ARTHUR ASHE, QUANDO IL NERO MUOVE E VINCE

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Arthur Ashe in azione a Wimbledon – da madison.com

articolo di Giovanni Manenti

Nel giro vorticoso dei milioni (di $) che contorna il mondo del tennis odierno, si fa fatica a pensare che 50 anni fa le cose fossero piuttosto diverse, con la disciplina ancora ritenuta “amateur“, finché i migliori non decisero di ribellarsi per capitalizzare la loro abilità con la costituzione di un “Circuito Pro” che, inevitabilmente, portò a scontri con la Federazione Internazionale ed alla formazione di varie sigle, un po’ come successivamente avvenuto nel pugilato.

Esattamente mezzo secolo fa, esistevano due sigle pro, la “National Tennis League” (NLT) a cui erano iscritti campioni del calibro di Rod Laver, Roy Emerson, Ken Rosewall e Pancho Gonzales ed il “World Championship Tennis” (WCT) che annoverava tra le sue file John Newcombe, Tony Roche, Nikola Pilic ed un giovane americano di colore, Arthur Ashe.

E, nonostante dall’anno seguente il più prestigioso torneo, quello londinese di Wimbledon, aprisse le iscrizioni a professionisti e dilettanti entrando così nell’era “open“, si doveva attendere sino al 1972 affinché si smussassero le controversie tra le varie associazioni, con la costituzione di un sindacato che tutelasse i tennisti di professione, così formando la “Association of Tennis Professionals” (ATP), tutt’ora vigente e che sovrintende al programma annuale del circuito, con l’organizzazione dei tornei al di fuori di quelli (Australia Open, Roland Garros, Wimbledon ed US Open) che costituiscono il Grande Slam.

E, strano a dirlo, uno dei fautori di questa iniziativa, venendone poi eletto presidente nel 1974, altri non è che proprio il “colored” Arthur Ashe, una novità assoluta in uno sport pressoché esclusivamente riservato ai bianchi, il quale, peraltro, era già riuscito a ritagliarsi uno spazio importante in tale mondo esclusivo, non esitando a condurre battaglie sociali a difesa della propria gente, contemporaneamente al suo affermarsi a livello sportivo.

Ashe nasce nel luglio 1943 a Richmond, in Virginia, non proprio il luogo ideale per un nero, figlio di un ex poliziotto che svolge il lavoro di custode in un impianto riservato ai neri e dotato di quattro campi da tennis, dove il giovane Arthur, scartato dalla squadra di football (quello americano, con la palla ovale, per intendersi) stante il fisico gracile, inizia ad impratichirsi ed a dimostrare un innato talento, pur dovendosi più volte scontrare con l’arroganza dei bianchi.

Rimasto orfano di madre all’età di 7 anni a causa di complicazioni a seguito di un intervento chirurgico, viene preso sotto le cure di Walther Johnson, il quale gestisce una scuola di sport per neri ed è anche allenatore di Althea Gibson, prima tennista di colore a vincere, per due anni consecutivi, nel 1957 e 1958, il prestigioso torneo londinese di Wimbledon, il quale lo convince a trasferirsi da quell’ambiente ostile del Sud degli Stati Uniti, dapprima a St. Louis e quindi ad UCLA, la famosa Università di Los Angeles, da cui sono usciti fior di campioni di ogni sport.

Ad Ashe però l’impegno sportivo non basta, è uno dei primi a capire che negli Stati Uniti i ragazzi di colore sono usati per conquistare trofei e medaglie sportive, e per poter portare avanti una lotta a difesa della sua gente occorre studiare ed elevare il proprio patrimonio culturale, ottenendo così ad UCLA la laurea in scienza delle finanze, per poi frequentare addirittura l’elitaria accademia di West Point, dove raggiunge i gradi di tenente dell’esercito.

Nel frattempo, non che i risultati in campo tennistico vengano meno, a 20 anni è il primo giocatore di colore a far parte della squadra di Coppa Davis che vince l’insalatiera, pur non disputando gli incontri di singolare o doppio nella finale contro i detentori australiani e nel 1965 si arrende a Manolo Santana in quattro set (6-2, 4-6, 2-6, 4-6) nella semifinale degli US Open.

Nei due anni successivi, raggiunge due finali consecutive agli Australian Open 1966 e 1967 – entrambe le volte sconfitto nettamente da Roy Emerson – prima di ottenere il suo primo titolo dello Slam facendo sua la finale degli US Open 1968 al termine di cinque tiratissimi set (14-12, 5-7, 6-3, 3-6, 6-3) contro l’olandese Tom Okker.

Il 1968, anno difficile per le tensioni sociali in tutto il pianeta – a marzo viene assassinato il leader nero Martin Luther King, stessa sorte tocca a giugno a Robert Kennedy, candidato alle presidenziali, mentre a dieci giorni dall’inizio dei Giochi di Città del Messico, una protesta pacifica di studenti in Piazza delle Tre Culture viene sedata nel sangue dall’esercito messicano – si conclude sportivamente in gloria per Ashe con la conquista della Coppa Davis a spese dei detentori australiani, sconfitti a dicembre per 4-1 ad Adelaide.

Poiché all’epoca era in vigore il “Challenge Round” per l’assegnazione della prestigiosa insalatiera, ciò stava a significare che i detentori disputavano solo la finale contro la nazione che aveva superato i turni eliminatori ed Ashe è il capitano della formazione Usa che, nei due anni seguenti, fa cappotto superando per 5-0 sia la Romania nel 1969 che la Germania Ovest nel 1970, mentre a livello individuale raggiunge altre due volte la finale degli Australian Open, vincendo piuttosto agevolmente nel 1970 contro Dick Crealy (6-4, 9-7, 6-2), ma venendo altrettanto nettamente sconfitto da Ken Rosewall (1-6, 5-7, 3-6) l’anno successivo.

I numerosi impegni sportivi non impediscono ad Ashe di assecondare anche la propria campagna a favore dei diritti dei neri, rivolgendo la sua attenzione – data la propria acquisita notorietà – sulla questione della segregazione razziale in Sudafrica, chiedendo a più riprese il visto per poter partecipare ai “South Africa Open“, sempre negatogli dal Governo sudafricano che non intendeva iscrivere giocatori di colore al proprio torneo, dato il regime di “apartheid” vigente nel paese, un atteggiamento che porta Ashe a denunciare tale discriminazione razziale nei suoi confronti, chiedendo al Governo degli Stati Uniti sanzioni contro la nazione africana ed alla Federazione Internazionale di espellere il Sudafrica, pur accettando, per rispetto dei singoli giocatori sudafricani, di giocare contro di loro nel corso dei vari tornei.

Alla soglia dei trent’anni, ad Ashe si presenta l’occasione di bissare il successo del 1968 agli US Open nella finale del 1972, dopo essere stato eliminato l’anno prima in semifinale dal cecoslovacco Jan Kodes al termine di una maratona durata cinque set, ma la sfida contro lo storico rivale di Coppa Davis Ilie Nastase rappresenta per l’americano forse la più grande amarezza della carriera in quanto, in vantaggio due set ad uno (6-3, 3-6, 7-6) ed avendo a disposizione una palla break per portarsi 4-1 al quarto, subisce la rimonta del romeno che si aggiudica gli ultimi due parziali con il punteggio di 6-4, 6-3 anche grazie ad alcuni suoi atteggiamenti irritanti, tali da far perdere la concentrazione anche ad un flemmatico come Ashe.

I suoi buoni risultati nei tornei del circuito WCT fanno sì che Ashe si qualifichi anche per le relative finali tra gli otto migliori tennisti (quelle che oggi sono le “ATP Finals“), raggiungendo l’atto conclusivo nel 1973, sconfitto in quattro set (3-6, 3-6, 6-4, 4-6) dal compagno di Coppa Davis Stan Smith, anno in cui riesce finalmente ad ottenere il visto per partecipare agli Open del Sudafrica, dove raggiunge la finale solo per essere sconfitto dall’emergente Jimmy Connors in tre rapidi set (6-4, 7-6, 6-3), con identica conclusione l’anno seguente, con il punteggio stavolta di 7-6, 6-3, 6-1 a favore di “Jimbo“.

Ma l’aspetto sportivo è probabilmente il meno rilevante per Ashe, il quale ha ora l’occasione di toccare con mano le condizioni di discriminazione ed emarginazione dei “fratelli neri” e non tralascia di fare più volte visita al tristemente noto “Ghetto di Soweto“, dove non lesina parole di incoraggiamento e di speranza per un futuro migliore, traendo spunti da riproporre con sempre maggior convinzione in patria nella sua lotta a favore dell’emancipazione degli americani di colore.

E se da un lato le sue battaglie sociali lo vedono sempre più impegnato in prima persona, da un punto di vista squisitamente sportivo, viceversa, Ashe sembra ormai avviato verso il viale del tramonto, visto che il miglior risultato nei tornei dello Slam nel biennio 1973/1974 è costituito dal raggiungimento dei quarti di finale agli US Open, sconfitto 6-4 al quinto set da John Newcombe, in un torneo che vede il 22enne Connors completare tre quarti di Slam schiantando (6-1, 6-0, 6-1!) in finale Ken Rosewall dopo essersi già aggiudicato gli Australian Open e Wimbledon.

Ed invece, come una specie di araba fenice, a 33 anni, Ashe disputa nel 1975 forse la migliore stagione della sua carriera, conquistando ben quattro tornei WCT (Barcellona e Monaco contro Bjorn Borg, Rotterdam e Stoccolma superando in finale Tom Okker), per poi aggiudicarsi le finali del circuito sconfiggendo in finale in quattro set (3-6, 6-4, 6-4, 6-0) il 19enne astro nascente svedese.

Ma la perla doveva giungere sulla verde erba di Wimbledon, torneo in cui Ashe era al massimo riuscito per due anni consecutivi – nel 1968 e nel 1969 – a raggiungere le semifinali, solo per soccombere in entrambe le occasioni al fuoriclasse australiano Rod Laver che si sarebbe poi aggiudicato il trofeo, e nell’edizione del 1975 non parte coi favori del pronostico, essendo testa di serie n. 6, previsioni che viceversa si orientano sul campione uscente Jimmy Connors.

La maggiore sorpresa dei turni iniziali la riserva l’eliminazione, agli ottavi, della testa di serie n. 2, l’australiano Ken Rosewall, sconfitto in quattro set dal connazionale Tony Roche che ne prende il posto nella parte bassa del tabellone per affrontare nei quarti il temibile olandese Tom Okker, mentre ad Ashe l’abbinamento riserva, come da accoppiamento iniziale, la testa di serie n. 3, vale a dire lo Bjorn Borg, già vincitore nel corso dell’anno del Roland Garros.

Ashe conferma la superiorità dimostrata nelle WCT Finals, liquidando lo svedese ancora in quattro set (2-6, 6-4, 8-6, 6-1) per poi doversi preparare alla sfida in semifinale con Roche, il quale, confermando il suo eccellente stato di forma, viene a capo di un complicato match contro l’ostico Okker, sconfitto 6-2 al quinto dopo essere stato in svantaggio per due set ad uno.

Quello contro Roche è un incontro palpitante che tiene incollati alla sedia gli spettatori del campo centrale per oltre quattro ore di gioco, risolto a favore dell’americano al termine di cinque combattutissimi set, come testimonia il punteggio di 5-7, 6-4, 7-5, 8-9 (all’epoca il tiebreak si disputava sull’8 pari), 6-4 a beneficio di Ashe, una maratona che conforta ancor di più i bookmakers nel dare per favorito in finale Connors, il quale, oltre ad aver liquidato Tanner con un eloquente 6-4, 6-1, 6-4, giunge all’atto conclusivo senza aver perso neppure un set!

Di nove anni più giovane, dopo aver sfiorato il bis ad inizio stagione agli Australian Open, sconfitto in finale da John Newcombe, Connors è dato favorito 4 a 1 dagli allibratori, tanto più che Ashe non è mai riuscito a sconfiggerlo nelle precedenti occasioni in cui i due hanno incrociato le racchette, ma contro ogni pronostico, sfodera una prestazione ai limiti della perfezione nei primi due set, conclusi entrambi sul 6-1 a suo favore e, dopo aver subito la rabbiosa reazione del connazionale nel terzo set, che Connors si aggiudica 7-5, chiude il discorso nel quarto con il punteggio di 6-4 che gli vale il più prestigioso titolo della storia del tennis mondiale.

Ottenuto il massimo dalla carriera, Ashe continua a giocare ancora per tre anni cogliendo qualche successo nei tornei del circuito, ritirandosi dall’attività agonistica a fine 1979 a seguito di un attacco cardiaco e per il quale gli vengono applicati quattro bypass, con uno “score” complessivo di 818 vittorie a fronte di 260 sconfitte e 51 tornei vinti.

Ashe non è certo il tipo di starsene inattivo, impegnandosi in molteplici attività, dallo scrivere articoli per il “Washington Post” e la rivista “Time“, allo svolgere il ruolo di commentatore televisivo per il network “ABC Sports“, nonché nel mettere la propria esperienza ed il proprio carisma nel non facile compito di capitano della squadra di Coppa Davis, dovendo gestire gli umori di John McEnroe, incarico svolto dal 1981 al 1985 e coronato dai successi nelle edizioni 1981 (3-1 in finale all’Argentina) e 1982, con la Francia sconfitta 4-1 nell’atto conclusivo.

Ciò nondimeno, Ashe non dimentica i suoi obblighi morali verso la gente di colore, partecipando attivamente anche ad atti di protesta ufficiali, subendo persino un arresto nel gennaio 1985 durante una manifestazione nei pressi dell’ambasciata del Sudafrica a Washington contro il regime di apartheid ancora vigente.

Probabilmente il suo cuore avrebbe bisogno di una vita meno frenetica, specie dopo aver subito un secondo intervento nel 1983, ma Ashe ha un compito da svolgere e lo adempie con la pubblicazione, nel 1988, di un’opera in tre volumi dal titolo emblematico “A Hard Road to Glory: a History of the African-American Athlete” (“La difficile strada verso la gloria: la storia degli atleti afroamericani“), in cui affronta il tema a lui più caro, come largamente sottolineato… “Gli atleti neri e molte famiglie preferiscono che i figli emergano nel basket o nel football, mentre è importante che ricevano un’educazione adeguata, dobbiamo cambiare questa mentalità…“.

Purtroppo proprio a conclusione del suo lavoro scopre di essere malato di AIDS a seguito di una trasfusione di sangue infetto nel corso del secondo intervento chirurgico subito al cuore, ma nonostante ciò continua a lottare sino all’ultimo, si impegna in prima persona nella lotta contro “la peste del XX secolo“, e ricorda che il giorno più importante della sua vita non è stato il successo a Wimbledon, bensì quello della liberazione del leader dell’ANC (“African National Congress“), Nelson Mandela, il quale, da carcerato, aveva dichiarato che la prima persona che avrebbe voluto incontrare, una volta libero, era proprio Arthur Ashe, evento che puntualmente avvenne con forte emozione per entrambi.

Per concludere, restino ad imperituro ricordo alcune delle frasi pronunciate da Arthur Ashe – l’unico giocatore di colore ad aver vinto tre prove dello Slam (il solo francese Yannick Noah si aggiudicherà, in seguito, il Roland Garros), e che scompare il 6 febbraio 1993 a 50 anni non ancora compiuti – a testimonianza dello spessore del personaggio, quali… “l’Aids non è stato il peso più assillante della mia esistenza, l’esser nato negro sì …“, oppure, relativamente alla sua carriera sportiva … “campione è colui che lascia il suo sport migliore di quando ci è entrato“, per concludere con il suo ultimo messaggio, a pochi giorni dalla morte… “vi prego d non considerarmi una vittima, io sono stato un messaggero…!“.

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