L’ERA VINCENTE DI VALERIY BORZOV, IL CAMPIONE COSTRUITO IN LABORATORIO

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Valeriy Borzov – da alchetron.com

articolo di Giovanni Manenti

Inutile nascondersi, in periodo di “Guerra Fredda” tra i blocchi occidentale ed orientale, uno dei territori dove si poteva esprimere la superiorità di questo o quel sistema politico/sociale senza ricorrere all’uso delle armi era lo sport, la cui massima espressione era dettata dalla quadriennale disputa del Giochi Olimpici, visto anche, altresì, che le rassegne iridate delle più importanti discipline (nuoto ed atletica leggera) erano ben lungi da venire.

E, proprio per quanto attiene alla regina dei Giochi, vale a dire l’atletica, risultava sconfortante il computo delle medaglie d’oro raccolte a Tokyo 1964 (14 da parte degli Usa, appena 5 dall’Urss) ed a Città del Messico 1968, dove la forbice si allarga a 15 ori per gli Stati Uniti contro i tre dell’Unione Sovietica ed i due della Germania Est.

Ed in più, i sovietici non erano sinora mai riusciti non solo a vincere, ma neppure a porre un loro atleta sul podio delle due prove di velocità, e cioè i 100 ed i 200 metri piani, potendo semplicemente contare su tre argenti in staffetta, frutto più della assoluta perfezione dei cambi che non di una effettiva potenzialità dei quartetti schierati.

Ma in Federazione a Mosca, sapevano di avere il classico asso della manica da giocare per sfidare da pari a pari gli sprinters di colore di oltreoceano, sotto forma di un perfetto velocista costruito per vincere e che rispondeva al nome di Valeriy Borzov.

Questo giovane ucraino, all’epoca non ancora ventenne in quanto nato a Sambir nell’ottobre 1949, viene segnalato all’Istituto di Cultura Fisica e Sport di Kiev dal suo primo allenatore, Boris Vojtas, che ne plasma il fisico da adolescente abbinando l’allenamento di atletica a quello di altri sport in quanto, a suo dire, un velocista deve essere preparato a correre con qualsiasi clima e condizione meteo, ed ecco allora esercizi a base di salti acrobatici, attrezzistica, anche calcio e persino basket.

Quando Valeriy, a 17 anni, corre in 10″5 ai campionati ucraini, il professor Valentyn Pyotrovski verifica nel giovane talento l’esistenza dei parametri minimi da lui studiati per la dimostrazione pratica di quanto dal medesimo asserito, vale a dire l’applicazione scientifica per la formazione di un velocista perfetto e vincente ai massimi livelli.

Prende quindi corpo il progetto “Borzov ’70“, con il quale, attraverso tabelle di allenamento rigorosamente predisposte, analisi maniacali di ogni singolo dettaglio di corsa, iniziando dalla fase di partenza (che Borzov giunge a perfezionare con una reazione allo start di 0″12 centesimi di secondo), si va alla ricerca della macchina da corsa umana perfetta, con progressi minuziosamente registrati ed immessi in un calcolatore per controllare eventuali anomalie nel programma, il tutto sempre all’interno del laboratorio, da cui Valeriy poteva uscire solo in occasione delle gare.

E i primi positivi riscontri si hanno agli Europei juniores di Lipsia 1968 dove Borzov conquista l’oro sia sui 100 che sui 200 metri, coi rispettivi tempi di 10″4 e 21″0, mentre, mesi più tardi, sulla pista di Città del Messico Jim Hines e Tommie Smith demolivano i record mondiali sulle distanze, correndo le stesse in 9″95 e 19″83.

C’era ancora strada da fare, pur considerando come i primati messicani fossero stati agevolati dall’altitudine della capitale messicana, ma il programma in casa sovietica va avanti, dapprima riscrivendo le gerarchie in patria soppiantando Vladislav Sapeya che, dopo essersi affermato sui 100 metri in Coppa Europa nel 1967 proprio a Kiev, era miseramente naufragato a Città del Messico, arenandosi ai quarti di finale, pur avendo corso la distanza in 10″0 proprio nell’anno olimpico, anche se vi sono non pochi dubbi circa la regolarità delle rilevazioni in terra sovietica.

Dubbi che, al contrario, non sussistono l’anno seguente quando, dopo aver eguagliato il primato di Sapeya il 18 agosto a Mosca, Borzov centra, non ancora ventenne, il suo primo alloro internazionale di rilievo, facendo suo l’oro sui 100 metri ai Campionati europei di Atene 1969, battendo sul filo di lana il francese Alain Sarteur – riscontro elettronico di 10″49 a 10″50 – per quella che rappresenta altresì la prima vittoria di un atleta sovietico in detta specialità alla rassegna continentale, cui unisce l’argento nella saffetta 4×100 dietro al quartetto francese.

E così, mentre a Sapeya viene ancora concesso l’onore di rappresentare il proprio paese in Coppa Europa, Borzov se ne torna ad affinare i propri muscoli ed a limare le leggere imperfezioni che ancora incrostano la sua andatura, in vista dei probanti impegni degli Europei di Helsinki 1971 e del successivo appuntamento olimpico.

Rassegna continentale che vede un Borzov tirato a lucido come non mai, e che non ha alcuna difficoltà a far suo l’oro sia sui 100 – dove conclude in 10″26 con il tedesco occidentale Wucherer argento a debita distanza in 10″49 – che sui 200 metri, con un divario ancor più netto (20″31 a 20″70) sull’altro tedesco ovest Hofmeister, in una finale cui partecipa, per la prima volta, anche il nostro Pietro Mennea, che, non ancora ventenne, conclude in un onorevole sesto posto in 20″88.

A Mosca si fregano le mani, sanno di avere a disposizione colui che può interrompere il predominio a stelle e strisce nella velocità in sede olimpica, anche se, a raffreddare gli entusiasmi, giungono ben poco rassicuranti notizie dagli “Olympic Trials” di Eugene, dove l’1 luglio 1972 Eddie Hart e Rey Robinson vengono accreditati del medesimo tempo manuale di 9″9 (record mondiale eguagliato), con il terzo qualificato Robert Taylor a correre in 10″ netti.

Con i pronostici orientati verso una sfida Borzov/Usa, i partecipanti si schierano per le batterie al mattino del 31 agosto 1972 all’Olympia Stadion di Monaco di Baviera, con i migliori 32 a qualificarsi per i quarti del pomeriggio dove si verifica il fattaccio della mancata presentazione ai blocchi di partenza dei due migliori sprinters americani Hart e Robinson, giunti in ritardo allo stadio per un errore del loro allenatore nella lettura del programma di gara, consentendo al solo Taylor di prendere parte alla terza serie dove giunge secondo in 10″16 alle spalle di Borzov che, in 10″07, stabilisce il nuovo primato europeo.

La dabbenaggine del team Usa priva gli esperti e gli spettatori dell’evento clou del programma di atletica leggera, ma ciò non può essere certo addebitato a Borzov, il quale, dopo essersi facilmente aggiudicato la propria semifinale in 10″21, dispone della concorrenza vincendo a mani alzate la finale con il tempo di 10″14, con Taylor argento in 10″24 ed il giamaicano Lennox Miller (già argento quattro anni prima a Città del Messico) giunto terzo in 10″33.

Se possibile, ancora più agevole si dimostra, a distanza di tre giorni, la vittoria sulla doppia distanza, nonostante il giovane americano Larry Black si faccia preferire nei turni preliminari, facendo registrare in semifinale il miglior tempo di 20″36 davanti all’azzurro Mennea (secondo in 20″52), mentre Borzov corre al risparmio la sua serie, vinta in un modesto 20″74.

Ma quando, meno di tre ore dopo, gli otto finalisti si presentano ai blocchi di partenza, è ancora una volta l’ucraino ad imporsi con una fantastica accelerazione all’ingresso in rettilineo per andare a trionfare in 20″00, con Black e Mennea alle piazze d’onore, con 20″19 e 20″30 rispettivamente.

Parziale, quanto amara, consolazione per Eddie Hart l’oro con annesso record mondiale di 38″19 nella staffetta 4×100, dove Borzov conduce l’Urss all’argento, lasciando comunque intatto il rimpianto per la mancata sfida su chi fosse l’uomo più veloce del mondo, anche se il velocista ucraino mette a segno una doppietta unica per il proprio paese nella storia dei Giochi e che alle Olimpiadi non si verificava dall’analoga impresa di Bobby Morrow a Melbourne 1956.

Archiviata la sfida con gli americani, un altro ostico cliente si presenta con intenzioni bellicose al fine di spodestare Borzov quanto meno dal trono di miglior velocista europeo, sotto le sembianze del barlettano Pietro Mennea che vuole sfruttare la pista amica dello Stadio Olimpico di Roma per centrare tale ambizioso obiettivo in occasione dei Campionati Europei 1974.

Borzov, la cui macchina perfetta sta iniziando ad accusare il logorio dovuto all’età, si iscrive solo sui 100 metri, con l’intento di essere il primo velocista a conquistare tre titoli continentali consecutivi (exploit che sarà poi eguagliato dal britannico Linford Christie a cavallo degli anni ’90), ed ancora Mennea dimostra di non essere sufficientemente maturo rispetto al suo più esperto avversario, che difatti va a vincere piuttosto nettamente in 10″27, mentre l’azzurro riesce a far sua, per un solo 0″01 centesimo, la volata per l’argento, chiudendo in 10″34 in un arrivo che vede cinque atleti racchiusi nello spazio di appena 0″02 centesimi.

Mennea si riscatta facendo suo l’oro sui 200 metri in 20″60 e cogliendo altresì la soddisfazione di condurre l’Italia all’argento nella staffetta 4×100 alle spalle della Francia, mentre Borzov non riesce ad arricchire la propria collezione di medaglie, con il quartetto sovietico che deve accontentarsi della quarta posizione.

La sfida tra i due si ripete l’anno seguente nella finale di Coppa Europa a Nizza 1975 dove Borzov, che vi rappresenta il proprio paese per la prima volta, deve far ricorso a tutta la sua esperienza per beffare sul filo di lana Mennea sui 100 metri (tempo di 10″40 per entrambi), venendo però nettamente sconfitto dal barlettano sulla doppia distanza (20″42 a 20″61), dopo che in staffetta l’Urss aveva preceduto l’Italia nella lotta alle piazze d’onore dietro alla Germania Est.

Per Borzov, la cui brillantezza del doppio oro olimpico di Monaco 1972 si sta lentamente affievolendo, pende però il compito di difendere il titolo ai Giochi di Montreal 1976, dove Mennea, in non buone condizioni di forma, si iscrive solo sui 200 metri, e, pur confermando al centesimo (10″14) il tempo fatto registrare quattro anni prima e mettendosi ancora alle spalle gli sprinters americani (stavolta senza defezioni di sorta), ciò gli vale solo il bronzo, battuto dagli atleti caraibici Hasely Crawford di Trinidad & Tobago e Don Quarrie, Giamaica, oro ed argento rispettivamente in 10″06 e 10″08.

La deludente prestazione sui 100 induce Borzov a rinunciare ai 200, riservandosi le energie per la staffetta 4×100 che, difatti, giunge terza dietro a Stati Uniti e Germania Est, mentre Mennea non riesce a confermare il bronzo di Monaco 1972 sui 200 metri, piazzandosi al quarto posto nella gara che vede il successo del giamaicano Quarrie in 20″23 davanti ai due americani Hampton ed Evans.

Per il 27enne ucraino si tratta oramai del canto del cigno, in quanto, dopo un terzo ed un secondo posto in Coppa Europa ad Helsinki 1977, deve lasciare spazio all’emergente Mennea, il quale dapprima ne eguaglia la doppietta 100/200 metri agli Europei di Praga 1978 (dove Borzov giunge desolatamente ottavo sui 100 in un impietoso 10″55), per poi assurgere ai massimi livelli con il record mondiale sui 200 di 19″72 alle Universiadi di Città del Messico 1979 e, soprattutto, con l’oro olimpico a Mosca 1980 proprio davanti al suo rivale di tante sfide che, appena quattro mesi prima, aveva annunciato il proprio ritiro dopo essersi sottoposto a due interventi chirurgici ai tendini che non avevano consentito di recuperare una decente forma fisica.

Conclusa l’attività agonistica e dopo aver messo su famiglia con il matrimonio con l’altrettanto celebre ginnasta russa Ludmilla Tourischeva, si schiudono per Borzov le porte della politica, ricoprendo l’incarico di Ministro per lo Sport e la Gioventù nel Governo ucraino, oltre ad essere membro effettivo del CIO ed aver presieduto per sei anni, dal 2006 al 2012, la Federazione di atletica leggera Ucraina.

Beh, diciamo, che per essere un “prodotto di laboratorio“, il risultato è stato ben più che soddisfacente.

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