ALEX OLMEDO, IL PERUVIANO “MADE IN USA”

olmedo.jpg
Alex Olmedo in doppio con Ham Richardson in Coppa Davis nel 1958 – da couriermail.com.au

articolo di Nicola Pucci

Nel dicembre 1958 la squadra americana di Coppa Davis si appresta a trasferirsi in Australia per la finale interzona con l’Italia di Nicola Pietrangeli e Orlando Sirola e, nel caso di successo, per il Challange Round con i “canguri” Fraser, Anderson e Cooper.

I successori di Vic Seixas e Tony Trabert, che portarono l’insalatiera d’argento in America per l’ultima volta quattro anni prima, non hanno ad onor del vero brillato nell’arco della stagione. Il numero 1, Barry MacKay, gran battitore in possesso probabilmente del miglior servizio in circolazione, ha l’abitudine di vanificare il buon numero di aces piazzati in partita con altrettanti doppi falli e questo, al pari di una tenuta mentale non proprio da fenomeno, ne limita il potenziale; non è infatti andato oltre i quarti di finale raggiunti a Wimbledon dove è stato estromesso dall’australiano di turno, Mervyn Rose, con un netto 6-2 6-4 6-4. Il numero 2, Ham Richardson, soffre di diabete e solo grazie al suo coraggio ha raggiunto un buon livello internazionale, illustrando un bel tocco di palla ma anche denunciando carenza sulle lunghe distanze nei grandi tornei, spesso sovrastato dal serve-and-volley ad oltranza degli australiani.

Dopo che la finale di Forest Hills, sede degli US Open, ha prodotto per il terzo anno consecutivo una sfida tutta “aussie” tra Cooper e Anderson e nessun statunitense è stato capace di arrampicarsi almeno in semifinale, l’onore e l’umore stelle-e-strisce non è certo dei migliori. Magra consolazione la vittoria in doppio, seppur in questi anni sia di prestigio, della coppia composta proprio da Richardson e il peruviano Alex Olmedo, vincitori all’atto conclusivo di Sam Giammalva e Barry MacKay in quattro set, mentre è di buon auspicio per il futuro il successo nella prova juniores a Parigi e Wimbledon del 18enne Earl Buchholz. Ma per la Coppa Davis c’è da proporre una squadra che sia in grado di competere con i fortissimo australiani e la cosa, ad onor del vero, pare altamente improbabile.

Alex Olmedo, il quarto uomo della finale di doppio agli US Open, è peruviano, di Arequipa, e studia alla University of Southern California. Ragazzone di 185 cm. è poco noto al grande pubblico non vantando ancora un palmares di levatura mondiale, pur avendo conquistato due titoli di singolare e doppio ai campionati universitari nel 1956 e nel 1958. Provenendo da un paese privo di strutture per giocare a tennis e senza squadra di Coppa Davis, non ha avuto la possibilità di viaggiare e l’unico Slam a cui ha preso parte, Wimbledon 1957, lo ha visto prematuramente uscire al debutto per mano, ironia della sorte, sempre di Mervyn Rose. L’anno dopo è rimasto negli Stati Uniti per studiare e la vittoria in doppio a Forest Hills, sostenuta da un gioco aggressivo ed efficace a rete, ha attirato l’attenzione su di lui del nuovo selezionatore americano, Perry Jones.

Jones, intuite le qualità del peruviano, ha due colpi di genio: convocarlo con la formazione Usa di Coppa Davis ed affidarne la preparazione tecnica a Jack Kramer, grande campione dall’illustre passato. Forte di un regolamento con molti punti oscuri, Jones giustifica la scelta con il fatto che Olmedo risiede in America da tre anni, studia per una università americana e il Perù non dispone di una squadra di Coppa Davis. Se Alex è d’accordo, e lo è, il gioco è fatto. Ovviamente la cosa non va giù al numero 2, Ham Richardson, che seppur compagno di doppio di Olmedo rischia di vedersi soffiare il posto di singolarista. E non digerisce la cosa, anche perchè lui, uomo del profondo sud, è patriota e fiero delle proprie origini, come lo furono prima di lui Tilden e Trabert, e l’arrivo di uno straniero in squadra, soprattutto se sudamericano, equivale ad un tradimento. La convocazione di Olmedo è contestata, ma infine confermata, e per alcuni osservatori l’America, stavolta, è proprio scivolata in basso…

La scelta si rivela azzeccata. Olmedo, pur in difetto di esperienza internazionale, è il tennista giusto al momento giusto e al posto giusto, ovvero il Royal King’s Park di Perth, dove batte Pietrangeli in quattro set e Sirola in tre per poi, accoppiato all’amico/nemico Richardson, far suo anche il doppio e garantire, con il 5-0 inflitto all’Italia, la possibilità di competere con l’Australia al Challange Round del 1958. Al Milton Courts di Brisbane Jones concede ancora fiducia ad Olmedo ed Alex lo ripaga vincendo in quattro set la prima sfida con Anderson, bissando in doppio con l’immancabile Richardson al cospetto di Fraser ed Anderson rimontando due set di svantaggio e salvando due match-point, per infine assicurare il terzo punto, quello che riporta l’insalatiera d’argento negli Stati Uniti, con il decisivo 6-3 4-6 6-4 8-6 contro Ashley Cooper, numero 1 del mondo e vincitore in stagione di tre tornei del Grande Slam. Per Olmedo è la consacrazione e per Jones l’elezione a stratega d’eccezione.

Olmedo, ovviamente, non si ferma qui. Anzi. La sua carriera vira verso il successo e l’anno dopo, 1959, coglie il primo successo in un torneo Major battendo Fraser in finale agli Australian Open, 6-1 6-2 3-6 6-3, per poi presentarsi a Wimbledon nel mese di giugno accreditato della prima testa di serie. Il peruviano “made in Usa” sorvola i primi quattro incontri battendo nell’ordine l’australiano Woodcock, il sudafricano Mandelstam, l’indiano Krishnan, che gli strappa un set, e il danese Ulrich, per poi avere la meglio ai quarti di finale del cileno Luis Ayala, estromesso in quattro set. Semifinale e finale sono due passeggiate, ma non con due carneadi qualunque, bensì contro tennisti che vinceranno ben dodici tornei dello Slam, Roy Emerson sconfitto 6-4 6-0 6-4, e completeranno il Grande Slam nell’arco di un anno, Rod Laver, giovane 21enne neppure compreso tra le teste di serie, battuto in finale 6-4 6-3 6-4.

Risultati di questa portata attirano l’attenzione stavolta di Jack Kramer, che dopo averlo preparato per la Davis lo invita a passar professionista a fine stagione. Appena giunto al vertice del tennis mondiale, è già il momento di aprire anche la successione di Olmedo. Nel frattempo Alex ha due impegni da onorare, un’altra finale di Coppa Davis ad agosto ma stavolta, al West Side Tennis Club di Forest Hills, non concede il bis, perdendo da Fraser e in coppia con Buchholz il doppio contro Emerson e Fraser, rendendo inutile la vittoria contro Laver all’ultimo giorno. La Coppa Davis torna in Australia, così come in Australia finisce anche la coppa destinata al vincitore degli US Open di settembre, che Neale Fraser si mette in bacheca battendo in finale Olmedo in quattro set, 6-3 5-7 6-2 6-4, prendendosi la rivincita della sconfitta sofferta agli Australian Open.

La mattina successiva, Alex Olmedo, peruviano che fece le fortune dell’America, prende cappello e passa professionista. I soldi, ancora una volta, prima della gloria sportiva… già, perchè quella, seppur già assicurata dalla vittoria in Coppa Davis e a Wimbledon, avrebbe potuto scrivere altre pagine di grande tennis. Appunto, avrebbe…

Annunci

2 pensieri su “ALEX OLMEDO, IL PERUVIANO “MADE IN USA”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...