IL CAPOLAVORO DI MATEJA SVET AI MONDIALI DI VAIL 1989

svet
Mateja Svet al cancelletto di partenza – da 4d.rtvslo.si

articolo di Nicola Pucci

Se rimando gli appassionati di sci alpino all’edizione 1989 dei Mondiali a Vail, in Colorado, i più esperti ricorderanno soprattutto la fallimentare spedizione italica, espressa dall’assenza nel medagliere e dalla negativa prova di Alberto Tomba, solo sesto in supergigante, settimo in gigante e fuori in slalom quando non più di tardi di dodici mesi prima aveva illuminato il pianeta di luce abbacinante con la doppietta olimpica di Calgary. Ma questa è storia di casa nostra, mi vien voglia però di dedicare qualche riga di ricordo sportivo a Mateja Svet, talentuosissimo scricciolo di passaporto jugoslavo, che proprio tra le porte strette dello slalom realizzò un capolavoro.

Tocca, però, prima del dettaglio della gara, aprire un paio di parentesi che richiamano la Coppa del Mondo e presentano le protagoniste attese della sfida iridata. Vreni Schneider, tanto per cominciare, che è l’interprete più straordinaria dello slalom, se è vero che in stagione ha colto cinque successi in cinque gare lasciando le briciole alle avversarie. Tamara McKinney, per proseguire, che gioca in casa e tra i pali snodabili ha un passato recente di ben nove vittorie, chiamata all’ultima recita di un’eccellente carriera alla quale manca solo il lustro di un successo in una grande rassegna, seppur qualche giorno prima, il 2 febbario, ha colto l’oro in combinata, battendo proprio la Schneider, con la Svet ai piedi del podio per poco meno di tre punti alle spalle dell’altra elvetica Brigitte Oertli. Appunto Mateja Svet, per concludere, che esordì precocissima nel Circo Bianco, appena sedicenne, con le stimmate della predestinata, tradotte poi in affermazioni concrete in cinque gare di Coppa del Mondo, quattro in gigante ed una nello slalom “casalingo” di Kranjska Gora, il 31 gennaio 1988, davanti al dioscuro Schneider. Se poi a queste aggiungiamo le tre medaglie messe al collo ai Mondiali di Crans Montana del 1987, con l’argento in gigante alle spalle dell’immancabile Schneider e i due bronzi in slalom e supergigante, e il secondo posto tra i pali stretti alle Olimpiadi di Calgary dell’anno dopo, ragionevolmente Mateja si candida con legittime ambizioni ad occupare il podio anche a Vail.

E così il 7 febbraio, con l’animo ingarbugliato per il ricordato quarto posto in combinata, sul pendio della pista “Centennial“, la Svet scende a valle con il pettorale quattro, dopo che l’asburgica Monika Maierhofer, terza in 44″84, ha aperto la lista delle concorrenti e Tamara McKinney ha segnato il miglior tempo in 43″98. La jugoslava danza tra i pali con efficacia, la sciata è precisa e senza incertezze e l’intermedio, 22″91, la premia con ventidue centesimi di vantaggio sulla beniamina di casa. Nell’ultimo tratto la Svet concede qualcosa, per tagliare il traguardo in 44″02, in aperta competizione per la vittoria. Il tracciato, seppur non troppo impegnativo, seleziona il plotone delle pretendenti al podio, con eliminazioni importanti in atlete del calibro della francese Chauvet, dell’austriaca Wachter e dell’azzurra Paola Magoni, così come della altre tre elvetiche schierate al cancelletto, Oertli, Gadient e Von Grunigen, ma quel che interessa è la prova dell’imbattibile Schneider, al solito guardinga nella prima manche, stavolta pure troppo se è vero che all’arrivo, solo ottava, accusa un passivo di 1″47.

C’è un sogno premonitore che rassicura la Svet, che la notte prima della gara si vede sul gradino più alto del podio come mai una sua connazionale è riuscita a fare in precedenza ad Olimpiadi o Mondiali. Come è nelle previsioni, la seconda manche è segnata dal tentativo della Schneider di recuperare il tempo perduto nella prima, e la cosa ovviamente le riesce con perizia, tanto da fermare i cronometri sul 1’31″49 che la pone provvisoriamente al comando. Le concorrenti che scendono dopo Vreni accusano l’obbligo di doversi confrontare con un tempo proibitivo: inforca Ulrike Maier, Ingrid Salvenmoser termina con un distacco di 1″08, la spagnola Blanca Fernandez-Ochoa, sorella di quel Paco che scatena in Gustavo Thoeni tristi ricordi giapponesi, fa meglio ma è seconda per 0″26. La tedesca Gersch è lontana, ed allora saranno le tre ultime concorrenti, Maierhofer, Svet e McKinney, a definire chi potrà fregiarsi del titolo, chi sarà comunque appagata da una medaglia e chi invece dovrà leccarsi le ferite.

La Maierhofer, che nella prima manche aveva parzialmente sfruttato il numero 1 di pettorale, non commette gravi infrazioni ma è troppo distante dal palo e questo, a fine corsa, la penalizza con un tempo di 1’32″77 che la relega in una definitiva ed anonima sesta posizione, alle spalle anche della connazionale Salvenmoser. Svet scende subito dopo di lei ed è proprio tutta un’altra musica. La giovane Mateja, sotto l’occhio attento ed appassionato di Tony Vogrinec, gran capo della sci jugoslavo, può amministrare un vantaggio consistente, ben 1″43, sulla Schneider ma la svizzera ha slalomeggiato velocissima e la medaglia d’oro è ad un passo e la Svet non può certo far calcoli. Scia meravigliosamente bene, centrale sugli attrezzi e stretta sul palo ed al traguardo può esultare con un margine di 0″61 sulla Schneider a cui, stavolta, la rimonta riesce a metà, sconfitta per la prima in volta in stagione e nell’appuntamento più importante.

Già, perché la McKinney, ultima a scendere, dopo esser passata all’intermedio con l’inezia di 0″01 di vantaggio ancora, non lascia andare gli sci nella parte finale più filante e al traguardo vede con dispetto 0″68 centesimi negargli non solo la medaglia d’oro, ma anche quella d’argento.

Mateja Svet, scricciolo baciato dal talento, che vien da Lubiana, è campionessa del mondo e quel successo tra i pali stretti dello slalom, in un ormai lontano 7 febbraio 1989, in Colorado, la elegge a prima donna dello sci jugoslavo. Non è mica un gioco da ragazzi… anzi, si chiama capolavoro.

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