COPPA DEI CAMPIONI 1961, QUANDO IL FAVORITO BARCELLONA SBATTE’ CONTRO I PALI

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Una fase della finale tra Benfica e Barcellona – da dailymail.co.uk

articolo di Massimo Bencivenga

Parliamo oggi della prima finale di Coppa dei Campioni disputata dal Barcellona. Una finale ricordata in Spagna come “La final de los palos“, la finale dei pali. Siamo nel maggio del 1961 e l’Unione Sovietica ha da un mesetto messo in orbita, vincendo la concorrenza con gli Usa, un uomo: Yuri Gagarin.

Tutti sanno che le prime cinque edizioni della Coppa dei Campioni furono vinte dal Real Madrid, quello osannato e omaggiato nella ballate e nelle canzoni. Gli anni d’oro del Grande Real, diceva anche Max Pezzali. Bene, meno noto è il fatto che il Real che maramaldeggiava in Europa aveva in casa un fiero e indomito avversario: il Barcellona. La squadra catalana nel bienno 1958-60 era riuscita a vincere due campionati, una Coppa delle Fiere e una Coppa di Lega. Certo, siamo un po’ lontani dalla stagione 1952-53, quello de “la temporada les Cinc Copes“, l’anno delle cinque coppe, ma va bene lo stesso.

A fare da trait d’union tra quel Barcellona d’inizio e di fine decade c’era il sommo Lazslo Kubala. Se andate al Camp Nou troverete la statua di un calciatore, il più importante nella storia del Barcellona. Non ritrae Cruijff o Maradona, ma Kubala. E Kubala era stato ingaggiato (ma non giocò mai) in Italia dalla Pro Patria. Ma torniamo a noi.

La rivalità, già forte, tra Real Madrid e Barcellona, divenne guerra aperta per via dell’affaire Di Stefano. La “saeta rubia” con origini campane firmò un contratto prima con il Barcellona e poi con il Real Madrid, la cosa finì in tribunale dove il Real fece valere la vicinanza alla dittatura. Il giudice decise: due anni con il Barcellona e due con Il Real. I catalani, sdegnati, rinunciarono del tutto e cedettero ai rivali l’asso che li portò sul tetto d’Europa per cinque volte.

Le due squadre avevano già dato vita, nella Coppa dei Campioni del 1959-60, a una semifinale bellissima, con due partite vinte dai madridisti per 3-1. Non c’erano solo Di Stefano e Kubala. Se il Real poteva contare sul mortifero sinistro del colonnello Ferenc Puskas, il Barcellona aveva Sandor Kocsis, connazionale del colonnello, “la miglior testa d’Europa dopo Churchill“. Così lo chiamavano. Tra le “merengues c’era Gento, il calciatore più rapido dei tempi. I catalani rispondevano con Zoltan Czibor, altro magiaro, l’ala tattica che aveva contribuito a rendere l’Ungheria l'”Aranycsapat“, la squadra d’oro. E poi tra i catalani ce n’era uno più giovane, Di Stefano lo chiamava “El architecto“. Era magrolino come Schiaffino, e come il “Pepe” uruguagio avrebbe avuto le capacità tecniche per fare strage di rete. E come l’uomo del “Maracanazo“, anche questo ragazzo scelse di sublimare le sue qualità e di metterle al servizio della squadra. Il ragazzino, il nuovo Schiaffino, il 10 del Barcellona, “El architectoera Luis Suarez.

E la sorte mise di fronte al secondo turno, vale a dire agli ottavi, i “pentacampeones” del Real e il Barcellona. All’andata, al Bernabeu, finì 2-2. Doppietta di Suarez. Ve l’avevo detto o no che se solo avesse voluto avrebbe potuto fare strame di ogni difesa? Nel ritorno, Kubala e i suoi s’imposero per 2-1 con gol del centravanti brasiliano Evaristo, un ottimo giocatore ma che in un simile complesso sembrava uno scarparo. La strada per la vittoria era spianata. E infatti i blaugrana arrivano alla finale di Berna, dove trovarono i lusitani del Benfica. Allenati da Béla Guttmann.

Béla Guttmann: mago o demonio? Sono in tanti a chiederselo in Portogallo, per via della “maledizione di Guttmann“. Ma il magiaro (ancora?) è stato un geniale giramondo della panchina, che ha insegnato calcio in ogni dove, anche in Italia.

A Berna si trovarono di fronte, dunque, Barcellona e Benfica. So cosa state pensando. Il Benfica di quegli anni aveva un calciatore meraviglioso, la risposta a Pelè, ossia la “pantera neraEusebio. Ma vi sbagliate: Eusebio non c’’ra. O meglio, era già stato ingaggiato, ma per una lunga storia non giocò mai nel 1960-61. Anzi, dopo averlo scoperto, lo tennero al riparo temendo un rapimento. La leggenda vuole che Bauer, che di nome faceva José Carlos ed aveva giocato con il Brasile nella partita del “Maracanazo“, irruppe nel salone di un barbiere dove c’era Guttmann esclamando: “In Mozambico ho visto un ragazzo che non è di questo mondo“. Il ragazzo, l’alieno, era Eusebio, che però, come detto, non c’era il 31 maggio del 1961 a Berna.

Il Barcellona era strafavorito e le cose sembrarono subito mettersi bene visto che Kocsis segnò il vantaggio. Il Benfica aspettava il Barcellona sin sulla sua trequarti prima di provare a recuperare la palla. Il Barcellona era in controllo. Troppo in controllo. E fu così che prima il pennellone Aguas e poi una sfortunata autorete portarono all’intervallo i lusitani in vantaggio per 2-1.

Ed è la ripresa ad aver reso leggendaria la partita. Perché Mário Coluna portò il Benfica sul 3-1. Mário Coluna aveva l’allure sofferente, malinconica, fatalista di molti latini, ma in campo era un cervello e dei piedi di prim’ordine. Nato ala, fu spostato con ottimi risultati al centro del gioco. Fosforo e tecnica, questo era Mário Coluna, detto “O monstro sagrado“, il mostro sacro.

Kubala si scambiò la posizione con Czibor. E gli effetti si videro subito. Palo di Kocsis. Pochi secondi dopo, Kubala scagliò una folgore da fuori area: palo destro e… palo sinistro del portiere. Poi numerose palle gol divorate sino alla beffa finale, quasi allo scadere, con la saetta di sinistro di Czibor, che al 75′ aveva siglato nel frattempo il 3-2, respinta dal palo.

Il Barcellona dominò la sua prima finale di Coppa dei Campioni, ma non vinse. Anche questo è il calcio, e la Juventus farà bene a tenere in mente partite come queste.

Alla prossima.

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