come nei primi due turni di FA Cup (in cui il Manchester dispone per 3-1 del Workington e per 2-0 dell’Ipswich), mancando solo la formalità del ritorno nel primo turno di Coppa dei Campioni contro gli irlandesi dello Shamrock Rovers, umiliati per 6-0 all’andata.

Con Edwards in forma mondiale e Tommy Taylor e Viollet ad andare regolarmente a segno con 16 reti a testa ad inizio febbraio, il Manchester United si presenza alla fase cruciale della stagione ancora in lizza per tutti e tre gli obiettivi, con 36 punti dopo 28 turni di campionato, pur distanziato di sei lunghezze dalla capolista Wolverhampton – che deve però affrontare ad Old Trafford alla penultima giornata –, qualificato al quinto turno di FA Cup, il cui sorteggio ha previsto per il 15 febbraio il match interno contro lo Sheffield Wednesday, e, cosa più importante, ancora in grado di competere in Coppa dei Campioni, dove si è qualificato per i quarti di finale dopo aver eliminato i cecoslovacchi del Dukla Praga.

L’abbinamento dei quarti pone al Manchester come avversario un cliente per nulla facile quale gli jugoslavi della Stella Rossa di Belgrado, eliminati l’anno prima in semifinale dalla Fiorentina del dottor Fulvio Bernardini, e che possono vantare nelle proprie file assi del calibro del portiere Beara e degli attaccanti Kostic e Sekularac.

Che la qualificazione alle semifinali non sia per niente agevole, i “Busby Babes” se ne rendono conto nell’andata disputata il 14 gennaio ad Old Trafford, con gli ospiti a condurre grazie ad una rete di Tasic poco oltre la mezz’ora e rimontati nella ripresa dalle reti di Charlton e Colman per un 2-1 conclusivo poco rassicurante in vista del ritorno, in programma mercoledì 5 febbraio 1958 a Belgrado.

Appuntamento al quale, peraltro, il Manchester United si presenta in eccellenti condizioni, forte dei successi in campionato per 7-2 contro il Bolton tra le mura amiche, e per aver risolto a proprio favore la “battaglia di Highbury” contro l’Arsenal dell’1 febbraio, vinta per 5-4 – ed in cui vanno a segno Taylor (2), Charlton, Viollet ed anche proprio Edwards per il suo sesto centro in 36 presenze e che sarà, purtroppo, anche l’ultimo – e che tiene ancora vive le speranze per un terzo titolo consecutivo.

Rinfrancati nel morale, i giocatori del Manchester United scendono in campo a Belgrado decisi a dar battaglia e, pronti via, Viollet mette a segno dopo appena 2′ di gioco il punto del vantaggio, che Charlton capitalizza con una doppietta a cavallo della mezz’ora che ammutolisce gli oltre 50.000 presenti sugli spalti e manda i “Red Devils” negli spogliatori con un rassicurante vantaggio di tre reti.

Vantaggio oltremodo necessario, poiché nel secondo tempo la Stella Rossa prova a ribaltare le sorti dell’incontro, riuscendovi solo in parte con le reti di Kostic alla prima azione della ripresa e di Tasic su rigore prima dello scoccare del 10′, riscaldando gli animi in tribuna ed in campo, ma il Manchester dimostra di aver acquisito la mentalità necessaria per tener botta, concedendo agli avversari solo il punto del pari a 2′ dal termine, ancora con Kostic.

Raggiunta la semifinale di Coppa Campioni per il secondo anno consecutivo, Matt Busby si coccola i suoi ragazzi di cui può andare orgoglioso, pensando a quale potrà essere il prossimo avversario (all’epoca le gare di Coppa si svolgevano in date sfalsate), con la speranza di evitare nuovamente il Real Madrid, che il 23 gennaio, al Santiago Bernabeu, aveva seppellito sotto una marea di reti (8-0) i malcapitati connazionali del Siviglia, nel mentre l’aereo che sta riportando la squadra in patria fa scalo tecnico a Monaco di Baviera.

Le condizioni meteo sono precarie, nevica e vi è anche una scarsa visibilità ed, al momento di ripartire, per due volte i piloti falliscono il decollo, cosa che fa presagire il pernottamento in Germania prima di riprendere il volo all’indomani, tant’è che Duncan Edwards telegrafa alla fidanzata il seguente messaggio… “Tutti i voli cancellati, partiamo domani, Duncan…“.

Ma il comandante James Thain, preoccupato per il mancato rispetto del piano di volo, rifiuta una simile alternativa, tentando un terzo decollo che si rivela fatale, come aveva drammaticamente previsto una delle vittime, Liam “Billy” Whelan, che viene udito pronunciare la frasestiamo andando a morire, bene, io sono pronto“.

La neve, difatti, aveva provocato uno strato di ghiaccio e fanghiglia sulla pista che compromette le operazioni di partenza, con l’aereo che non riesce a prendere quota, sbandando lungo il tragitto ed andando a schiantarsi contro una casa nelle zone limitrofe all’aeroporto.

Le conseguenze sono devastanti, dei 44 occupanti, 20 muoiono sul colpo tra cu sette componenti della rosa del Manchester (Bent, Byrne, Colman, Jones, Pegg, Taylor e Whelan), mentre altri vengono ricoverati in ospedale, compreso il tecnico Busby e Duncan Edwards, le cui condizioni appaiono disperate.

Con fratture multiple alle gambe ed alle costole ed i reni seriamente danneggiati, i medici del “Rechts der Isar Hospital” di Monaco di Baviera non disperano comunque di salvarlo, contando sulla giovane età e la forte fibra del ragazzo, applicandogli un rene artificiale, che però ne riduce la coagulazione del sangue, generando delle emorragie interne.

Ancora cosciente, Edwards chiede al vice allenatore Jimmy Murphy… “quando è prevista la gara con il Wolverhampton? (penultima di campionato, ndr) Non voglio assolutamente mancare!“, a testimonianza della forza di volontà nel non volersi arrendere ad un destino avverso che, viceversa, aveva già scritto per lui la data della mattina del 21 febbraio 1958 quale suo ultimo giorno nel “grande libro della vita“.

Nessuno potrà mai sapere quali risultati avrebbe potuto ottenere nel prosieguo della carriera Edwards, che ad appena 21 anni contava già 177 presenze nel club e 18 “caps” con la nazionale, così come quali traguardi avrebbe potuto raggiungere quella grandiosa formazione, da due anni campione d’Inghilterra, mentre il fato risparmia Busby dopo due mesi di lotta tra la vita e la morte, lui che dichiara che “avrebbe voluto seguire i suoi ragazzi in cielo…“, probabilmente per consentirgli di realizzare il sogno di portare il Manchester United ad essere la prima squadra inglese a conquistare la Coppa dei Campioni. Proprio nel decennale del tragico evento, nel 1968, e, mentre uno degli scampati alla sciagura, Bobby Charlton, poneva il sigillo con una personale doppietta alla vittoria per 4-1 nella finale contro il Benfica, Busby poteva alzare gli occhi nel cielo di Londra ed immaginare le espressioni sorridenti di Duncan, Geoff (Bent), Roger (Byrne), Eddie (Colman), Mark (Jones), David (Pegg), Tommy (Taylor) e Liam (Whelan) nel fare festa insieme a lui ed alla seconda generazione di “Busby Babes“.

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