LA DINASTIA DEI BOSTON CELTICS DI RED AUERBACH E BILL RUSSELL

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Bill Russell e Red Auerbach – da boston.sportsthenandnow.com

articolo di Giovanni Manenti

Con il termine dinastia si indica una casa regnante per alcune decine di anni su di uno stesso paese, e gli esempi più eclatanti, per quanto riguarda il vecchio continente, riguardano i Medici in Italia, e gli Asburgo, i Tudor, gli Stuart ed i Romanov all’estero.

Nello sport di oltreoceano, però, tale appellativo di “Dinasty“, lo si attribuisce a quelle squadre dominanti nelle loro discipline per almeno un decennio e, nel baseball, è stato affibbiato ai celebri New York Yankees, capaci dal 1947 al 1962 di giungere in sedici anni per ben tredici occasioni alla finale per il titolo delle “World Series“, vincendone dieci, di cui cinque consecutive dal 1949 al 1953.

Curiosamente, mentre la parabola degli Yankees volgeva al termine, stava prendendo piede un’altra “Dinasty” che avrebbe segnato un’epoca in un altro sport Usa che ancora non aveva raggiunto l’apice della popolarità del baseball, ma che proprio grazie alle imprese di quel fantastico team e della sua aureola di invincibilità, avrebbe sempre più attratto decine di migliaia di tifosi.

Stiamo parlando di basket NBA ed, ovviamente, della dinastia dei Boston Celtics, capaci in tredici anni (dal 1957 al 1969) di giungere per dodici volte – attraverso la vittoria nella “Eastern Conference” – alla finale per il titolo assoluto, assicurandoselo in undici occasioni (!!!), di cui otto consecutive, con buona pace degli acerrimi rivali della costa occidentale, vale a dire i Los Angeles Lakers, sconfitti in sette circostanze su altrettante finali.

Non sono però tutte rose e fiori gli inizi della franchigia dei Celtics, che nei loro primi quattro anni di partecipazione al campionato professionistico – nato nel 1946 – non riescono ad avere un record positivo, fallendo sempre la qualificazione alla “post season“, circostanza che induce il proprietario Walter Brown a puntare le sue carte su di un nuovo tecnico che farà la fortuna di Boston, tale Arnold “Red” Auerbach, figlio di un ebreo russo emigrato negli Stati Uniti dove a New York, nel settembre 1917, vede la luce “Red“, così soprannominato sia per il colore dei capelli che per il carattere focoso.

E la squadra dei sogni comincia lentamente a prendere forma, con un buon acquisto in Ed Macauley, proveniente dai St. Louis Bombers ed un autentico colpo di fortuna, in quanto, a seguito del fallimento dei Chicago Stings, ai Celtics giunge in dote – addirittura per sorteggio (!!!) – una figura chiave delle successive vittorie in serie, vale a dire il play Bob Cousy.

Cousy è un giocatore che trasforma la schematica monotonia del gioco dell’epoca, inventandosi iniziative che viste con gli occhi di oggi possono sembrare frivolezze, abituati allo “show time” di un Magic Johnson o di un Michael Jordan, ma che ai primi anni ’50 erano in grado di affascinare il pubblico, con palleggi dietro la schiena, entrate con scarico al compagno ed assist “no look“.

Ma l’ingresso in squadra di Cousy da solo non basta a trasformare la franchigia – che comunque già al suo primo anno, nel 1951, ottiene un record positivo di 39-30 in “regular season” approdando ai playoff per venire eliminata al primo turno dai New York Knicks – per la quale un secondo importante tassello è costituito dallingaggio, per la stagione seguente, della guardia Bill Sharman dai Washington Capitols, con cui i Celtics compiono un primo importante salto di qualità, giungendo, per tre volte nei successivi cinque anni, alla finale della “Eastern Conference” peraltro conclusa con altrettante sconfitte.

Auerbach e Cousy fanno il punto della situazione, e convengono che alla squadra per essere competitiva ad altissimo livello manca da colmare il punto debole, vale a dire la carenza a rimbalzo e “Red“, con quell’aria sorniona che lo ha sempre contraddistinto, sa di avere la persona giusta su cui puntare, e cioè Bill Russell.

Russell, un centro di colore di m.2,08 per 98kg., da due anni spopola nella NCAA con i San Francisco Dons, che conduce letteralmente a due titoli consecutivi nel 1955 e 1956, e viene scelto nel draft 1956 dai St. Louis Hawks, ragion per cui Auerbach deve compiere un grosso sacrificio se vuole portarlo al “Boston Garden“, scambiandolo con Ed Macauley e Cliff Hagan, per quello che si rivela il più grande affare nella storia del club.

Con il dominio assoluto di Russell sotto i tabelloni ed un’altra giocata di cui è maestro e sinora raramente vista sui parquet Nba, vale a dire la stoppata, e l’innesto della matricola Tom Heinsohn prelevata dagli Holy Cross Crusaders – per i quali, curiosamente, aveva stabilito un record di 51 punti in una gara proprio contro il “Boston College” – i Celtics possono mettere in pratica il loro gioco in velocità, basato su rimbalzo e contropiede che destabilizza ogni avversario, portandoli a concludere la “regular season” con il miglior record assoluto di 44-28 per poi andarsi a giocare la prima finale per il titolo contro, ironia della sorte, proprio i St. Louis Hawks ai quali avevano strappato Russell.

In una serie leggendaria, conclusa solo al settimo incontro, fanno epoca gara-1 e gara-7 disputate al “Boston Garden“, con la prima che vede gli Hawks ribaltare il fattore campo imponendosi per 125-123 dopo due tempi supplementari, con Bob Pettit a spadroneggiare con 37 punti a cui si aggiunge il contributo degli ex Macauley ed Hagan (a referto con 23 e 16 punti rispettivamente), mentre l’ultima e decisiva gara – dopo che i Celtics avevano restituito il successo esterno in gara-4 con un 123-118 firmato Bob Cousy – vede i ragazzi di Auerbach sprecare nell’ultimo quarto un vantaggio di sei punti, portando la decisione ai supplementari sul 103 pari.

E qui emerge un’altra caratteristica di Boston, loro trasmessa dallo spirito battagliero di Auerbach, ovvero “the Celtics pride” (“l’orgoglio dei Celtics“), che non li fa mai abbattere e consente loro di reagire a qualsiasi tipo di avversità e così, i primi ad accorgersene sono gli Hawks che devono arrendersi al secondo “overtime“, curiosamente con lo stesso punteggio di 125-123 con cui avevano espugnato il “Garden” in gara-1, nonostante un monumentale Bob Pettit metta a segno ben 39 punti, bilanciato dall’altra parte da uno straordinario Tom Heinsohn, il quale, oltre a essere stato premiato come “Rookie of the year” (“matricola dell’anno“) al termine della stagione, mette la classica ciliegina sulla torta con 37 punti al suo attivo.

E’ l’inizio della dinastia, anche se i St. Louis Hawks hanno modo di prendersi una ghiotta rivincita l’anno seguente, superando 4-2 i Celtics – che nel frattempo avevano migliorato il proprio record in “regular season” con 49-23 e visto Russell conquistare il suo primo titolo di MVP succedendo a Cousy – grazie ad una prestazione disumana di Pettit nella decisiva gara-6, in cui mette a segno 50 punti nel successo per 110-109 che assegna alla propria squadra l’unico titolo della loro storia.

Da quel solo punto che li ha visti abdicare, i Celtics inanellano una serie che li porta a conquistare per otto anni consecutivi il titolo NBA – dal 1959 sino al 1966 – sconfiggendo per altre due volte in finale i St. Louis Hawks (4-3 nel 1960, con Russell che nella serie finale ottiene una media di 24,9 rimbalzi a partita (!!!), e 4-1 l’anno seguente, con la media rimbalzi/gara di Russell che giunge a 28,8 e gli assist di Cousy a 10,6), mentre inizia l’incubo dei Lakers che, senza avversari ad ovest, si devono inchinare in sei occasioni allo strapotere di Boston.

E ciò, nonostante che i Lakers schierino tra le loro file due fuoriclasse di valore assoluto quali Elgin Baylor e Jerry West e che, ad est, la concorrenza sia divenuta molto più accanita da quando sbarca sul pianeta NBA l’unico centro in grado di contrastare Bill Russell, vale a dire Wilt Chamberlain, che nel suo primo anno vince il premio di “Rookie of the Year“, nonché di MVP della “regular season” con una media di 37,6 punti e 27 rimbalzi a partita.

Ma la forza mentale e l’orgoglio dei Celtics sono in grado di superare anche queste sfide, e prova migliore non può darla che la stagione 1962, in cui – dopo aver toccato quota 60 di gare vinte nella stagione regolare – si trovano ad affrontare Chamberlain ed i suoi Philadelphia Warriors nella finale di Conference, serie in cui il fattore campo la fa da padrone e risolta in gara-7 al “Boston Garden” in una sfida punto a punto terminata 109-107, ed ancor più nella finale per il titolo contro i Lakers quando, sotto 2-3 nella serie, si trovano in svantaggio 65-57 all’intervallo, per poi ribaltare il risultato nella ripresa per il 119-105 che rimanda la decisione a gara-7 al “Boston Garden“, vinta 110-107 al supplementare con Russell a mettere a referto 37 punti che annullano i consueti elevati standard di Baylor e West, autori di 41 e 35 punti rispettivamente.

Nulla può fermare i Celtics, neppure il ritiro, a 34 anni, della loro mente Bob Cousy dopo il quinto titolo consecutivo vinto nel 1963, perdita ammortizzata dall’innesto in quintetto base dei due Jones (Sam e K.C.) e con il rinforzo dell’ala John Havlicek, letale nel tiro dalla distanza e punto di forza della franchigia per oltre 15 anni.

La musica non cambia nel 1964, con i San Francisco Warriors (con Chamberlain trasferito sulla costa ovest), spazzati via 4-1 in finale, così come nel 1965 dove – dopo aver migliorato, portandolo a 62 gare vinte in “regular season“, il proprio record – conquistano il nono titolo consecutivo della “Eastern Conference” superando di misura in gara-7 (110-109) i Philadelphia 76ers di un sempre più costernato Chamberlain, per poi disporre a proprio piacimento (4-1) dei Lakers in finale.

Che, oramai, i Celtics incutano una sorta di timore reverenziale sulle avversarie è ribadito dalla stagione 1966 in cui, dopo aver perso il vantaggio del fattore campo nella “Eastern Conference” rispetto ai Sixers per una sola vittoria di scarto (55 a 54), li umiliano nella finale di Conference con un 4-1 che non ammette repliche – nonostante Chamberlain riceva il suo secondo riconoscimento di MVP della stagione regolare con medie di 33,5 punti e 24,6 rimbalzi a partita – per poi dare una dimostrazione di cosa sia la loro insuperabile forza mentale nella consueta finale contro i Lakers quando, in vantaggio 3-1 nella serie, ne perdono l’inerzia con due convincenti successi dei gialloviola che espugnano il “Boston Garden” 121-117 (con 72 punti rivenienti dalla premiata ditta Baylor & West) in gara-5 e si confermano sul parquet di casa in gara-6, vinta 123-115 con ben quattro giocatori oltre 20 punti, per poi cedere 95-93 in gara-7, con i Celtics che costruiscono il loro successo nei primi due parziali, andando all’intervallo lungo in vantaggio 53-38 e Russell, già 31enne, che conclude la serie con medie di 23,6 punti e 24.3 rimbalzi a partita.

Con l’ottavo titolo consecutivo in bacheca, l’estate 1966 riserva la sorpresa della decisione di Auerbach di lasciare la panchina per dedicarsi al ruolo di general manager, e chi meglio di Bill Russell poteva continuare a trasmettere alle nuove generazioni il celebre orgoglio Celtics, divenendo il primo afroamericano a svolgere il ruolo di coach in una squadra professionistica di basket, pur continuando a dare il proprio contributo anche sul parquet nella doppia veste di allenatore/giocatore?

Di questo avvicendamento approfittano Chamberlain ed i suoi Sixers che, al termine di un’annata da incorniciare – conclusa con un eloquente record di 68-13 in “regular season” ed il 30enne Chamberlain nominato MVP con 24,1 punti e 24,2 rimbalzi di media a partita – fermano a dieci la serie di titoli della “Eastern Conference” dei Celtics, eliminandoli 4-1 per poi affermarsi 4-2 in finale sui San Francisco Warriors.

A molti sembra che la dinastia di Boston sia oramai giunta al tramonto, ma mai sottovalutarne lo smisurato orgoglio, e nulla può spronarlo più dei cori intonati e degli striscioni sventolati dai tifosi dei Sixers che recitano “Boston is dead” (“Boston è morto“), che ne fanno le spese nella finale di Conference 1967, dove giungono con il vantaggio del fattore campo dopo il record di 62-20 in “regular season” rispetto al 54-28 dei loro avversari.

In vantaggio 3-1 nella serie e con due gare su tre delle restanti da disputarsi allo Spectrum, la prospettiva di una seconda finale consecutiva per il titolo è qualcosa di più di una speranza, ma Russell & Co. la pensano diversamente, conquistando di forza gara-5 122-104 con un parziale di 38-23 nell’ultimo quarto, per poi pareggiare la serie 114-106 al Garden e quindi zittire i fans della città dell’amore fraterno espugnando di nuovo il parquet rivale per 100-96 con una pazzesca difesa di Russell su Chamberlain, il quale non mette neanche un punto a segno nella ripresa per un misero score di 14 punti a fine gara.

Orgoglio dei Celtics che viene stupidamente stuzzicato anche dai rivali storici dei Lakers, ai quali non sono evidentemente bastate sei sconfitte in altrettante finali, ivi compresa quella del 1968 persa per 4-2, convinti come sono di aver messo il tassello decisivo nel “roster” con l’ingaggio proprio di Wilt Chamberlain dai Sixers nell’estate 1968.

Ma quello che va in scena nei playoff 1969 lo si può, senza timore di smentita, tranquillamente definire come il capolavoro di Bill Russell, con i Celtics che vi giungono con il loro peggior record di 48-34 in stagione regolare da quando è iniziato il ciclo vincente, il che sta a significare che non avranno il vantaggio del fattore campo in tutti e tre i turni della “post season“.

La cosa non sgomenta più di tanto i bostoniani, che travolgono 4-1 al primo turno i Sixers orfani di Chamberlain e poi si ripetono in finale di Conference contro i New York Knicks di Willis Reed e Walt Frazier, sconfitti 4-2 grazie al decisivo 106-105 in gara-6 che porta le firme di Sam Jones ed Havlicek, autori di 29 e 28 punti rispettivamente.

Come previsto, sulla costa orientale, i Lakers non hanno alcuna difficoltà a presentarsi all’atto conclusivo dove, con i favori del pronostico a loro favore, vincono le tre gare al Forum e, pur venendo analogamente sconfitti al Garden (perdendo sulla sirena, 88-89, gara-4), ritengono di poter far loro la decisiva gara-7 davanti al pubblico amico.

Ma quando le due squadre scendono in campo per il riscaldamento, Sam Jones si accorge dell‘imperdonabile autorete commessa da Jack Kent Cooke, proprietario dei Lakers, ovvero aver sistemato sulle poltroncine dei tifosi il programma dei festeggiamenti, che prevedeva il lancio di palloncini gialloviola, il suono dell’inno della franchigia e le interviste ai “big three” Baylor, West e Chamberlain.

Jones ne prende uno e lo fa vedere begli spogliatoi a Russell, il quale lo sfrutta a dovere per motivare i suoi con una frase che la dice lunga sul suo carismaoggi là fuori può succedere di tutto tranne una cosa: i Lakers non possono vincere!“, circostanza condivisa anche da Jerry West che si dimostra furioso per l’atteggiamento di Kent Cooke, ben sapendo che non è certo il caso di stuzzicare, nonché mancare di rispetto, a chi ha già nel proprio palmarès qualcosa come dieci titoli NBA.

E, difatti, più abituati a certe pressioni, i Celtics approfittano dell’obbligo di vincere dei rivali, andando all’intervallo lungo in vantaggio 59-56 per poi prendere il largo nel terzo parziale (chiuso sul 32-20, in cui il sesto uomo di Boston, Don Nelson, realizza 12 punti) e quindi resistere nell’ultimo quarto al disperato tentativo di rimonta dei Lakers, i quali si portano ad una sola lunghezza di distacco (102-103) a 2′ minuti dalla sirena, prima che un fortunoso canestro ancora di Nelson allo scadere dei 24″ portasse il punteggio sul 105-102, poi gestito dai Celtics per il 108-106 conclusivo che sancisce il loro undicesimo trionfo in tredici anni e la conclusione, con il ritiro dalle scene di Russell, l’unico ad aver fatto parte di ogni squadra vincente, di un ciclo che non potrà mai essere più eguagliato.

Che ne dite, se ne avranno a male i discendenti dei Medici, degli Asburgo o degli Stuart, se Russell & Co. hanno loro rubato il termine dinastia?

Personalmente, ritengo proprio di no!

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