PERNILLA WIBERG, BELLEZZA E BRAVURA COME CORNICE AI TRIONFI

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Pernilla Wiberg – da mingeneration.story.aftonbladet.se

articolo di Nicola Pucci

Se Madre Natura vuole che alla bellezza si possa sposare anche la bravura, in campo sportivo così come nella vita, siamo già un bel passo avanti. Se poi, a cotanta grazia, si somma anche la capacità, destinata a pochi eletti, di rendere al meglio al momento giusto e nel posto giusto, ergo essere vincenti, ecco che il gioco è fatto. Ed è un gioco di coppe e trofei.

Esemplifichiamo l’assunto. Pernilla Wiberg, amici miei, svedesina di Norrkoeping, che a queste latitudini, tra renne e ghiacci, emette il primo vagito il 15 ottobre 1970. E la ragazzina, vispa di spirito così quanto è abile di piedi, che cresce nel culto di Ingemar Stenmark, è già sugli sci appena aver tolto il pannolino, anche se, ad onor del vero, l’affaccio alla ribalta internazionale non lascia immaginare che dietro quel visino da copertina c’è anche il talento di una futura campionessa. Partecipa senza gloria ai Mondiali juniores del 1987 a Salen, dove è solo 24esima nel gigante vinto da Deborah Compagnoni che qualche anno dopo ritroverà grande avversarie nelle kermesse più prestigiose, per non far di meglio l’anno dopo a Madonna di Campiglio, 19esima in discesa libera ben distante da tale Andrea Schwarzenberger, 22esima in supergigante a tre secondi da Sabine Ginther, 26esima in gigante sempre lontanissima dall’austriaca.

Ma l’attitudine alla vittoria è da sviluppare, così come il talento è da affinare, e due anni dopo, 1990, quando ancora non ventenne debutta in Coppa del Mondo, le prestazioni della Wiberg hanno conosciuto un sensibile miglioramento. A Vemdalen, il 13 marzo 1990, in slalom, è subito quinta, e cinque giorni dopo, sulle nevi di casa di Are, sale già sul podio, battuta da Vreni Schneider e dalla francese Patricia Chauvet.

Il dado è tratto, e quando la stagione successiva Pernilla si presenta al cancelletto di partenza, è pronta, seppur ancora giovanissima ed inesperta, a piazzare la zampata vincente. La svedese è abilissima nella serpentina tra i pali stretti dello slalom, così come disegna perfettamente le curve larghe del gigante, ed è proprio nelle discipline tecniche che può esprimere al meglio il suo potenziale. Che le regalano le prime tre perle di una magnifica carriera, con la vittoria in slalom a Bad Kleinkirchheim il 7 gennaio 1991, dove batte Maierhofer e Von Gruenigen, in gigante a Lake Louise il 13 marzo, ad anticipare Schneider e Sylvia Eder, e a Waterville Walley una settimana dopo ancora in slalom, un’altra volta a scalfire la sicurezza dominante della Schneider e la classe polivalente di Petra Kronberger.

Nel frattempo Pernilla ha certificato quel che sarà, sempre, il piatto forte del suo repertorio, ovvero l’abilità di esprimersi al meglio nelle grandi rassegne internazionali. Febbraio 1991, infattì, è tempo di Mondiali, tra le nevi austriache di Saalbach, e dopo un sesto posto in slalom che non può soddisfarne l’ambizione, ventiquattro ore dopo la Wiberg trionfa in gigante con 0″16 su Ulrike Maier, un’altra che quando c’è da competere per le medaglie sa farsi rispettare, e 0″58 sulla tedesca Traudl Haecher.

La stagione successiva, 1991/1992, è anno olimpico, e per la kermesse a cinque cerchi di Albertville la svedese si presenta con soli due podi in Coppa del Mondo, il terzo posto a Maribor e la piazza d’onore nello slalom di Grindelwald. Ma ai Giochi è tutta un’altra storia, e se in supergigante la Wiberg deve accontentarsi di un anonimo 12esimo posto nel giorno d’oro di Deborah Compagnoni, ventiquattro ore dopo Pernilla, mentre l’azzurra urla di dolore in diretta mondovisione, sbaraglia la concorrenza in gigante, lasciando Wachter e Roffe a quasi un secondo e mettendosi al collo il metallo più prezioso.

Bum, la popolarità della Wiberg sale alle stelle, le vittorie fanno il pari con il sorriso da pin-up che conquista e le pagine patinate dei tabloid, così come le tv, altri non cercano che lei. Che parla correttamente quattro lingue, socializza che è un piacere e sfreccia in Ferrari tra le strade di Montecarlo dove, nel 1995, prende residenza.

Nel frattempo la sua storia agonistica conosce un capitolo dietro l’altro. Per lo più contrassegnati dai tratti del trionfo, qualche volta invece compromettendo la gioia di vivere della ragazza di Norrkoeping. Come quando la rottura del legamento crociato del ginocchio la obbliga a saltare la rassegna iridata di Morioka nel 1993, oppure quando lo stesso infortunio, sempre al ginocchio destro, ne compromette la partecipazione alle Olimpiadi di Nagano del 1998, evento che la vede infine al via e medaglia d’argento in discesa libera, battuta solo da Katja Seizinger.

Già, le discipline veloci, che Pernilla comincia a frequentare assiduamente fin dal 1994, quando si impone in supergigante sulla pista delle Tofane a Cortina d’Ampezzo, collezionando una delle sue 24 vittorie in Coppa del Mondo, distribuite tra 14 slalom, appunto 3 supergiganti, 2 discese, 2 giganti e 3 combinate, che ne fanno una delle poche atlete del circo bianco ad essersi imposta in tutte le prove di sci alpino. La polivalenza diventa aspetto fondamentale della sua crescita tecnica e la stagione 1996/1997, con ben nove vittorie e diciotto piazzamenti sul podio, le regalano la sfera di cristallo, con un totale di 1960 punti contro i 1424 punti della Seizinger. In più, le coppette di specialità in slalom e combinata, già vinta questa anche nel 1994 e nel 1995.

Certo, i successi in Coppa del Mondo sono lì a dimostrare che lungo tutti gli anni Novanta la Wiberg è tra le stelle più abbaglianti tra le nebbie dello sci alpestre, ma il suo terreno di battaglia prediletto sono Mondiali e Olimpiadi, vetrine che consentono a Pernilla di scatenare quel furore agonistico e quell’istinto vincente che ha pochi eguali nella storia dello sci. Ecco dunque Lillehammer 1994, dove la svedese vince la medaglia d’oro in combinata ed è ai piedi del podio in discesa (anticipata da Isolde Kostner) e slalom (beffata da Katja Koren per soli 0″07), l’oro iridato in slalom a Sierra Nevada nel 1996, dove si impone anche in combinata, il bronzo in discesa a Sestriere nel 1997, e le due ultime medaglie a Vail nel 1999, dove vince ancora in combinata ed è seconda in slalom alle spalle della sorpresa di turno, l’australiana Zali Steggall.

Agile in slalom, che nondimeno resterà la sua disciplina prediletta, stilisticamente a sua agio in gigante, veloce in discesa, tecnicamente idonea alle curve ampie del supergigante, imbattibile o quasi in combinata: insomma, Pernilla Wiberg è il prototipo della sciatrice moderna e perfetta, senza punti deboli, capace di primeggiare ovunque ed in ogni condizione di neve, tanto sul ghiaccio vivo quanto sui tracciati più filanti.

Vince ancora in discesa libera a St.Moritz, il 18 dicembre 1999, sale sul podio un’ultima volta a Saalbach, sempre in discesa, l’11 gennaio 2002 ad un soffio da Hilde Gerg, per poi salutare il circo bianco con l’ultima fatica olimpica. Salt Lake City, 2002, e per Pernilla, abituata a raccolti copiosi, dopo la delusione dei Mondiali di St.Anton dell’anno precedente dove non andò oltre il settimo posto in supergigante (curiosamente la sola disciplina che non l’ha mai vista sul podio in una grande rassegna), il 14esimo posto in discesa libera a 1″53 dalla francese Carole Montillet e il 12esimo posto in supergigante a 1″30 dell’azzurra Daniela Ceccarelli significano che l’ora di dire basta è giunta.

Bellezza e bravura hanno illuminato il mondo dello sci, ora Pernilla Wiberg è pronta per la vita. Ovviamente, da vincente.

 

 

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