ADOLFO CONSOLINI, IL GIGANTE BUONO DELL’ATLETICA ITALIANA

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Adolfo Consolini – da mastersathletics.net

articolo di Giovanni Manenti

Ricostruire non è mai facile quando tutto è in rovina, basti pensare agli effetti catastrofici procurati da un terremoto, ma lo è ancor di più quando, alle difficoltà oggettive, si aggiungono disgregazioni politiche e sociali come quelle che il nostro paese è stato costretto ad affrontare alla fine della Seconda Guerra Mondiale, con intere città ridotte in macerie a causa dei bombardamenti ed una popolazione dilaniata dai residui di un ventennio di regime fascista, cui stava cercando di porre riparo con un’attenta e certosina opera diplomatica il primo ministro Alcide De Gasperi, il quale – nella sua veste di leader del partito di centro della Democrazia Cristiana – doveva altresì guardarsi sul fronte interno dalla crescita delle sinistre, e del Partito Comunista in particolare.

In detto scenario, può sembrare strano ma è così, una mano alla distensione la fornisce lo sport, con i suoi primi campioni del dopoguerra, a partire dal Grande Torino del presidente Ferruccio Novo e di capitan Valentino Mazzola, la squadra in assoluto più amata d’Italia, anche a causa della tragica fine negli anni a venire, per proseguire con le epiche sfide tra il “Campionissimo” Fausto Coppi ed il suo acerrimo amico/rivale Gino Bartali, le cui imprese al Tour del 1948 provvedono quantomeno ad ammorbidire il rischio di una guerra civile a seguito del vile attentato a Palmiro Togliatti.

E proprio a quattro giorni di distanza dal trionfo di “Ginettaccio” in maglia gialla al Parco dei Principi di Parigi, si apre a Londra la prima manifestazione internazionale a livello mondiale del dopoguerra, vale a dire la XIV edizione dei Giochi Olimpici, ai quali l’Italia viene ammessa – al contrario di Germania e Giappone – dopo animata discussione in seno al CIO in parte per non essere stata paese aggressore (la nostra entrata in guerra avviene a circa un anno di distanza dall’invasione tedesca della Polonia) e poi per la sottoscrizione dell’armistizio dell’8 settembre 1943 con cui il Re Vittorio Emanuele III dichiarava la caduta del fascismo.

Con anche l’Unione Sovietica, pur se invitata, a rinunciare alla partecipazione ai Giochi, l’Olimpiade londinese rappresenta un’occasione unica per ristabilire un sentimento di pace e fratellanza tra i popoli, suggellato dalla giovane età degli atleti che si contendono i posti sul podio e l’Italia ottiene un convincente bottino di 27 allori, tra cui 8 medaglie d’oro, che la collocano al quinto posto assoluto del medagliere.

Tra questi, uno in particolare risulta meritevole di citazione per tutto quanto ha dato all’atletica italiana e di cui proprio quest’anno ricorre il centenario della nascita, avendo visto la luce il 5 gennaio 1917 a Costermano Veronese (Vr), ed altri non è che il discobolo Adolfo Consolini, il quale si afferma nel lancio del disco precedendo il connazionale Giuseppe Tosi, primo e sinora unico caso di una doppietta azzurra in una specialità dell’atletica leggera alle Olimpiadi.

Particolare curioso, Consolini, già primatista mondiale con un lancio di m.53,34 eseguito il 26 ottobre 1941 al Campo Giuriati di Milano ed incrementato a m.54,23 nell’immediato dopoguerra, era stato detronizzato dall’americano Bob Fitch, il quale aveva scagliato l’attrezzo a m.54,93 l’8 giugno 1946 a Minneapolis, alla vigilia dei campionati Europei di Oslo 1946 che Consolini si aggiudica con m.53,23 davanti a Tosi, argento con m.50,39, proprio quel Tosi che, nell’anno olimpico, gli soffia pure il record europeo in due occasioni, dapprima lanciando a m.54,78 e poi a m.54,80 oltre che ad averlo battuto nelle sei occasioni in cui i due si erano incontrati.

Desideroso di scrollarsi di dosso l’etichetta di eterno secondo, il 2 agosto 1948, allo Stadio Wembley di Londra, dopo che nelle qualificazioni del mattino Consolini aveva migliorato con un lancio di m.51,08 il record olimpico di m.50,48 stabilito 12 anni prima a Berlino 1936 dall’americano Ken Carpenter, tocca a Tosi lanciare il guanto di sfida scagliando al primo tentativo l’attrezzo a m.51,78 con ciò migliorando il fresco primato olimpico del connazionale.

Gioia, per il gigante di Borgo Ticino (193cm. per 120kg.), di breve durata, in quanto Consolini raccoglie la sfida e, alla seconda prova, manda il disco ad un metro esatto di distanza oltre la misura del rivale, per il 52,78 che vale l’oro ed il record olimpico, con il vincitore dei Trials, l’americano Fortune Gordien, a salire sul gradino più basso del podio con la misura di m.50,77 ottenuta al terzo tentativo.

E, per completare il suo anno d’oro ed infliggere a Tosi un ulteriore smacco, Consolini si riappropria, il 10 ottobre 1948, sulla pedana della gloriosa Arena Civica di Milano, del record europeo e mondiale con la misura di m.55,33, primato che verrà poi superato per due volte dal citato americano Gordien l’anno seguente.

Ma chi è questo gigante buono di m.1,83 per un quintale di peso che, a 30 anni suonati, fa suonare le note dell’inno di Mameli nello stadio londinese?

Nato, come detto, agli albori del 1917, “Dolfo” (come viene affettuosamente chiamato in famiglia) è l’ultimo di cinque figli di una modesta famiglia di agricoltori, circostanza che lo condanna, presa la minima licenza elementare, a dare il suo contributo nei campi, mettendo in mostra sin da subito una forza fuori dal comune, come avrà modo di rimarcare il padre… “Dolfo rende quanto tre braccianti!“.

Queste sue capacità non passano inosservate ad un maresciallo di Verona, tal Bovi, che ne intuisce le potenzialità nel corso di una gara regionale e mette a frutto la sua autorità – non dimentichiamo che siamo in pieno regime fascista – per convincere i genitori a fare allenare il ragazzo il quale, acquisita la corretta tecnica, passa in un anno, nel 1938, da m.41,77 a m.48,87 facendo anche il suo esordio ai campionati Europei di Parigi 1938, dove ottiene un lusinghiero quinto posto con m.48.02 nella gara che vede il suo idolo Giorgio Oberweger conquistare l’argento con m.49,48 preceduto solo dal tedesco Willy Schroder, che lancia a m.49,70.

La crescita di Consolini è esponenziale, ma purtroppo il sopraggiungere degli eventi bellici con conseguente annullamento delle edizioni di Tokyo 1940 e Londra 1944 dei Giochi Olimpici gli tolgono la possibilità di ben figurare in tale contesto, stante la già sua ricordata veste di primatista mondiale assunta nell’ottobre 1941, ma la sua costanza negli allenamenti gli consente di recuperare il tempo perso con le citate vittorie agli Europei di Oslo 1946 ed alle Olimpiadi di Londra 1948.

La sua stazza è possente ma non eccezionale (Tosi, ad esempio, lo sovrasta di 10 centimetri), ciò che fa la differenza tra Consolini e gli altri è il suo baricentro basso, con gambe relativamente corte rispetto all’ampiezza delle braccia ed in più, l’abitudine praticata sin da giovane al gioco del tamburello, molto in voga dalle sue parti, fornisce una mobilità in pedana che non trova riscontri.

I successi in atletica gli consentono altresì di migliorare il proprio tenore di vita, dato che già dal 1940 si è trasferito a Miano, assunto come operaio dalla Chatillon, una ditta di tessuti, cui fa seguito, dopo l’oro di Londra, la chiamata della Pirelli, dapprima come rappresentante e poi come responsabile di magazzino.

Con la tranquillità economica alle spalle, Consolini non abbandona il suo primo amore, per non rinunciare al quale si sottopone ad una dieta a base di riso e bistecche, sveglia di primo mattino e mai eccessi, anche negli allenamenti, data l’età che avanza.

Ed i risultati non mancano, dato che Consolini è l’unico atleta Italiano a conquistare un titolo europeo per tre edizioni consecutive dei campionati – dopo Oslo 1946 si ripete a Bruxelles 1950 con m.53,75 e a Berna 1954 con m.53,44 sempre con Tosi argento (con m.52,31 e 52,34 rispettivamente) – nonché il solo che può vantare tre vittorie agli Europei nella specialità del lancio del disco – una sorta di “Al Oerter continentale” – cui aggiunge, già 35enne, un altro podio olimpico con l’argento conquistato ad Helsinki 1952 con la misura di m.53,78 (curiosamente un metro esatto meglio di quattro anni prima a Londra), battuto solo dall’americano Sim Iness con m.55,03, mentre Tosi si piazza ottavo con m.49,03.

Ce ne sarebbe a volontà per chiudere una grandiosa carriera dopo il terzo oro agli Europei di Berna, ma la passione è talmente tanta che Consolini, alla soglia dei 40 anni, si presenta anche alle Olimpiadi australiane di Melbourne 1956 dove non sfigura, qualificandosi per la finale con la terza miglior misura di m.49,93 per poi concludere con un più che onorevole sesto posto con m.52,21 mentre l’americano Alfred “Al” Oerter dà il via alla sua incredibile serie di quattro ori olimpici consecutivi.

La notizia dell’avvenuta assegnazione a Roma dell’organizzazione dei Giochi del 1960 è la molla che fa proseguire l’attività a Consolini, capace di lanciare l’attrezzo sul prato dell’Olimpico a m.52,44, ma soprattutto gli rende il meritato onore di essere, lui, il contadino della florida campagna veneta che ha conseguito la sola licenza elementare, l’atleta designato per la lettura del giuramento olimpico durante la cerimonia inaugurale dei Giochi.

E crediamo che, al di là dei record e delle medaglie vinte, non vi sia stato da parte del CONI miglior riconoscimento per un atleta che della serietà, umiltà e professionalità ha fatto il suo cavallo di battaglia per l’intera sua vita, purtroppo prematuramente conclusa il 20 dicembre 1969 per le conseguenze di una epatite virale quando, appena cinque mesi prima, era ancora in pedana a dilettarsi con l’amato attrezzo.

Consolini avrebbe compiuto 53 anni il 5 gennaio 1970 ed è quindi scomparso all’età di 52 anni ed 11 mesi, una cifra che, se rapportata in misure metriche, è molto simile al 52,78 con cui trionfò a Londra nel 1948.

Un segno del destino? Chissà…

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