CHARLES BARKLEY, “IL SIGNORE SENZA ANELLO” DELL’NBA

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Charles Barkley con la maglia dei Phoenix Suns – da my-basket.it

articolo di Giovanni Manenti

Il titolo, preso a prestito dalla famosa trilogia “Il signore degli anelli” di Ronald Tolkien, sta a testimoniare come possa, il quarto giocatore nella storia della NBA a ritirarsi avendo superato in carriera sia i 20.000 punti (22,1 di media/gara) che i 10.000 rimbalzi (media di 11,7 ad incontro) ed i 4.000 assist (quasi quattro a partita), non aver conquistato un titolo di campione NBA, che dà diritto a chi vi riesce a ricevere un “anello“, appunto.

E’ possibile, se questo giocatore risponde al nome di Charles Wade Barkley, da Leeds, Alabama, un’ala forte di 198cm. per 114kg., il quale ha comunque fatto la storia del torneo professionistico più seguito al mondo, basti pensare come sia stato selezionato per 11 stagioni consecutive (dal 1987 al 1997) per “l’All Star Game“, per cinque volte inserito nel “Primo quintetto dell’anno della NBA” (1988, 1989, 1990, 1991 e 1993), vincitore del prestigioso riconoscimento di “NBA Most Valuable Player, MVP” della stagione 1993 e, manco a dirlo, componente del primo, e forse unico, “Dream Team” Usa che debutta alle Olimpiadi di Barcellona 1992.

Forte, determinato, combattivo come non mai, ma anche irascibile, per nulla diplomatico nelle dichiarazioni come in certi atteggiamenti, Barkley, nato il 20 febbraio 1963 e che per questi suoi comportamenti riceve gli appellativi di “Sir Charles” (da cui altro riferimento al titolo), “Chuck” (pulcino) e, soprattutto, “The Round Mound of Rebound” (che, letteralmente, significa “la tonda collina del rimbalzo“, ma che nello slang americano sta a significare il fisico non proprio statuario del giovane Charles negli anni del college), deve infatti combattere con problemi di peso negli anni dei suoi esordi nel basket, con i suoi quasi 100 chili per un’altezza che non raggiungeva il metro e ottanta.

Fortunatamente per lui, in una sola estate cresce di 15cm., potendo così iniziare a sfruttare una delle sue migliori doti, vale a dire quelle di rimbalzista, tant’è che uno scout della Auburn University – che Barkley frequenterà come college – dopo averlo visto all’opera, riporta nelle sue note “un ragazzo grassottello, ma che gioca come il vento!“.

In attesa del “Draft” 1984 (probabilmente secondo solo a quello del 1979 che riportò la luce nella NBA con l’avvento di Larry Bird e Magic Johnson), Barkley viene convocato per le selezioni per formare la squadra universitaria che deve partecipare alle Olimpiadi californiane di Los Angeles 1984 ma, nonostante le sue buone prestazioni, non supera l’ultimo taglio venendo escluso poiché, a detta del coach Bobby Knight, aveva una “scarsa attitudine difensiva“, cosa che sembra assai poco probabile, mentre, col senno di poi, prende più piede la versione che Knight lo avesse escluso per un commento irriverente della “lingua lunga Charles” sulle scarpe non proprio elegantissime indossate dal tecnico.

E così, mentre Michael Jordan conduce il team Usa ad una facile vittoria nel torneo olimpico (in cui sono assenti Urss ed Jugoslavia causa “contro boicottaggio”), Barkley attende l’esito delle “scelte” per la successiva, e sua prima, stagione NBA, da cui emergono Akeem Olajuwon, scelto dagli Houston Rockets, e Michael Jordan, che va ad iniziare la sua straordinaria carriera ai Chicago Bulls, mentre sono i Philadelphia 76ers a puntare su Barkley, con il loro quinto diritto di preferenza.

Sono, quelli, i “Sixers” che, dopo tre finali NBA perse nel 1977, 1980 e 1982, si sono finalmente laureati campioni nel 1983 stracciando all’atto conclusivo i Los Angeles Lakers per 4-0 e, con l’arrivo di Barkley, pensano di poter rinverdire tali favorevoli annate, data ancora la presenza di Billy Cunningham alla guida della squadra e del quintetto base composto da Maurice Cheeks, Andrew Toney, Julius Erving, Bobby Jones e Moses Malone, vincitore dell’anello appena due anni prima.

Ed, in effetti, l’innesto del giovane ragazzone sembra dare i suoi frutti con i “Sixers” che ottengono il terzo miglior record della Eastern Conference (e quarto assoluto) in stagione regolare con 58 gare vinte rispetto alle 24 perse, e giungono alla finale di Conference (dopo che l’anno prima erano stati estromessi al primo turno dai New Jersey Nets), eliminando 3-1 Washington e 4-0 Milwaukee, per poi subire la dura legge dei Celtics, che si impongono per 4 gare ad 1, salvo poi perdere la finale contro i “Lakers” di Magic Johnson e Kareem Abdul-Jabbar.

La prima stagione di Barkley non è niente male per un “rookie“, disputando tutte ed 82 le gare di regular season (60 come inserito nello “starting five“), con una media di 14 punti ed 8,6 rimbalzi per gara, percentuali che nei 13 incontri di playoff incrementa rispettivamente a 14,9 ed 11,1 a dimostrazione di come la sua innata combattività si addica a quel tipo di partite.

Resterà quella, purtroppo, la miglior stagione dei “Sixers” con Barkley, data l’elevata età media del “roster” e l’inopportuna cessione, nell’estate 1986, di Moses Malone ai Washington Bullets, cui, l’anno seguente, si aggiunge il ritiro dalle scene del 37enne, leggendario “Doctor J“, al secolo Julius Erving, il che pone sulle possenti spalle di Barkley, che nel frattempo ha stabilmente incrementato oltre i 20 punti la sua media realizzativa per stagione, la responsabilità di guidare la squadra.

Un impegno che Barkley prende maledettamente sul serio, conducendo i “Sixers” al primo posto nella Atlantic Division (ed al secondo dietro Detroit nella Eastern Conference) nel 1990, stagione in cui realizza 25,2 punti di media (con una percentuale del 60% dal campo!) ed 11,5 rimbalzi a partita, e che vede la formazione della città dell’amore fraterno eliminata al secondo turno dei playoffs dai Chicago Bulls di Jordan & Co. che, dall’anno dopo, inizieranno una dinastia dominante per tutto un decennio.

Le ottime prestazioni di Barkley gli valgono il secondo posto, di stretta misura, nella votazione per l’MVP della regular season che Magic Johnson si aggiudica per la terza, ed ultima volta, ma le scadenti prestazioni della squadra e qualche incidente di troppo da lui stesso provocato a causa della frustrazione per gli scarsi risultati ottenuti, inducono la dirigenza di Philadelphia a dirottare la forte ala ai Phoenix Suns nell’intento di rinforzare il quintetto base, ottenendo in cambio le prestazioni di Jeff Hornacek, Tim Perry ed Andrew Lang.

Ancora una volta, come nel 1984 di esordio nel basket professionistico, la stagione è preceduta dalle Olimpiadi cui, per la prima volta, sono ammessi anche i professionisti e gli Stati Uniti, desiderosi di riscattare la sconfitta in semifinale di quattro anni prima a Seul, allestiscono il favoloso “Dream Team” che dà spettacolo sui parquet della Catalogna, conquistando l’oro con una media record di 117,3 punti per gara ed uno scarto medio di 43,8 punti (la più forte del resto del lotto, la Croazia di Drazen Petrovic, Kukoc, Vrankovic e Komazek, viene spazzata via in finale 117-85), a cui Barkley fornisce il significativo contributo di 18 punti e 4 rimbalzi di media a gara, con un picco di 30 realizzati contro il Brasile.

Al suo primo anno a Phoenix, Barkley disputa la miglior stagione della carriera, ottenendo il giusto riconoscimento di MVP della regular season, conclusa con lo straordinario record di 62-20 che fa dei “Suns” i favoriti nella corsa al titolo assoluto, da due anni proprietà dei Chicago Bulls di Michael Jordan & Scottie Pippen, vista la presenza, nel quintetto base di giocatori del calibro di Kevin Johnson nel ruolo di playmaker, Dan Majerle (ottimo tiratore, mortifero dalla lunga distanza) come guardia e del centro Mark West.

Il fatto di aver cambiato Conference, passando da est ad ovest, significa che Barkley ed i suoi “Suns” potranno eventualmente incontrare Jordan & Co. solo in finale, ma occorre prima vincere il titolo della Western Conference, con l’esordio al primo turno dei playoff contro l’ottava classificata della regular season, vale a dire i Los Angeles Lakers, che appare come un incubo, con Phoenix sconfitta (103-107 ed 81-86) in entrambe le partite disputate alla “America West Arena“, nonostante i mostruosi numeri di Barkley, 34pts e 15 rimbalzi in gara-1, 18pts e 21 rimbalzi in gara-2, ed ad un passo quindi dall’eliminazione.

Non volendo finire nella storia dei playoff NBA come la prima testa di serie ad essere eliminata dall’ottava classificata, i “Sunsrialzano la testa andando a rendere la pariglia ai “Lakers” al “Forum” di Inglewood, grazie al 107-102 di gara-3 (27pts ed 11 rimbalzi per Barkley) ed alla schiacciante vittoria per 101-86 di gara-4, con Barkley autore di 28pts oltre ai consueti 11 rimbalzi.

La serie si decide quindi nell’ultimo match a Phoenix dove, per una volta, è il fattore campo ad avere la meglio, ma non senza fatica, visto che i “Suns” la spuntano solo al tempo supplementare per 112-104, con Barkley che mette a referto 31pts e 14 rimbalzi.

Passato lo spavento, nella semifinale di Conference gli avversari sono i San Antonio Spurs di David Robinson, Sean Elliot ed Avery Johnson e, stavolta, è il fattore campo a farla da padrone, con Phoenix che si porta sul 2-0 dopo due facili successi casalinghi, cui gli “Spurs” rispondono con altrettante nette vittorie alla HemisFair Arena, per cui la serie, dopo un altro successo sul parquet amico per i “Suns“, si decide in gara-6 nell’unico incontro punto a punto risolto a favore di Barkley & Co. per 102-100 con il nostro protagonista realizzando 28pts e catturando qualcosa come 21 rimbalzi.

Resta un solo ostacolo verso la finale per il titolo NBA, ed è rappresentato dai Seattle Supersonics della micidiale coppia formata da Gary Payton in regia e Shawn Kemp in attacco e la serie si dimostra dura e combattuta come previsto, in parità (2 vittorie a testa), prima d tornare in Arizona per gara-5.

E qui Barkley dà l’ennesima dimostrazione della sua potenza, realizzando una tripla doppia da paura, con tanto di 44pts, 15 rimbalzi e 10 assist, per il 120-114 a favore dei “Suns” che poi, raggiunti a quota 3 vittorie dai “Sonics” in gara-6, staccano definitivamente il biglietto per la finale assoluta grazie al 123-110 di gara-7 con un sir Charles straripante da 44pts e 24 rimbalzi.

Con il vantaggio del fattore campo dalla loro, Phoenix è pronta ad impedire la tripletta ai Chicago Bulls, un’impresa che, nel panorama cestistico americano, non si verifica dal 1966, quando i mitici Boston Celtics di Red Auerbach si misero al dito l’ottavo anello di fila.

E qui, come al solito, Barkley non riesce a tener chiusa la sua maledetta boccaccia, uscendosene alla vigilia proclamando che “mi dispiace per Michael (Jordan, ndr), ma stavolta è destino che vincano i Phoenix Suns“, dichiarazione poco gradita al coach Paul Westphal, il quale ben sa che l’ultima cosa da fare è provocare Jordan e l’orgoglio dei suoi “Bulls“.

Timore mai più azzeccato, visto che, nel primo quarto di gara-1, i “Bulls” scavano un divario di 14pts (34-20) che poi gestiscono sino al 100-92 finale, per poi costringere i “Suns“, come al primo turno dei playoff, alla seconda sconfitta consecutiva alla America West Arena, stavolta per 111-108 nonostante che Barkley emuli Jordan quanto a punti realizzati, 42 a testa.

Gara-3 in Illinois è già un’ultima spiaggia, in quanto nella storia della NBA sino ai giorni nostri, nessuna squadra è mai riuscita a rimontare da uno 0-3 e quella che va in scena il 13 giugno 1993 al Chicago Stadium è una delle più epiche sfide tra le tante vissute nelle finali NBA, essendo necessari ben 3 tempi supplementari affinché Phoenix la spunti, dopo i 48′ regolari giocati sempre punto a punto, per il definitivo 129-121 con, per una volta, i punti dei “Suns” ben distribuiti tra i 28 di Dan Majerle, i 25 di Kevin Johnson ed i 24 di Barkley, cui dall’altra sponda Jordan replica con i soliti 44 punti.

Rinfrancata dal successo, Phoenix spera di riportare in parità la serie tre giorni dopo, ma stavolta Jordan è in una di quelle serate in cui è immarcabile e, con 55 punti, rende vana la tripla doppia (32pts, 12 rimbalzi e 10 assist) di Barkley, portando i “Bulls” sul 3-1 e ad un passo dal terzo titolo consecutivo, considerando che appena due giorni dopo, il 18 giugno, saranno ancora i suoi 19.000 entusiastici fans a tifare per loro.

Ma, di fronte al “win or die” (“vinci o muori“) tipicamente americano, i “Suns” hanno un sussulto d’orgoglio, prendendo il largo già nel primo periodo, chiuso sul 33-21, e come in gara-3, una più equa distribuzione dei punti – 25 Kevin Johnson e Richard Dumas, 24 Barkley – consente di chiudere sul 108-98 a loro favore ed allungare così la serie, tornando in Arizona con la fondata speranza di poter sfruttare le due gare sul parquet amico per ribaltare la situazione.

A soli due giorni di distanza, davanti al loro pubblico caldo come non mai, il match ricalca un po’ la storia dell’intera serie, con Chicago a prendere decisamente la testa in avvio, chiudendo sul 37-28 il primo quarto e presentandosi ad inizio dell’ultimo periodo in vantaggio per 87-79, un margine piuttosto rassicurante per una formazione di così elevata esperienza.

Ed invece, proprio quando meno te l’aspetti, sono i “Suns” a giocare la carta della disperazione, mettendo a segno un parziale di 19-7 (con i punti di Chicago tutti realizzati da Jordan) per il 98-94 a loro favore che rende incandescente l’ultimo 1′ di gioco, aperto da un’entrata di Michael Jordan (giunto a quota 33) per il 96-98, cui Majerle cerca di replicare per infliggere il colpo di grazia con una conclusione da fuori risultata corta, così da consentire ai “Bulls” di organizzare un’altra azione di attacco, in cui la palla giunge nelle mani di Horace Grant, piazzato all’angolo, non proprio un fine tiratore, avendo fallito i suoi ultimi cinque tentativi.

Qui Danny Ainge commette un errore di importanza capitale, andando a raddoppiare sull’ala forte di Chicago e consentendo così a Grant lo scarico su John Paxson che, lasciato solo, fa partire il tiro da 3 per il sorpasso di Chicago (99-98) con 3″9 ancora da giocare, resi inutili per Phoenix da una stoppata dello stesso Grant su di un tentativo di penetrazione di Kevin Johnson.

Jordan ed i suoi “Bulls” entrano nella storia, mentre Barkley ne esce mestamente, perdendo la grande occasione di vincere un anello con la sua unica finale disputata e, ironia della sorte, non potendo neppure approfittare del temporaneo abbandono di Jordan nei due anni a seguire, quando a chiudergli la strada verso la finale sono gli Houston Rockets di quell’Akeem Olajuwon (prima scelta del Draft 1984, ricordate?) che, al contrario, riempie il vuoto lasciato da Jordan conquistando due titoli di fila dopo aver eliminato in entrambe le serie dei playoff proprio Phoenix nelle semifinali di Conference, prima del ritorno del figliol prodigo e di un altro tris vincente dei Chicago Bulls.

Unica, non sappiamo quanto magra, consolazione per Barkley, è la conquista di un secondo oro olimpico consecutivo ai Giochi di Atlanta 1996, lui uno dei cinque reduci – assieme a David Robinson, Scottie Pippen, Karl Malone e John Stockton – del “Dream Team” di Barcellona 1992, per poi trasferirsi, una consuetudine del post Olimpiadi, agli Houston Rockets ed assistere, da spettatore non pagante, alle ultime impressionanti recite di Michael “Air” Jordan e dei suoi stratosferici Chicago Bulls.

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