1934/1936, IL TRIENNIO DI SUCCESSI DI FRED PERRY

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Fred Perry nel gioco di volo – da juanhuitztennis.blogspot.it

articolo di Nicola Pucci

La stagione 1933 del tennis vede alternarsi al vertice tre campioni: l’americano Elisworth Vines, che dopo i trionfi a Wimbledon e agli US Open dell’anno prima non dà conferma del suo potenziale; l’australiano Jack Crawford che inciampa ad un passo, ovvero ad un set, dal Grande Slam, perdendo in finale agli US Open dopo essersi imposto in Australia, al Roland-Garros e a Wimbledon; infine l’inglese Fred Perry che proprio con la vittoria a Forest Hills, che segue di qualche settimana il successo in Coppa Davis contro la Francia, sconfitta dopo aver messo in bacheca sei “insalatiere” consecutive, si affaccia alla ribalta. E quel che sarà il seguito certificherà che non si è trattata di gloria effimera.

Il 1934, in effetti, si apre nel migliore dei modi per il 25enne nato a Stockport, dal prestigioso passato di tennistavolista se è vero che nel 1929 fu campione del mondo in quel di Budapest dove ebbe la meglio del formidabile campione di casa, Michael Szabados. Ma la racchetta da tennis lo ha poi conquistato, deliziando il mondo con un dritto di “polso” retaggio proprio dell’attività di tennis tavolo, e con la stagione che si avvia in Australia con lo Slam sui campi in erba del White City Stadium di Sidney Perry è già il migliore, battendo nel corso del torneo cinque giocatori australiani, nell’ordine Poidevin, Rodgers, Hopman, McGrath e all’atto decisivo “gentleman” Jack Crawford, detentore del titolo e numero 1 del mondo, nonché beniamino del pubblico locale, con l’inequivocabile 6-3 7-5 6-1. Non certo appagato, l’inglese mette in saccoccia anche la coppa riservata ai vincitori del doppio, quando associato al connazionale Pat Hughes completa un inverno australe con i fiocchi battendo Quist e Turnbull in cinque set.

Da qui ha inizio un triennio di dominio che porterà Perry a sua volta ad un passo dal Grande Slam. Ma senza mai riuscirci, vittima della sfortuna. Al Roland-Garros, ad esempio, dopo aver facilmente disposto dei francesi Augustin e Merlin ed ancora di Hopman, si infortuna ad una caviglia nel match di quarti di finale con Giorgio De Stefani, lasciando via libera al veronese, già finalista nel 1932 battuto da Cochet, che si impone in quattro set. La rivincita si consuma qualche settimana più tardi, quando Perry si presenta a Wimbledon con le credenziali di numero due del tabellone, rischiando al terzo turno con il cecoslovacco Roderich Menzel battuto in rimonta 6-2 al quinto set, lasciando un set all’americano George Lott ai quarti e due all’altro statunitense Sidney Wood in semifinale, per infine rinnovare la sfida con Crawford in finale, per un altro successo che non ammette repliche, 6-3 6-0 7-5. La seconda Coppa Davis consecutiva, 4-1 agli Stati Uniti, ed il bis a Forest Hills dove solo il sudafricano Vernon Kirby in semifinale e soprattutto Wilmer Allison in finale, che rimonta due set di svantaggio prima di arrendersi 8-6 al set decisivo, provano ad opporsi allo strapotere di Perry che a fine stagione è indiscutibilmente proclamato numero 1 del mondo.

Il Grande Slam diventa quasi un’ossessione per Perry, e se l’inglese non riesce a completarlo non può proprio farsene una colpa. Nel 1935, se perde stavolta in Australia contro il solito Crawford dopo aver vendicato con De Stefani l’onta parigina dell’anno prima vincendo con un triplice 6-0, infrange invece il tabù Roland-Garros battendo ancora Crawford nell’ennesima sfida di semifinale risolta in tre rapidi set e il tedesco Gottfried Von Cramm in finale in quattro set, per poi replicare nel giardino amico di Wimbledon, davanti al pubblico che lo adora, superando ancora nelle due ultime sfide Crawford in quattro set e Von Cramm 6-2 6-4 6-4. Le vittorie con un giovane Frank Parker e con Frank Shields sembrano far da antipasto al terzo successo di fila agli US Open, ma ancora una volta la sfortuna ci mette lo zampino, stavolta sotto forma di un infortunio alla schiena cadendo nel corso della semifinale con Allison che in tre set, 7-5 6-3 6-3, riscatta la sconfitta dell’anno prima in finale.

Nondimeno la stagione di Perry è da incorniciare, seppur segnata da due sconfitte brucianti, perché con il successo di Parigi l’inglese diventa il primo tennista della storia capace di imporsi in tutti e quattro i tornei dello Slam, impresa in seguito replicata solo da Don Budge, Roy Emerson, Rod Laver, Andrè Agassi, oltre ovviamente al terzetto dei campionissimi di oggi, Federer, Nadal e Djokovic.

Il 1936 è l’ultima stagione di Fred Perry, non solo come giocatore di vertice, ma anche in qualità di amatore. Rinuncia al viaggio in Australia ad inizio stagione, ma come sua abitudine raggiunge la finale negli altri tre appuntamenti dello Slam. Ed esattamente come dodici mesi prima l’avversario “europeo” è Von Cramm, che stavolta lo batte al Roland-Garros in una sfida risolta 6-0 al quinto set, per poi arrendersi a Wimbledon dove Perry firma un successo memorabile, 6-1 6-1 6-0, che gli vale la terza vittoria consecutiva all’All England Lawn Tennis and Croquet Club. Filotto che non riusciva dai tempi di Anthony Wilding, che fece poker dal 1910 al 1913, e che non si vedrà poi fino ai tempi del pokerissimo di Bjorn Borg, dal 1976 al 1980. L’anno per Perry si chiude con la quarta vittoria in Coppa Davis ed il ritorno sul trono di New York, battendo in finale quel Don Budge che già lo aveva impegnato in semifinale a Wimbledon.

E’ la fine annunciata di un regno. Perry ha solo 27 anni e la sua ultima vittoria contro un giovanotto di sei anni più giovane, appunto Don Budge che cede solo 10-8 al quinto set di una sfida entusiasmante, è l’epilogo di una carriera da mattatore. Nel corso del match l’esperienza, la forza d’animo e la capacità di giocare al meglio i punti decisivi hanno permesso a Fred di salvare la corona di re del tennis. Ma per le sue umili origini Perry non può permettersi ancora un’esistenza da globe trotter, senza un soldo in tasca per le inderogabili regole dello sport amatoriale che gli impediscono di monetizzare i successi tennistici. Ergo, accetta l’offerta di Bill Tilden per una tourneè professionistica con Vines, lasciando campo libero allo stesso Don Budge, rampante che probabilmente non avrebbe necessitato dell’uscita di scena di Perry per affermarsi come suo successore nel firmamento internazionale.

Perry lascia all’Inghilterra la pesante eredità di otto titoli del Grande Slam e quattro successi consecutivi in Coppa Davis con 34 vittorie in 38 incontri; soprattutto mette fine, con il suo passaggio al professionismo, al dominio dei sudditi di sua Maestà. Toccherà ad uno scozzese, tanti e poi tanti anni ancora dopo, far tornare la bandiera dell’Union Jack sul pennone più alto del grande tennis. Sissignori, Andy Murray, ma questa è storia contemporanea e non ci appartiene, perché il nostro mestiere profuma di antico.

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