FLOYD PATTERSON, L’ELEGANTE RE DEI MASSIMI

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Floyd Patterson contro Archie Moore – da thefightcity.com

articolo di Nicola Pucci

Mi avvalgo della facoltà di poter disporre di una sorta di sospensione del giudizio, nel trattare di Floyd Patterson. E se avrete la pazienza di seguirmi, vi spiegherò perchè.

Sebbene venga considerato uno dei pesi massimi più forti della storia, tanto da guadagnarsi il titolo di miglior pugile dell’anno nel 1956 e nel 1960, oltre a veder eletti i suoi match con Johansson del 1960 e con George Chuvalo del 1965 “fight of the year“, qualche reticenza e qualche ombra accompagnano la carriera del boxeur nato a Waco, in Texas, il 4 gennaio 1935.

Sono anni in cui il pugilismo americano abbonda di fuoriclasse dal guanto che fa male, tra questi ad esempio Archie Moore contro cui Patterson, preceduto dalla fama di campione olimpico per il titolo conquistato ad Helsinki nel 1952 nella categoria dei pesi medi, combatte appena 21enne, il 30 novembre 1956, a Chicago, atterrandolo al quinto round e già impossessandosi della cintura iridata. Sembra l’abbrivio di un viaggio agonistico senza pari, ed in effetti le quattro difese del titolo contro Tommy Jackson, Pete Rademacher, Roy Harris e Brian London confermano il talento cristallino di Patterson, pugile dalla stazza non proprio imponente, 183 centimetri, per questo agile e dalla tecnica raffinata, retaggio dei suoi trascorsi nelle categorie di peso minori. Ma… ma eccoci al dunque, al primo inciampo. Ed è un inciampo clamoroso, il 26 giugno 1959, quello imposto dallo svedese Ingemar Johansson, che allo Yankee Stadium di New York, sotto gli occhi attoniti dei presenti, lo mette al tappeto ben sette volte nei tre round che decretano la sconfitta a sensazione del campione, e pure sospetto, tanto che il combattimento viene proclamato “upset of the year“, il che non depone certo a favore della carriera di Patterson. Tanto più che nelle altre due puntate della trilogia, il 20 giugno 1960 al Polo Grounds di New York e il 13 marzo 1961 al Covention Center di Miami, l’americano si prende due sonore rivincite, a sua volta atterrando il rivale in cinque e sei riprese.

Mentre va profilandosi all’orizzonte la figura ingombrante di Cassius Clay, campione olimpico a Roma e destinato a segnare un’epoca tra i pesi massimi, Patterson è atteso al varco da Sonny Liston, il nuovo che avanza, previa un’altra difesa del titolo contro Tom McNeeley. Ed è un nuovo che picchia duro, che incute timore, se è vero che ha nel frattempo demolito gli avversari che ha trovato lungo la strada che portava alla sfida per il titolo mondiale. Come altrettanto vero, e forse anche giustificato, è il reiterato tentativo dei procuratori di Floyd di “schivare” l’incontro, fors’anche per i legami, certi, di Liston con gli ambienti mafiosi. Infine il match, atteso al punto che lo stesso presidente J.F.Kennedy  chiede l’esibizione dei due campioni abbia luogo, va in scena, il 25 settembre 1962, e il Comiskey Park di Chicago è teatro ancora di una penosa recita del campione in carica, troppo inferiore allo sfidante per poterne reggere l’urto. A Liston bastano 126 secondi per mettere al tappeto Patterson, che cede la corona e prende coscienza che, forse, la sua boxe, seppur segnata dagli inconfondibili tratti dell’eleganza, è altrettanto inconfutabilmente inadeguata ai massimi livelli.

Per Patterson è l’inizio della parabola discendente, che conosce un altro capitolo amarissimo poco meno di dodici mesi dopo quando il 22 luglio 1963, stavolta al Convention Center di Las Vegas, torna sul ring per prendersi la rivincita, trovando invece ancora il pugno demolitore di Liston che lo manda giù tre volte alla prima ripresa per un match che dura quattro secondi più del precedente.

E così, mentre Cassius Clay detronizza Liston creando il mito di Muhammad Alì ed Ernie Terrell batte quel mastino di George Chuvalo, che lo stesso Patterson sconfigge ai punti al Madison Square Garden di New York il 1 febbraio 1965, Floyd ha l’occasione per tornare a combattere per il campionato del mondo proprio contro Alì. E’ il 22 novembre 1965, curiosamente il teatro scelto per la recita è sempre il Convention Center di Las Vegas, che al puledrino di Waco ricorda i tristi giorni della rivincita con Liston. Ed ahimè per lui l’esito non è confortante, in una sfida preceduta dalla provocazione di Patterson che chiama il rivale “Cassius Clay” ed Alì, lingua tagliante, che replica con un altrettanto provocatorio “Zio Tom“. Vince Muhammad, per k.o.t. al dodicesimo round, ed anche se poi Patterson avrà un’altra chance nel settembre del 1968 quando, per la squalifica di Alì, combatterà ancora con Jimmy Ellis per la corona iridata, perdendo ai punti, ormai la carriera volge al termine. Con un’ultima, forse anche patetica esibizione, proprio con Muhammad Alì, il 20 settembre 1972, in un Madison Square Garden che saluta il suo campione più elegante.

Come? Ovviamente con una sconfitta, per k.o.t. alla settima ripresa, l’ennesima di una carriera con tante vittorie di prestigio ma anche battute d’arresto con avversari più grandi di lui. Forse troppe.

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