NEW YORK VS.LAKERS 1970, LA PRIMA FINALE NBA DEL “DOPO RUSSELL”

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Walt Frazier al tiro – da nbalife.it

articolo di Giovanni Manenti

Se mai vi è stata una squadra in grado di esercitare un predominio assoluto nella propria disciplina, questa non può essere altro che i Boston Celtics di coach Red Auerbach e Bill Russell, capace di costituire una dinastia nel basket professionistico Usa iniziata nel 1957 e proseguita durante l’intera decade successiva, periodo in cui “The Celts” per 12 volte su 13 stagioni vincono il titolo della “Eastern Division” (non ancora “Conference” stante il limitato numero di squadre – appena 7 per ogni costa – partecipanti), cui aggiungono la conquista del titolo assoluto di campioni NBA in addirittura 11 occasioni, perdendo l’unica finale con la vincente della “Western Division“, i Saint Louis Hawks nel 1958, per poi infilare una serie di ben 8 titoli consecutivi dal 1959 al 1966.

E, se da una parte vi era una dinastia vincente, dall’altro lato dell’oceano, sulla costa californiana, un’altra prestigiosa franchigia, i Los Angeles Lakers, viveva profonde crisi depressive, dato che in ben quattro occasioni – nel 1962, 1963, 1965 e 1966 – aveva conteso “The Ring” (“l’Anello“) agli eterni rivali, uscendone sempre regolarmente sconfitta, nonostante la presenza nel roster gialloviola di futuri “Hallfamers” quali Jerry West ed Elgin Baylor, tradizione che viene puntualmente rispettata anche nel 1968 e 1969 dopo che nel 1967 il titolo era andato ai Philadelphia 76ers.

In particolare, la sconfitta del 1968 lascia una traccia indelebile nelle menti e nel morale dei Lakers, i quali si erano aggiudicati in estate le prestazioni dell’unico centro in grado di opporsi allo strapotere sotto canestro di Bill Russell, vale a dire quel Wilt Chamberlain artefice principe del trionfo dei Sixers nel 1967 dopo aver sconfitto 4-1 i Celtics nella finale della “Eastern Division“, con una media nei playoff di 21,7 punti e 29 (!!!) rimbalzi a partita.

Con Chamberlain dominante sotto i tabelloni con 21 rimbalzi di media (e 20,5 punti) a partita in stagione regolare, e West e Baylor a martellare dal perimetro con 25,9 e 24,8 punti/gara, i Lakers, forti del vantaggio del fattore campo, ritenevano di poter finalmente avere la meglio – al sesto tentativo in sette stagioni – degli ormai usurati Celtics, in cui il solo Bill Russell, a 35 anni compiuti, restava della formazione che ne aveva inaugurato nel 1957 l’era vincente.

Ma, ancora una volta, la fortuna non assiste i Lakers, con la serie che giunge a gara-7 a seguito del rispetto del fattore campo nei precedenti sei incontri – pur se in gara-4, avanti 88-87 a 7″ dalla sirena e con palla in mano, i californiani riescono nella non facile impresa di perdere 89-88 – e, con il Forum pronto a festeggiare il ritorno al titolo nella “Città degli Angeli” a 15 anni di distanza dal successo dei Minneapolis Lakers di George Mikan, la dea bendata dimostra nuovamente la sua preferenza per i Celtics quando, sul 103-102 a loro favore, un tiro allo scadere dei 24″ della riserva Keith Erickson scagliato dalla linea dei liberi coglie il secondo ferro solo per alzarsi perpendicolarmente e ricadere dentro la retina per il 105-102 ad 1’33” dal termine, poi difeso per il 108-106 finale che consegna l’11esimo anello in 13 anni alla squadra del trifoglio.

La frustrazione in casa Lakers è altissima – e ben magra consolazione è l’assegnazione a Jerry West del premio di “MVP of the NBA Finals“, primo caso in cui il riconoscimento viene assegnato ad un giocatore della squadra sconfitta – ma la vita va avanti e, con l’abbandono di Russell e la conseguente magra stagione dei Celtics nel 1970 – concluderanno con un record negativo di 34-48 e fuori dai playoff – le speranze di poter finalmente tornare ad essere una squadra vincente e togliersi di dosso la scomoda etichetta di perdenti di successo, stimolano la franchigia, sotto la guida del nuovo coach Joe Mullaney che ha rilevato Butch van Breda Kolff, cui sono state fatali le doppie sconfitte in finale coi Boston Celtics dei due anni precedenti, ma il destino non sembra avere ancora preso in simpatia Jerry West & Co., sotto forma stavolta di un infortunio al ginocchio occorso a Wilt Chamberlain il 7 novembre 1969 nella gara persa 120-122 al Forum contro i Phoenix Suns.

Senza il loro centro titolare, i Lakers riescono comunque a chiudere la stagione regolare con un record di 46-36 che garantisce loro il secondo posto nella “Western Division” dietro agli Atlanta Hawks di Lou Hudson e Walt Bellamy, ma anche la pressoché sicura perdita del fattore campo in caso di arrivo alla finale per il titolo, visto che nella “Eastern Divisioni New York Knicks hanno chiuso con un 60-22, seguiti dai Milwaukee Bucks con 56-26 ed anche i terzi ammessi alla “post season”, i Baltimore Bullets, hanno registrato una record di 50-32 superiore a quello del team di Mullaney.

Una buona notizia, finalmente, in casa Lakers deriva dall’inatteso ritorno alle gare di Chamberlain, il quale rientra sul parquet il 18 marzo 1970, in occasione della terz’ultima partita della stagione regolare, cosa che viene presa come un buon auspicio in vista della disputa degli imminenti playoffs che vedono Los Angeles abbinata a Phoenix, serie che i gialloviola portano a casa rimontando da 1-3 dopo aver perso gara-2 al Forum 101-114 e recuperando il vantaggio del fattore campo andando a vincere 104-93 gara-6 in Arizona grazie al parziale di 31-20 nell’ultimo quarto ed ai 35 punti di un immarcabile Jerry West.

Scampato il pericolo, i Lakers spazzano via 4-0 gli Hawks nella “Western Division Final“, con due convincenti successi (119-115 e 105-94) in Georgia prima di dover ricorrere al tempo supplementare in gara-3 al Forum, vinta 115-114 e poi concludere la serie ancora sul parquet amico con un netto 133-114 che, al solito, porta la firma di uno strepitoso West, autore di 39 punti, cui dà una sostanziosa mano Baylor con i suoi 31 a referto.

Sulla costa opposta, i Knicks di uno straripante Willis Reed – MVP della stagione regolare con 21,7 punti e 13,9 rimbalzi di media a partita, oltre che MVP dell'”All Star Game” 1970 vinto dall’Est sull’Ovest per 142-135 – compiono un percorso similare ai Lakers per giungere all’appuntamento conclusivo della stagione, soffrendo per eliminare 4-3 i Baltimora Bullets dopo essere stati in vantaggio 2-0 nella serie e poi, al contrario, disporre con sufficiente facilità (4-1) dei Milwaukee Bucks, nelle cui file debutta nella lega, ottenendo il premio di “Rookie dell’anno“, un certo Lew Alcindor, il quale diverrà uno dei centri più dominanti della storia della NBA con il più conosciuto nome di Kareem Abdul-Jabbar e che chiude la sua prima stagione con un record di 28,8 punti, 14,5 rimbalzi e 4,1 assist di media/partita!

Con il vantaggio del fattore campo dalla loro, i Knicks si aggiudicano il 24 aprile 1970 una gara-1 dall’andamento talmente altalenante da vederli in vantaggio per 50-30 per poi andare all’intervallo lungo sul 65-54 e quindi venire rimontati dai Lakers nel terzo periodo, chiuso sul 92-89 a favore dei californiani, prima che il decisivo apporto di Riordan e Cazzie Russell siglasse un parziale di 35-20 nell’ultimo quarto per il 124-112 definitivo, al quale Reed mette la propria firma con 37 punti, 16 rimbalzi e 5 assist.

Ma l’esperienza in questo tipo di competizione viene fatta valere dai Lakers tre giorni dopo in gara-2, con Chamberlain maggiormente votato a difendere su Reed, limitato, si fa per dire, a soli 29 punti, e con l’incontro che scivola via punto a punto (81 pari a fine terzo periodo) sino alle battute conclusive, quando dapprima Walt Frazier segna per i Knicks il canestro del 103 pari con 1′ ancora da giocare, quindi West realizza entrambi i tiri liberi per fallo subito da Riordan e quindi è Chamberlain a mettere il sigillo al successo di Los Angeles al “Madison Square Garden” stoppando un tentativo di Reed per il 105-103 che pareggia la serie e volge a favore dei Lakers il vantaggio del fattore campo.

Si cambia costa e, con il Forum di Inglewood desideroso di poter finalmente coronare il sogno di un titolo così lungamente atteso, i Lakers aggrediscono i Knicks in gara-3 il 29 aprile, portandosi a metà gara in un vantaggio apparentemente rassicurante di 56-42, ma non si vincono 60 gare in stagione regolare per caso, ed il quintetto di coach Red Holzman inizia nella ripresa a ridurre progressivamente lo scarto, riportando la sfida in parità sul 96-96 con 2′ ancora da giocare, con il punteggio ancora sul 100 pari con soli 18″ restanti.

E qui va in scena una delle situazioni più esaltanti di una finale NBA, con Frazier a portare avanti i Knicks 102-100 con soli 3″ sul cronometro, ma sufficienti affinché West potesse mettere a segno uno strabiliante canestro da oltre 18 metri che manda le squadre al supplementare, salvo che per Chamberlain, il quale, proveniente dalla ABA, era convinto che il tiro di West valesse 3 punti ed invece, nonostante la frustrazione per il pareggio ottenuto in tal modo, i Knicks riescono a vincere l’incontro per 111-108 riportandosi in vantaggio nella serie.

Serie che vive il suo momento clou nelle due partite (5 e 7) disputate al Madison Square Garden, dopo che i Lakers hanno portato la sfida sul 2-2 con un convincente successo per 121-115 (con 37 punti di West e 30 di Baylor) in gara-4, per quelle che passeranno poi alla storia come le “Willis Reed Finals“.

Succede, difatti, che il 4 maggio, verso la conclusione del primo quarto di gara-5, con i Lakers in vantaggio 25-15, Reed si produca uno strappo muscolare alla coscia in un “uno contro uno” avendo di fronte Chamberlain, circostanza che lo costringe a saltare il resto dell’incontro e Los Angeles ad approfittare della situazione con il 2,13 originario di Philadelphia a fare il bello ed il cattivo tempo sotto i tabelloni per il 53-40 con cui si conclude il primo tempo.

La situazione negli spogliatoi del Garden non è delle più rassicuranti, perdere l’incontro con la prospettiva di andarsene in California senza il loro centro titolare non è certo delle più allegre, quando ecco che viene in loro sostegno la mente grigia del futuro senatore Usa Bill Bradley – nonché vincitore della Coppa dei Campioni 1966 nel suo anno in Italia con il Simmenthal Milano – il quale suggerisce ad Holzman di rinunciare ad un pivot per marcare Chamberlain, favorendo un quintetto basso tale da impedire, o quanto meno ridurre, i rifornimenti al monumentale numero 13.

L’idea di Bradley viene sposata dal coach e si rivela vincente tanto che, come in gara-3 a Los Angeles, le guardie di New York iniziano a bombardare il canestro e a mettere in atto veloci contropiedi che trovano impreparata la difesa dei Lakers, con West incapace di mettere a segno nella ripresa un solo tiro dal campo e Chamberlain limitato a soli 4 punti dopo i 18 messi a segno nella prima parte dell’incontro, mentre i 19.500 spettatori del Garden, che non credono ai propri occhi, incitano i loro beniamini al grido di “Let’s go Knicks!” trascinandoli ad una delle più incredibili vittorie di una serie finale per il 107-100 conclusivo (parziale di 67-47 nella ripresa!!!).

Era stato il gioco di squadra ad esaltare i Knicks, con i punti quasi equamente ripartiti tra i vari componenti, ma non era logico pensare che una tale circostanza potesse ripetersi in gara-6 a Los Angeles dove, il 6 maggio 1970, i ricomposti Lakers infieriscono senza pietà sugli avversari orfani di Reed, con un 135-113 in cui Chamberlain, senza il suo rivale a fronteggiarlo, mette a referto qualcosa come 45 punti (!!!), seguito dal consueto “over 30” di West, che a propria volta chiude a quota 33.

L’andamento di gara-6 rende sin troppo evidente una cosa, e cioè che se i Knicks vogliono avere una chance di vincere, due giorni dopo, l’8 maggio 1970, la decisiva sfida di gara-7 al Garden, non possono rinunciare a Reed, la cui presenza è comunque in forte dubbio sin dentro lo spogliatoio prima della gara, tant’è che i suoi compagni scendono sul parquet per il riscaldamento senza di lui, mentre il medico si sta prodigando con delle infiltrazioni per cercare di fargli giocare quanto meno uno scampolo di partita.

E vi lascio pertanto immaginare il boato del pubblico quando un Reed in tuta e claudicante esce dal tunnel che dagli spogliatoi porta sul parquet, il loro simbolo non vuole mancare all’appuntamento più importante della sua carriera sino a quel momento, per dare il proprio contributo, tecnico ma soprattutto morale, ai suoi Knicks, lasciando, di contro, attoniti i Lakers i quali addirittura interrompono l’allenamento per sincerarsi che fosse tutto vero.

L’impatto di Reed sul match ha l’effetto di modificare l’inerzia della gara prima ancora che essa abbia inizio, con l’esito di raddoppiare le forze e le energie dei propri compagni, veri e propri leoni scatenati che mordono gli avversari alle caviglie e li distruggono a rimbalzo, spronati dal proprio indiscusso leader che mette a segno i primi due (e suoi unici) canestri della partita per poi dedicarsi per tutto il primo tempo alla marcatura di Chamberlain e quindi abbandonare la contesa con New York avanti all’intervallo di ben 27 (!!!) punti, per un 69-42 incolmabile da recuperare per West & Co., e che i Knicks gestiscono nel secondo tempo sino al 113-99 finale che sancisce il primo titolo NBA per la franchigia della “Grande Mela” e, dall’altro lato, la prosecuzione della maledizione che vede i Lakers uscire sconfitti in finale per la settima volta negli ultimi 9 anni!

Probabilmente la chiave del successo dei Knicks fu la vittoria in gara-5, “uno degli incontri di basket più spettacolari mai disputati…“, avrà in seguito a dichiarare Dave DeBusschere, che in quella sfida dovette sobbarcarsi il duro lavoro di marcare Chamberlain, ma l’esito di gara-7 venne indubbiamente condizionato dall’ingresso di Reed, il quale ricorda come “volevo giocare a tutti i costi, non avrei mai voluto guardarmi 20 anni dopo allo specchio e dirmi che non avevo tentato di disputare la gara!“.

A sostegno di questa tesi, valgano per tutti le parole di Walt Frazier, top scorer di gara-7 con 36 punti, quando sottolinea come “la scena dell’ingresso in campo di Willis (Reed, ndr) durante il riscaldamento rimarrà per sempre impressa nella mia mente, poiché so che se ciò non fosse accaduto, non avremmo mai vinto quella sfida!“.

Inutile dire che a Reed – che chiude la serie dei playoff con medie di 23,7 punti, 13,8 rimbalzi e 2,8 assist a partita – viene assegnato il premio di MVP anche delle NBA Finals, primo giocatore a ricevere detto riconoscimento in stagione regolare, all’All Star Game e nelle Finals in una singola annata, ma non si può negare che se lo sia meritato, no?

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