ALBERT RICHTER,IL TEDESCO “A OTTO CILINDRI” UCCISO DAL NAZISMO

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Albert Richter si rifiuta di fare il saluto nazista – da emergenzeweb.it

articolo tratto da GPM ciclismo

La storia che tratteremo oggi è una di quelle come solo lo sport sa regalarci. Ci racconta di un ciclista, un pistard tra i più forti degli anni 30, ma ci narra anche di amicizia, di coraggio, forza e libertà, quella libertà che una bicicletta rappresenta meglio di qualsiasi altro oggetto.

Questa è la storia di un uomo che per la sua libertà e per quella degli altri ha saputo rinunciare ad ambizioni personali e vittorie, fino alla fine: nell’inseguire i suoi ideali, è stato privato persino della vita; ed è proprio dalla fine, tragica, che inizieremo a raccontare.

E’ il 2 gennaio del 1940 e su tutti i giornali nazisti appare la notizia che Albert Richter è stato trovato morto in una cella del carcere di Lorrach, una cittadina tedesca al confine con la Svizzera. Richter era stato arrestato il 9 dicembre, si dice grazie alla spia fatta da due sue rivali che venivano regolarmente battuti, ma questo non si saprà mai con certezza. Quel che è certo è che fu arrestato mentre cercava di varcare il confine con 13.000 marchi nascosti nella sua bicicletta. I giornali, per screditarlo, diranno che sono soldi rubati, ma in realtà sono i risparmi di una famiglia ebrea di suoi amici che dovevano essere salvati dal regime. Gli stessi giornali diranno anche che Albert si è suicidato per la vergogna: falso, è stato ucciso dalla polizia tedesca perché era un personaggio scomodo.

Albert Richter è stato ucciso perché aveva un allenatore ebreo e perché era un antinazista. In realtà lui non si definì mai tale, il buon senso al tempo prescriveva di non farlo, ma si è sempre rifiutato di indossare la maglia con la svastica durante le gare, preferendone una più classica con disegnata l’aquila simbolo della Germania. Inoltre, non amava fare il saluto nazista dopo le sue vittorie, si rifiutava di fare la spia di ritorno dai frequenti viaggi che faceva per gareggiare e per finire rifiutò la chiamata alle armi dichiarando, dopo aver passato buona parte della sua carriera sfrecciando sui velodromi francesi, “io non sparo ai miei amici“.

La storia di Richter è simile a quella di molti ciclisti del suo tempo: fa il garzone in una bottega, e a tempo perso si reca al velodromo di Colonia per allenarsi di nascosto dal padre che riteneva la bicicletta una perdita di tempo. Lo fa solo per passione, ma un giorno viene notato da Ernst Berliner, un mobiliere, ex corridore di origine ebraica malvisto dalle camice brune ma con la fama di ottimo preparatore di ciclisti. Da quel giorno, tra i due nasce oltre ad un rapporto professionale un sentimento di amicizia che Albert non rinnegherà mai. Sotto la guida di Berliner, il giovane Albert comincia ad avere i suoi primi successi, si reca spesso in Francia, dove il ciclismo su pista è più all’avanguardia, e nel 1932 a Roma conquista la medaglia d’oro ai mondiali dilettanti su pista.

Nello stesso anno non gli viene permesso di partecipare alle Olimpiadi di Los Angeles, ufficialmente per mancanza di fondi, ma forse perché un atleta allenato da un ebreo non poteva rappresentare la Germania. Negli anni successivi partecipa a parecchie corse vincendone più di una e meritandosi il soprannome di “tedesco ad otto cilindri“, perché dicevano che sembrava che avesse un motore nella sua bici. Arriva sul podio ai mondiali e la sua carriera sembra andare per il verso giusto, ma il suo allenatore è costretto a fuggire dalla Germania e lo esorta a fare altrettanto. Lui inizialmente si rifiuta, nonostante abbia numerose occasioni, e torna l’ultima volta a Berlino nel 1939, partecipando al Grand Prix e vincendolo. Rientrato nella sua Colonia, si rende conto che per lui rimanere nella Germania nazista non è più possibile, allora decide di scappare portando con se quel denaro che gli sarà fatale.

Il resto è storia, la propaganda nazista non vuole che lui diventi un martire, e allora cerca di infangare la sua figura, cerca di farlo apparire come un ladruncolo qualsiasi, cerca di far dimenticare le sue vittorie, perché un esempio come il suo può risultare pericoloso. Inizialmente ci riescono, ma dall’altra parte dell’oceano c’è qualcuno che non ci sta. È il suo amico Ernst Berliner, che nel frattempo, passando per l’Olanda, è fuggito fin negli Stati Uniti, ma non lo ha mai dimenticato e allora si prodiga per cercare la verità e per riabilitare il nome del suo amico, del suo campione, che è stato infangato. E alla fine ci riuscirà.

Oggi il velodromo di Colonia si chiama “Albert Richter” e tutti in Germania conoscono la vera storia di questo uomo coraggioso, che non si è piegato al regime ed ha dovuto pagare il prezzo più alto per la sua libertà, ma che, in conclusione, come in un lieto fine sarà ricordato nei secoli a venire come un grande atleta ma soprattutto come un grande uomo.

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