LA TRAGICA STORIA DI “CARTAVELINA” SINDELAR, CHE DISSE NO ALL’ANSCHLUSS

sindelar
Sindelar in azione – da lacrimediborghetti.com

articolo di Giovanni Manenti

Molto spesso, anzi direi anche troppo, si abusa nel linguaggio massmediatico moderno del termine eroe per definire persone che – pur senza alcun dubbio ammirabili per il loro impegno e la relativa professionalità – altro non fanno che espletare i compiti derivanti dalle rispettive attività lavorative, siano essi medici, vigili del fuoco ed altri ancora.

Ben diverso, a mio avviso, è il caso di chi, in nome di un ideale o di una nobile causa, mette a repentaglio la propria vita non volendosi piegare al potere ed ai soprusi di personaggi che vogliono soggiogarne la volontà, ben sapendo che ciò può definirne il relativo destino sino alle estreme conseguenze.

Ed uno di questi eroi è il calciatore austriaco Matthias Sindelar, uno dei più forti attaccanti del periodo intercorrente tra le due guerre, e che mai ha voluto accettare e piegarsi all’emergente regime nazista, culminato con l’annessione dell’Austria (da allora divenuta “Ostmark“, ovvero Regione orientale) alla Germania – il tristemente famoso “Anschluss” – avvenuta nell’aprile 1938.

Nato ad inizio febbraio 1903 nella Moravia austriaca da una famiglia di presunte origini ebraiche, anche se di religione cattolica, Sindelar si trasferisce sin da bambino nella capitale Vienna, subendo un primo schiaffo dalla vita con la perdita del padre, che svolgeva attività di muratore, sull’Isonzo nel corso della prima guerra mondiale, così dovendosi adattare ad aiutare la madre nella conduzione di una lavanderia unitamente alle tre sorelle, trovando poi un impiego in un’officina meccanica.

Unico svago concesso, il pallone, con cui si esibisce in strada mettendo in mostra una tecnica naturale sopraffina che lo distingue dagli altri suoi coetanei e che non sfugge agli abili scopritori di talenti viennesi, ottenendo appena diciottenne un ingaggio dall’Herta Vienna, dal quale poi passa alla ben più famosa Austria Vienna l’anno successivo, che ha appena conquistato il titolo nazionale, non senza aver rischiato di concludere anzitempo l’attività agonistica complice la rottura del menisco del ginocchio destro, fortunatamente per lui rimesso a posto dal dottor Hans Spitzy, famoso medico viennese.

Ed anche se ciò comporta il fatto che per il resto della carriera Sindelar giochi sempre con il ginocchio destro protetto da una fascia elastica, non incide minimamente sia sulle proprie qualità tecniche che sul rendimento in campo, le cui armoniche movenze, l’eccellente controllo della palla, l’abilità e la fantasia con cui si libera in dribbling spesso ubriacanti dei vari avversari, gli valgono l’appellativo di “cartavelina” (“der papierene” in tedesco ), o anche di “Mozart del pallone“, con cui è ancor oggi ricordato.

Ma, per tornare al calcio giocato, Sindelar, che nel 1926 conquista con l’Austria Vienna il suo unico titolo di campione austriaco, dovendo negli oltre dieci anni successivi sottostare alla superiorità delle altre tre – Admira, First e Rapid Vienna – formazioni della capitale, deve la sua fama per le sue prestazioni in campo internazionale che con il proprio club di appartenenza.

Piccola digressione, nel 1927 nascono due importanti competizioni a livello continentale che possono essere paragonate all’attuale Campionato Europeo per Nazioni l’una ed alla Coppa dei Campioni per club l’altra, vale a dire la Coppa Internazionale e la Mitropa Cup (acronimo di “Mittel Europa Cup“), a cui partecipano formazioni di Italia, Svizzera, Austria, Cecoslovacchia ed Ungheria.

Del resto, con i paesi britannici chiusi nel loro supponente isolazionismo, non si può negare che tali manifestazioni rappresentassero all’epoca il meglio del meglio del calcio mondiale, basti pensare che ai Mondiali del 1934 in Italia la finale fu tra Italia (che aveva eliminato l’Austria in semifinale) e Cecoslovacchia, mentre quattro anni dopo a Parigi furono gli ungheresi a sfidare gli azzurri nell’atto conclusivo.

Fatta questa doverosa premessa, dopo che la prima edizione della Coppa Internazionale era stata vinta dall’Italia (la manifestazione si svolgeva con gare di andata e ritorno tra le cinque nazioni partecipanti, con vittoria alla squadra che aveva ottenuto il maggior numero di punti), nella seconda le cose non si mettono bene per gli austriaci che, nelle prime tre gare, vengono sconfitti 1-2 a Milano dall’Italia, superano a fatica 2-1 la Cecoslovacchia a Vienna e, ancora al “Prater“, viene loro imposto il pari a reti bianche dall’Ungheria, ma c’è un però…

Già, perché il commissario tecnico Hugo Meisl, irritato da una prestazione incolore di Sindelar in una amichevole con una selezione tedesca persa per 5-0 ed in cui aveva ecceduto con i suoi virtuosismi a scapito del gioco di squadra, aveva deciso di escluderlo dalla selezione, salvo dover cambiare idea sulle pressioni della Federazione e della stampa, reintegrandolo in occasione dell’amichevole contro la Scozia del maggio 1931 e vinta per 5-0, con successivo positivo cammino in Coppa, in cui l’Austria non subisce sconfitte nelle successive cinque gare e conquista il trofeo con 11 punti rispetto ai 9 dell’Italia, cui viene restituito il 20 marzo 1932 al “Prater” di Vienna il 2-1 dell’andata, grazie ad una doppietta dello stesso Sindelar in tre minuti, dal 56′ al 58′.

Ma oltre ai successi con la nazionale, Sindelar mette la propria firma anche sulla Mitropa Cup, il cui primo successo giunge nel 1933 quando a farne le spese sono le due formazioni italiane iscritti alla manifestazione, vale a dire la Juventus in semifinale e l’Inter in finale.

Contro i bianconeri, che, giova ricordare, annoverano in squadra ben nove giocatori (Combi, Rosetta, Calligaris, Varglien, Monti, Bertolini, Borel, Ferrari ed Orsi) che faranno parte l’anno successivo dei convocati dal commissario tecnico Pozzo per i Mondiali del 1934 in Italia, Sindelar rompe l’equilibrio dopo soli 3′ dal fischio d’inizio della gara d’andata disputata il 9 luglio 1933 a Vienna e terminata sul 3-0 per l’Austria Vienna, con Monti talmente imbufalito nel non riuscire a marcarlo, tanto da ricorrere al fallo sistematico che induce l’arbitro a cacciarlo dal campo a 5′ dal termine, con il risultato che tre minuti dopo Spechtl mette il sigillo al successo austriaco.

Difeso con tranquillità il vantaggio una settimana dopo al ritorno, concluso sull’1-1, all’Austria Vienna tocca far visita, il 3 settembre seguente, all’Ambrosiana-Inter sul campo dell’Arena Civica di Milano per la gara di andata della finale, uscendo sconfitta per 1-2 dopo che, sullo 0-0, il portiere nerazzurro Ceresoli respinge un calcio di rigore calciato da Stroh, per poi consentire a Meazza e Levratto di costruire il doppio vantaggio interista prima della fine della prima frazione di gioco, mitigato da un acuto di Viertl nella ripresa.

Appena cinque giorni dopo le due squadre si affrontano a Vienna per la gara di ritorno, in cui Sindelar è il protagonista assoluto, dapprima portando in vantaggio i suoi trasformando un calcio di rigore a fine primo tempo e poi, dopo che l’Ambrosiana-Inter era rimasta in nove per la doppia espulsione di Demaria al 75′ e di Allemandi al 77′, ergendosi a protagonista assoluto nel finale di gara, mettendo a segno altre due reti per la tripletta personale, inframezzate da uno spunto vincente di Meazza, per il 3-1 conclusivo che consegna il trofeo alla formazione austriaca.

I resoconti e le testimonianze dei propri giocatori (anche l’Ambrosiana contribuisce alla spedizione mondiale con quattro giocatori, Allemandi, Castellazzi, Meazza e Demaria) impensieriscono non poco Vittorio Pozzo che deve affrontare nella semifinale mondiale di Milano il “Wunderteam” (“La squadra delle meraviglie“, come era stata denominata), che si presenta all’appuntamento iridato con un ruolino costituito da 18 vittorie, 4 pareggi e solo 3 sconfitte negli ultimi tre anni, tra cui uno stop per 3-4 a Stamford Bridge contro i maestri inglesi che la stessa stampa d’oltremanica riconosce ingiusto in quanto “Non ci può essere alcun dubbio che l’Austria sia stata superiore” (“The Manchester Guardian“), “Vittoria e basta così!” (ammonisce “The Times“), mentre tra le vittorie spicca un sensazionale 8-2 (!!!) rifilato all’Ungheria ad aprile 1932, in cui Sindelar realizza tre reti e fornisce i cinque assist per le altre segnature.

Per Pozzo la soluzione è una sola, vale a dire affidare “il Mozart del calcio” alle amorevoli cure di Luisito Monti, deciso a riscattare la magra figura subita poco meno di un anno prima in Coppa con la Juventus, e stavolta, complice anche una direzione di gara compiacente (della quale la Federazione austriaca avrà a dolersi non poco) riuscirà, più con le cattive che con le buone, a limitare il talento austriaco e consentire all’Italia di capitalizzare al massimo la contestata rete di Guaita messa a segno al 19′, pur se nel dopo gara il centravanti azzurro Angiolo Schiavio avrà a dichiarare, riferendosi al pari numero austriaco “Sindelar era imprendibile, Monti non ce la faceva proprio con quel diavolo!“.

Archiviata la delusione mondiale, Sindelar si riscatta con l’Austria Vienna nella Mitropa Cup, dove nel 1935 viene eliminato in semifinale dal Ferencavros dopo aver realizzato 8 reti (tra cui la consueta tripletta all’Ambrosiana-Inter nel 3-1 al Prater del 23 giugno) in 7 partite, per poi conquistare il secondo trofeo l’anno successivo, in cui è decisivo nella doppietta rifilata all’Ujpest nella semifinale di ritorno vinta per 5-2 al Prater dopo aver perso 1-2 all’andata, e quindi subire una seconda eliminazione in semifinale, sempre ad opera degli ungheresi del Ferencvaros nell’edizione 1937, in cui va a segno in tutte e sei le gare disputate.

Per Sindelar ed i suoi compagni di nazionale, il prossimo obiettivo sono i Campionati Mondiali di Francia 1938, per i quali si sono qualificati avendo superato per 2-1 la Lettonia, ma fosche nubi si addensano sul cielo di Vienna, sotto forma della pretesa annessione dell’Austria alla Germania, avvenuta con l’invasione del suolo austriaco da parte dell’esercito tedesco il 12 marzo 1938 ed alla quale Hitler vuole dare una parvenza di legalità con il farsesco plebiscito previsto per il successivo 10 aprile 1938, preceduto una settimana prima dalla “Partita della riappacificazione” (“Anschlussspiel“) tra le nazionali tedesca e austriaca che sanciva, di fatto, la fine del “Wunderteam“.

Organizzata al Prater viennese, tale gara doveva essere una sorta di semplice passerella, alla quale i giocatori austriaci ottennero il permesso di indossare una divisa rossa con pantaloncini bianchi (i colori della loro bandiera) e che, nelle intenzioni, per non dire pressioni, dei gerarchi nazisti presenti all’appuntamento, avrebbe dovuto concludersi con un nulla di fatto.

Un “diktat“, quest’ultimo, che non va per niente a genio a Sindelar, dichiaratamente contrario all’ideologia nazista, il quale, portando anche al braccio la fascia di capitano, si incarica di sbloccare al 70′ le sorti dell’incontro per poi andare ad esultare sotto la tribuna delle autorità, un gesto a cui fa poi seguito il rifiuto, assieme al compagno Karl Sesta (autore pochi minuti della rete del definitivo 2-0) di eseguire il saluto nazista al termine della contesa, come il cerimoniale imponeva.

Resta quella l’ultima occasione in cui indossa la maglia della nazionale del suo paese (con cui ha totalizzato 43 presenze con 26 reti all’attivo), rifiutandosi di partecipare ai Mondiali nelle file della Germania – al contrario dei suoi compagni Hahnemann, Mock, Neumer, Pesser, Schmaus e Stroh – che esce ingloriosamente dalla rassegna iridata, sconfitta 4-2 dalla Svizzera dopo essere stata in vantaggio 2-0, con il selezionatore Sepp Herberger che, avendo capito i motivi della decisione di Sindelar, decide di non insistere per fargli cambiare idea, pur sapendo che era ancora il più forte, nonostante i 35 anni, e che sarebbe stato di estrema utilità per la squadra.

Con l’inasprimento delle leggi razziali e l’epurazione degli ebrei, Sindelar, che aveva rifiutato una consistente offerta dell’Arsenal per giocare in Inghilterra, nonostante non gli dispiacesse il lusso, avendo sprecato buona parte dei suoi guadagni in abiti firmati e macchine di pregio, nonché nella compagnia di belle ragazze, abbandona il calcio nell’estate 1938 per acquistare un bar da un precedente gestore ebreo, permettendo comunque alla clientela ebrea di continuare a frequentare il locale, così come non osserva il divieto imposto dalle autorità di salutare il suo vecchio presidente all’Austria Vienna, Michael Schwarz, che aveva dovuto, al pari di ogni dirigente delle altre società, dimettersi dall’incarico in quanto di fede giudaica.

Questo atteggiamento, unitamente alla sua dichiarata fede antihitleriana, fa sì che il locale sia di frequente piantonato e tenuto sotto osservazione dagli uomini della spietata Gestapo – la famigerata polizia segreta della Germania nazista – e non stupisce più di tanto che, la mattina del 23 gennaio 1939, egli non possa aprire l’esercizio, dato che si trova morente in camera da letto, con a fianco la sua ultima conquista, l’italiana di origine ebraica Camilla Castagnola.

L’autopsia parlò di intossicazione da monossido di carbonio, il che può anche essere vero, è un incidente purtroppo abbastanza frequente anche ai nostri giorni, ma non mancarono le voci relative ad un suicidio, visto che la “corte” che gli faceva la Gestapo avrebbe potuto condurlo in un campo di concentramento, oppure che sia stata la stessa polizia segreta ad architettarne la morte, dato che la relazione con una donna ebrea poteva essere stata la classica “goccia che aveva fatto traboccare il vaso“.

Vi fu anche chi, a sostegno delle proprie tesi, ebbe ad evidenziare la rapidità con cui vennero eseguite le esequie, ma anche in questo caso la versione ufficiale era abbastanza convincente, in quanto qualora le indagini avessero accertato si fosse trattato di suicidio, non avrebbe avuto diritto al funerale religioso, fatto sta che l’incartamento relativo alla sua scomparsa non venne mai più trovato.

Ma il suo pubblico, che tanto lo adorava, dette un’ultima grande manifestazione di affetto per il proprio idolo, con oltre 20mila persone a partecipare al suo funerale, ultimo schiaffo dato, da morto, a quel regime dittatoriale che tanto detestava.

E poi, forse, è anche giusto così, se la sua fine doveva essere quella di venire deportato in un campo di concentramento, perché, come dice Guccinigli eroi son tutti giovani e belli!“.

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