AMEDEO AMADEI, IL GOLDEN BOY DEGLI ANNI ’30

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Amedeo Amadei – da nanopress.it

articolo di Giovanni Manenti

Gli inizi degli anni ’30 vedono l’Italia primeggiare in ambito sportivo a livello internazionale – ottimo strumento di propaganda per il regime fascista dell’epoca – con Alfredo Binda e Learco Guerra a dominare la scena nel ciclismo, Primo Carnera campione mondiale dei pesi massimi ed una spedizione azzurra alle Olimpiadi californiane di Los Angeles 1932 che conquista un bottino di 36 medaglie, secondo solo a quello dei padroni di casa americani, con le punte delle vittorie di “Nini” Beccali sui 1500 metri, di Romeo Neri e Savino Guglielmetti nella ginnastica e di Attilio Pavesi nel ciclismo.

A queste discipline si sta aggiungendo con sempre maggior seguito anche il calcio, che dalla stagione 1929/30 ha il suo campionato nazionale a girone unico e che nel 1934 ha visto la nazionale azzurra laurearsi campione del mondo nella seconda edizione dei Mondiali organizzata dall’Italia, nonché una squadra di club, il Bologna, conquistare due volte la Mitropa Cup (acronimo di “Mittel Europa Cup“, in italiano “Coppa dell’Europa Centrale“) nel 1932 e 1934, un torneo che, all’epoca, aveva la stessa valenza della successiva Coppa dei Campioni degli anni ’50 e ’60.

Ciò nondimeno, diventare calciatore non voleva certo dire arricchirsi, e non era per niente facile per un adolescente che intendesse dedicarsi a tale sport superare le resistenze paterne, tanto più se il padre aveva un’attività commerciale già avviata ed alla quale il giovane doveva giocoforza dare il proprio contributo.

Una delle tante storie che si intrecciano in tale contesto riguarda un ragazzino di Frascati, tal Amedeo Amadei, nato a fine luglio 1921, il quale sta imparando il mestiere di fornaio dal padre, che gestisce un forno nella ridente cittadina sui Castelli Romani, ma che, emozionatosi per il successo dell’Italia ai Campionati Mondiali, vuol provare ad emulare le gesta dei suoi idoli, da Bernardini a Guaita, da Meazza a Schiavio.

C’è da vincere la resistenza paterna e poi, chissà se sia in grado di ben figurare e così, in un pomeriggio d’estate del 1935, decide di farsi in bici, assieme ad un amico, il tragitto da Frascati sino al “Testaccio” per un provino nelle file della Roma, con risultati lusinghieri, tanto che il club giallorosso decide di inserirlo nella formazione giovanile.

Quando però la lettera formale di convocazione giunge a casa Amadei, “apriti cielo“, il padre del 14enne Amedeo non ne vuole sapere di perdere due braccia più che mai utili per far andare avanti l’attività di famiglia ed ecco che, a salvare le ambizioni del fratello, giungono in soccorso le due sorelle, le quali garantiscono al padre di essere pronte ad accollarsi la parte di lavoro del fratello, mettendo così in minoranza il genitore che, seppure di malavoglia, presta il suo consenso.

Oltre alle indubbie qualità tecniche – Amadei si presenta come un’ala veloce e scattante – anche il desiderio di dimostrare la bontà della sua scelta spingono il ragazzino – subito ribattezzato “Er Fornaretto” in una città come la capitale dove i soprannomi sono all’ordine del giorno – a darci dentro in ogni allenamento, mettendo in difficoltà fior di campioni quali Serantoni, Bernardini e Monzeglio e non passando inosservato agli occhi del tecnico Luigi Barbesino che, dopo averlo provato in un’amichevole a Cagliari, lo fa esordire in prima squadra il 2 maggio 1937, a 15 anni e 280 giorni, nella gara interna contro la Fiorentina, conclusa in parità sul 2-2 ed, una settimana dopo, è proprio Amadei, segnando la sua prima rete ufficiale con la maglia della Roma, a salvare l’onore dei giallorossi, pesantemente sconfitti 1-5 a Lucca.

La dirigenza giallorossa intuisce di avere per le mani un futuro campione e decide di mandarlo a farsi le ossa per un anno in prestito all’Atalanta in Serie B, con cui nel 1939 Amadei disputa 33 partite mettendo a segno 4 reti, con i bergamaschi che falliscono la promozione in A solo per il peggior quoziente reti essendo giunti a pari merito con il Venezia al secondo posto con 43 punti.

Rientrato nella capitale, Amadei è pronto per vestire la maglia di titolare della sua Roma, sempre impiegato all’ala destra, ruolo in cui può sfruttare appieno le sue doti di agilità e di un raro controllo di palla in velocità che trasforma in deliziosi inviti per i compagni di reparto che però fanno fatica a concretizzare, con i giallorossi che concludono il campionato 1940 al settimo posto con 29 punti, a ben 15 lunghezze di distanza dall’Ambrosiana-Inter, campione d’Italia.

Difficile pensare che una squadra di così medie ambizioni possa, nell’arco di due anni, diventare campione d’Italia, tanto più che la stagione seguente le cose vanno ancor peggio, con i giallorossi che chiudono in un’anonima undicesima posizione pur confermando i 29 punti dell’anno precedente, torneo che, però, porta dentro di sé la svolta nella carriera di Amadei e nella storia della Roma.

Accade infatti che alla quarta giornata, il 27 ottobre 1940, con la Roma ad ospitare il Venezia, il centrattacco titolare Francisco Providente, un italoargentino proveniente da Boca Juniors e Flamengo che non lascerà grandi tracce di sé nel suo soggiorno romano, abbia la febbre e così il tecnico magiaro Alfred Schaffer decide di provare nel ruolo proprio Amadei, il quale ripaga la fiducia del mister mettendo a segno una tripletta nel 5-2 con cui i giallorossi liquidano gli avversari, ipotecando anche per le future cinque stagioni nella capitale la maglia numero 9, concludendo il campionato a quota 18 reti.

Liberatasi di Providente, e con l’albanese Naim Krieziu all’ala destra e l’argentino Miguel Angel Pantò a sinistra, la Roma può schierare l’anno seguente un trio d’attacco capace di produrre 36 delle 55 reti complessivamente messe a segno e che le consente di ingaggiare un serrato testa a testa con il Torino di Menti, Gabetto ed Ossola (cui l’anno successivo approderanno anche Loik e Valentino Mazzola dal Venezia per comporre uno dei più grandi attacchi della storia del calcio italiano), risolto alla terz’ultima giornata quando i giallorossi annientano tra le mura amiche l’Ambrosiana-Inter per 6-0 e scavalcano in classifica il Torino, sconfitto 1-3 proprio a Venezia.

Per Amadei, capocannoniere avendo ripetuto l’identica media di 18 reti della precedente stagione, il coronamento di un sogno, frutto anche dell’abilità tattica del tecnico Schaffer che ne aveva saputo sfruttare al meglio le caratteristiche, impostando una squadra portata più al contenimento – risulterà difatti la miglior difesa del torneo con appena 21 reti subite – e a veloci contropiede sfruttando la velocità dei suoi attaccanti Krieziu ed Amadei, con quest’ultimo inesorabile se lanciato a rete nell’uno contro uno rispetto al difensore avversario.

Da un punto di vista sportivo, sta per iniziare l’era trionfale del “Grande Torino, dal lato politico sta, viceversa, per concludersi l’era fascista con le nefaste conseguenze di una guerra che sta per rendere l’Italia, e Roma in particolare, teatro di sanguinosi scontri armati e relativi bombardamenti a tappeto, e, prima dell’interruzione dei campionati, lo stesso Amadei vive il periodo peggiore dell’intera sua vita, calcistica e familiare.

Succede, difatti, che il 23 maggio 1943, nel finale della semifinale di Coppa Italia disputata a Torino contro i granata, con il punteggio sul 2-1 per i padroni di casa, venga assegnata agli stessi una terza rete di dubbia regolarità, circostanza che determina un principio di rissa in campo, con tanto di una pedata affibbiata al guardalinee Masseroni, della cui paternità viene incolpato Amadei – si saprà in seguito che a sferrare il calcio era stato Dagianti – al quale viene comminata la squalifica a vita, una pesante ingiustizia cui va a sommarsi, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, la distruzione del forno di famiglia a seguito di un bombardamento alleato, con il nostro (la cui moglie è in attesa del primo figlio) a ritrovarsi improvvisamente nella miseria più cupa.

Buon per lui che la buona sorte non gli volga interamente le spalle, sotto forma una prima volta di un’amnistia che lo riabilita nell’aprile del 1944, consentendogli di tornare a giocare alla ripresa dei campionati, ed una seconda – ancor più importante – volta quando, dovendo essere ceduto per far fronte alla pesante crisi economica del club della capitale che scampa alla retrocessione a fine 1948 per un sol punto rispetto alla Salernitana grazie alle 19 reti messe a segno da Amadei (suo massimo in giallorosso per una singola stagione), la dirigenza della Roma accetta l’offerta dell’Inter rispetto a quella del Torino che, appena un anno dopo, perirà nella sciagura di Superga.

L’approdo all’Inter, dove forma uno strepitoso trio d’attacco con Benito Lorenzi ed Istvan Nyers, consente ad Amadei – autore di 22 e 20 reti nelle due stagioni in cui veste il nerazzurro – anche di essere convocato per la nazionale, dopo l’ostracismo nei suoi confronti palesato dal precedente commissario tecnico Vittorio Pozzo, con l’orgoglio di debuttare il 27 marzo 1949 nella vittoria a Madrid contro la Spagna, giocando a fianco di sei componenti del “Grande Torino” alla loro ultima apparizione in azzurro e siglando anche la rete del definitivo 3-1, venendo poi selezionato per i Mondiali di Brasile 1950 dove scende in campo nella gara vinta per 2-0 dagli azzurri contro il Paraguay.

Oramai alla soglia dei 30 anni, Amadei lascia Milano nell’estate 1950 per accasarsi al Napoli appena neopromosso in Serie A dove vive l’ultimo periodo della sua attività agonistica, fornendo il suo valido contributo a più che dignitose stagioni della formazione partenopea, facendo nuovamente coppia per i primi due anni con Krieziu, suo partner dello scudetto giallorosso, e nei due successivi, con lo svedese Hasse Jeppson, il primo “Mister 100 milioni” della storia del calcio nostrano.

Appese le scarpette al chiodo nel 1956 a 35 anni, dopo aver collezionato qualcosa come 490 presenze e 193 reti in sole gare di campionato, ad Amadei viene immediatamente consegnata la panchina del Napoli, che conduce nel 1958 al quarto posto in campionato mettendo in luce un gioco votato all’attacco nel quale risplende la stella del centravanti brasiliano Luis Vinicio, autore di 21 reti, ottenendo a fine stagione il giusto riconoscimento al proprio lavoro con l’assegnazione del prestigioso premio del “Seminatore d’oro“.

Resta quello, però, l’apice della sua esperienza da tecnico, interrottasi dopo contrasti con il “Comandante” Achille Lauro, e quindi riportare l’orologio della sua vita lì dove tutto era iniziato, vale a dire a gestire – con successo, peraltro – il forno di famiglia a Frascati, dove nessuno ha mai dimenticato “Er Fornaretto” che tanto lustro ha dato al paese, con la quasi scontata intitolazione del campo sportivo nel novembre 2007 con Amadei ancora in vita, spegnendosi serenamente il 24 novembre 2013, all’età di 92 anni.

Ciò gli ha impedito di vedere il suo record di esordio in giovane età nella massima divisione eguagliato lo scorso 22 dicembre 2016 dal genoano Pietro Pellegri, subentrato a Rincon all’88’ della gara tra Torino e Genoa, ma già sembra sentirlo commentare da lassù … “Ahò, ma ch’è ‘na presenza, quella? So’ du’ minuti, mica come a’ mi’ tempi, che se giocava tutta ‘a partita!“.

Grande “Fornaretto“, che te devo di’… , c’hai proprio ragione!

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