MOHAMMED GAMMOUDI, IL PIONIERE DEL MEZZOFONDO MAGHREBINO

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Gammoudi in trionfo a Città del Messico nel 1968 – da directinfo.webmanagercenter.com

articolo di Giovanni Manenti

Quando si parla del continente africano rispetto ai Giochi Olimpici, viene sempre in mente l’atletica leggera, sport che ha visto i suoi rappresentanti conquistare la quasi totalità delle medaglie e, se ci si deve rapportare a colui che ne è stato per primo il simbolo, il ricordo non può che andare al celebre etiope Abebe Bikila ed alla sua straordinaria impresa di conquistare la medaglia d’oro nella suggestiva maratona alle Olimpiadi di Roma 1960, poi replicata quattro anni dopo a Tokyo.

Gli anni successivi hanno visto il dominio pressoché assoluto degli uomini degli altipiani, Kenia ed Etiopia su tutti, con campioni del calibro di Kipchoge Keino e Miruts Yfter su tutti, prima che anche il Nordafrica dicesse la sua, con l’esplosione di atleti maghrebini, segnatamente marocchini ed algerini che, rispondendo ai nomi di Said Aouita, Noureddine Morceli ed Hicham El Guerrouj, hanno scritto pagine leggendarie di questo sport in chiave olimpica e non solo.

Pochi ricordano, però, che l’antesignano, nonché pioniere di questa scuola nordafricana, ed oltretutto unico simbolo del suo paese, la Tunisia, era venuto alla ribalta ben vent’anni prima dell’avvento di Aouita, e questo eccezionale atleta, non tanto per le dimensioni fisiche (alto 172cm per 60kg.), ma per le non comuni doti di resistenza e combattività, altri non è che Mohammed Gammoudi.

Nato a Sidi Aich, nel centro sud della Tunisia, ad inizio febbraio 1938, Gammoudi si mette in evidenza ai Giochi del Mediterraneo disputati a Napoli nel 1963, in cui si aggiudica entrambe le prove sui 5.000 e 10.000 metri, con i rispettivi tempi di 14’07″4 e 29’34″2 che non sembrano comunque in grado di inserirlo tra i pretendenti ad una medaglia per le Olimpiadi di Tokyo dell’anno successivo.

Rassegna a cinque cerchi dove la Tunisia, che aveva esordito ai Giochi solo quattro anni prima, si presenta con soli tre rappresentanti, di cui Gammoudi è l’unico a cimentarsi in atletica leggera, e la prima prova che deve affrontare, il 14 ottobre 1964, sono i 10.000 metri, in cui vi è un grande favorito, vale a dire l’australiano Ron Clarke, che il 18 dicembre 1963 aveva corso la distanza in 28’15″6, togliendo il record mondiale all’oro olimpico ed europeo Pyotr Bolotnikov, anch’esso della partita.

Come suo solito, e come tipicamente fanno tutti coloro più dediti ai record piuttosto che alle medaglie, in buona parte in quanto mancanti nel loro repertorio dello spunto finale, Clarke impone alla gara un ritmo sostenuto, tanto che a metà gara sono rimasti solo in tre (l’americano Billy Mills, l’etiope Mamo Wolde e Gammoudi, appunto) a giocarsi le medaglie, con gli altri irrimediabilmente staccati, compreso Bolotnikov che accusa un ritardo di oltre mezzo minuto dall’australiano.

L’azione incessante di Clarke fiacca la resistenza anche dell’etiope Wolde, ma Mills e Gammoudi non mollano di un centimetro sino al suono della campana dell’ultimo giro, dove dovranno decidersi le posizioni sul podio in uno sprint prolungato, ostacolato, occorre precisarlo, da una serie interminabile di atleti doppiati,

E qui si verifica uno dei finali olimpici sui 10km. più spettacolari di sempre, con Mills ad attaccare per primo e Clarke a rispondergli, mentre Gammoudi, che rende agli avversari qualcosa in fatto di falcata stante la più bassa statura, sembra inizialmente cedere con quell’andatura che vede il capo oscillare come una dimostrazione di resa, ma non è così poiché sul rettilineo di fronte è proprio il tunisino – che si fa letteralmente largo tra i due più prestanti avversari – a prendere decisamente la testa, attaccando con una decina di metri di margine l’ultima curva, inseguito da Clarke che quasi lo raggiunge all’ingresso in rettilineo per poi cedere di schianto, mentre all’esterno rinviene prepotentemente il semi sconosciuto Mills (il quale si era qualificato ai Trials Usa con un modesto 29’10″4) che va a trionfare con il nuovo record olimpico di 28’24″4, mentre il secondo posto di Gammoudi rappresenta la prima medaglia in assoluto conquistata dalla Tunisia alle Olimpiadi, cui ne seguirà una seconda in chiusura dei Giochi con il bronzo del pugile Habib Galhia nella categoria dei superleggeri.

Per motivi che non sono mai stati chiariti, probabilmente un risentimento muscolare, Gammoudi non si presenta alla partenza dei 5.000 metri dopo aver vinto la relativa batteria, in una finale che vede la storica accoppiata Usa (mai più verificatosi nella storia dei Giochi) con la vittoria di Bob Schul in una gara dove Clarke affonda miseramente, concludendo al nono posto.

Questa medaglia fa di Gammoudi il personaggio di spicco in patria, in particolar modo per il fatto che è proprio Tunisi ad ospitare nel 1967 la quinta edizione del Giochi del Mediterraneo, ed egli non tradisce le attese dei suoi tifosi, ripetendo la doppietta di quattro anni prima a Napoli, vincendo con largo margine la prova sui 10.000 metri in un modesto 31’01″6 e dovendosi, al contrario, impegnare allo stremo per far sua anche la più corta distanza, con il record dei Giochi di 14’02″2 in una gara che vede il nostro Giuseppe Cindolo al terzo posto.

Gammoudi non è più una sorpresa, quando si presenta alla sua seconda esperienza olimpica l’anno seguente a Città del Messico, in una rassegna a cinque cerchi che è condizionata dall’altitudine, il che, se da un lato favorisce il crollo di tutti primati mondiali sino ai 400 metri (nonché nel salto in lungo e nel triplo), dall’altro mette a dura prova coloro che si cimentano nelle prove di resistenza, in cui a subire meno la differenza sono proprio gli atleti africani degli altipiani, abituati ad allenarsi in altura.

Circostanza di cui fa ovviamente le spese, nella prima gara dei 10.000 in programma il 13 ottobre, il sempre più primatista mondiale Ron Clarke, il quale, a meno di un anno dalla delusione di Tokyo, aveva abbassato il proprio limite ad un fantastico – per l’epoca – 27’39″4, primo uomo al mondo ad infrangere la barriera dei 28′ netti sulla distanza, incapace di reggere il ritmo imposto da etiopi e keniani, concludendo non meglio che sesto in 29’44″2, oltre due minuti in più del suo record!

Per le posizioni di testa, la rarefazione dell’aria consente di far bella figura all’idolo di casa, il messicano Juan Martinez, chiaramente abituato a correre in tali condizioni, il quale si incarica per lunghi tratti della corsa di condurre il gruppo, via via sgretolato dal progressivo aumento dell’andatura da parte del keniano Naftali Temu e dell’etiope Mamo Wolde, con quest’ultimo che opera un prepotente allungo alla campana dell’ultimo giro che toglie a Gammoudi ogni speranza di vittoria, mentre Temu reagisce per poi sopravanzare il rivale a metà del rettilineo d’arrivo e conquistare l’oro in 29’27″4, 0″6 decimi meglio di Wolde, con il tunisino che salva il bronzo da un estremo tentativo di rimonta di Martinez.

Contendenti che, puntualmente, si ritrovano alla partenza, due giorni dopo, delle tre batterie dei 5.000 metri che qualificano i primi tre di ogni serie per la finale in programma il 17 ottobre, con in più un cliente da prendere con le molle quale il keniano Kipchoge Keino, il quale non aveva concluso la prova sui 10km., aspettando Temu all’arrivo per abbracciarlo, e che si era permesso, il 30 novembre 1965, di togliere il primato sulla distanza tre volte migliorato da Clarke, correndo ad Auckland, in Nuova Zelanda, in 13’24″2, solo per consentire all’australiano, sette mesi più tardi, di abbassare il limite ad uno stratosferico 13’16″6.

Le batterie non riservano sorprese, con Gammoudi che giunge secondo nella prima serie dietro a Keino e davanti a Mamo Wolde, il quale non prende poi parte alla finale riservando le energie per la maratona (che difatti vincerà, succedendo al connazionale Abebe Bikila), mentre Temu si aggiudica la seconda precedendo Clarke e la terza vede il successo del francese Jean Wadoux con il miglior tempo di 14’19″8, sul messicano Martinez ed il tedesco Harald Norpoth, già argento sulla distanza sia ai Giochi di Tokyo 1964 che ai successivi Campionati Europei di Budapest 1966, ma che sarà costretto al ritiro in finale per problemi respiratori.

Per Gammoudi, che a trent’anni compiuti si rende conto di giocarsi l’ultima chance per conquistare un oro olimpico, si pone il problema di evitare un arrivo in volata soprattutto con Keino, dotato di maggior spunto, visto che è specialista anche della più corta distanza dei 1500 metri, cui è parimenti iscritto, ed a tal fine opta per un attacco ad 800 metri dal termine, al quale rispondono i due keniani Keino e Temu, il solito messicano Martinez e Ron Clarke, con questi ultimi due che cedono nel corso del penultimo giro, mentre Gammoudi mantiene la testa della corsa alla campana, insidiato da vicino da Temu, con Keino ad osservare l’evolversi della situazione.

Sul rettilineo di fronte Temu attacca all’esterno il tunisino, non riuscendo però a superarlo ed anzi spronandone un ulteriore allungo, al quale stavolta è Keino a rispondere a metà dell’ultima curva, dando vita ad uno spettacolare testa e testa sul rettilineo d’arrivo che sembra veder prevalere il keniano, ma che premia infine la tenacia e la resistenza di Gammoudi, che la spunta per soli 0″15 centesimi (14’05″01 a 14’05″16) per la prima medaglia d’oro assoluta del proprio paese (il cui medagliere a Città del Messico sarà esclusivamente costituito dai due allori di Gammoudi), mentre Temu conquista il bronzo, Martinez conferma il quarto posto dei 10.000 metri e Clarke giunge, sconsolato, non meglio che quinto ed, ancora una volta, ai margini del podio.

Il rientro a Tunisi ha qualcosa del trionfale, oramai Gammoudi è una specie di eroe nazionale, non solo tunisino, bensì di tutto il Nordafrica, ma non ha ancora finito di spremere le sue cartucce, ed anche se subisce una parziale delusione ai Giochi del Mediterraneo 1971 ad Izmir, in Turchia, battuto dallo spagnolo Javier Alvarez sui 5.000, è deciso a dar battaglia e ben figurare all’appuntamento da lui fissato per la conclusione della propria attività agonistica, vale a dire di Giochi di Monaco 1972.

Le Olimpiadi tedesche hanno, sul mezzofondo prolungato, un indiscusso dominatore nel finlandese Lasse Viren, pur se le batterie dei 10.000 metri (per la prima inserite nel programma olimpico, dato l’elevato numero di iscritti) vedono Gammoudi vincere d’autorità la sua serie in un convincente 27’54″69, per poi decidere di abbandonare nel corso della finale del 3 settembre stante l’alto ritmo di gara e preservare le energie per la più corta distanza, con Viren che si aggiudica la prova nel tempo di 27’38″4 che migliora di 1″ esatto il limite mondiale di Clarke che resisteva da sette anni.

Il vile attentato del commando palestinese di “Settembre Nero” fa slittare di un paio di giorni il programma olimpico, così consentendo al tunisino di recuperare forze ed energie per la prova dei 5.000 metri, in cui in pochi lo danno per la verità da favorito, indirizzando i pronostici, oltre che su Viren, sul suo connazionale Vaatainen (oro su entrambe le distanze agli Europei di Helsinki dell’anno prima), il trio britannico composto da Ian Stewart, David Bedford (il Ron Clarke europeo) ed Ian McCafferty, nonché gli emergenti Emiel Puttemans e Steve Prefontaine, senza trascurare l’esperto tedesco Norpoth.

Fedele al suo carattere e stile di corsa, è proprio Prefontaine a fare da lepre, con un incremento progressivo dell’andatura che lo vede prendere decisamente la testa della corsa a quattro giri dal termine, seguito dal britannico Stewart, mentre Viren emerge dalle retrovie per andare a raggiungerlo a 1200 metri dalla conclusione, con Gammoudi in posizione di attesa.

L’attacco di Prefontaine fa sì che a due giri dal termine si formi in testa un quintetto che, oltre a lui ed a Viren, comprende anche Gammoudi, Stewart e Puttemans, con Viren a prendere stavolta decisamente la testa, cui Prefontaine replica attaccando nuovamente a 600 metri dall’arrivo, ottenendo il risultato di far perdere contatto a Stewart e Puttemans, mentre il tunisino si fa sotto, pronto a giocare le proprie carte allo sprint.

Volata lunga che è proprio Gammoudi a lanciare, analogamente a quanto fatto quattro anni prima in Messico, a 250 metri dal traguardo, ma stavolta Viren non commette l’errore di Keino, rispondendo prontamente per poi superare il nordafricano all’ingresso in rettilineo ed andare a completare la sua accoppiata con il tempo di 13’26″42 (nuovo record olimpico), con Gammoudi argento e Stewart ad approfittare di un clamoroso crollo di Prefontaine negli ultimi metri, soffiandogli il bronzo.

Per comprendere quanto Gammoudi abbia contato, non solo in atletica leggera, ma per l’intero sport del proprio paese, basti pensare che, dopo di lui, la Tunisia dovrà attendere ben 24 anni per conquistare un’altra medaglia olimpica (con il pugile Fetih Missaoui ad Atlanta 1996) ed addirittura 40 prima che il nuotatore Oussama Mellouli salga nuovamente sul gradino più alto del podio, grazie alla sua vittoria sui 1500 stile libero ai Giochi di Pechino 2008-

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