VLADIMIR YASHCHENKO, L’ULTIMO DEI “VENTRALI”

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Vladimir Yashchenko – da ilcoach.net

articolo di Giovanni Manenti

Vi sono rivoluzioni che segnano una profonda linea di demarcazione nella storia di alcuni sport, facendo sì che gli stessi si possano dividere tra il prima ed il dopo le relative modifiche, le quali sono per lo più di natura regolamentare e, al riguardo, citiamo, a mo’ d’esempio, l’introduzione del “tiebreak” nel tennis, il “tiro da 3 punti” nel basket oppure il “rally point system” nella pallavolo.

Altre, negli sport di squadra, sono relative ad accorgimenti di natura tattica, come l’introduzione della marcatura a zona rispetto a quella ad uomo nel calcio, oppure ancora nell’attribuzione dei punteggi, come nel caso del rugby, dove il valore di una meta è stato incrementato da 4 a 5 punti, ma difficilmente grosse varianti si hanno negli sport individuali, tranne che…

Tranne che nell’idea venuta in mente all’americano Richard “Dick” Fosbury, il quale, in un’epoca dove lo scavalcamento dell’asticella nel salto in alto avveniva esclusivamente con la tecnica “ventrale” – con appena due varianti, il “ventrale classico” con il corpo più o meno parallelo all’asticella, e la versione, attuata anche da Valery Brumel, primatista mondiale con m.2,28, di anticipare lo scavalcamento con la testa rispetto al resto del corpo, una sorta di tuffo al di sopra dell’asticella – decide di mettere in pratica una tecnica talmente rivoluzionaria che prenderà il suo nome, il “Fosbury flop“.

Di cosa si tratti è risaputo, si tratta di valicare l’asticella roteando su stessi, inarcandosi con il busto e superarla di schiena, operando in tutta velocità il richiamo degli arti inferiori, un qualcosa che lascia stupefatti gli addetti ai lavori in occasione delle Olimpiadi di Città del Messico 1968, che comunque Fosbury si aggiudica con il record olimpico di m.2,24, ben superiore ai 2,18 con cui Brumel aveva conquistato l’oro quattro anni prima a Tokyo.

Una innovazione di una simile portata determina, come ovvio, il formarsi di due schieramenti del pro e contro l’adozione di tale nuova tecnica di salto e, come altrettanto comprensibile, ci si adegua di più negli Stati Uniti – un po’ perché ideata da un americano e poi perché più inclini mentalmente al cambiamento – che non nell’Europa dell’Est, dove si guarda sempre con scetticismo a tutto ciò che proviene da Oltreoceano.

Un’ulteriore spinta a proseguire col vecchio sistema giunge poi dal fatto che una autentica meteora della specialità, il 21enne americano Patrick “Pat” Matzdorf – che al suo attivo potrà vantare in carriera solo l’oro ai “Pan American Games” di Cali 1971 con la modesta misura di m.2,10 – si produce il 3 luglio 1971, in un meeting a Berkeley, in California, in un salto di m.2,29 che rappresenta il nuovo limite mondiale, di appena un centimetro migliore di quanto stabilito da Brumel esattamente otto anni prima a Mosca.

Vi è poi l’appuntamento olimpico di Monaco 1972, dove il giovane americano Dwight Stones, non ancora 19enne all’epoca dei Giochi, si presenta con la tecnica “fosburyana“, giungendo terzo con m.2,21 in una gara vinta dal sovietico Juri Tarmak con m.2,23 davanti al tedesco est Stefan Junge con 2,21 entrambi adottando lo scavalcamento ventrale.

Sono questi, però, gli ultimi rigurgiti della vecchia impostazione, dato che proprio Stones dà una decisa impennata al record mondiale, portandolo dapprima a m.2,30 l’11 luglio 1973 a Monaco e quindi a 2,31 il 5 giugno 1976 a Filadelfia, risultati che convincono la maggior parte degli atleti ad optare per il “Fosbury flop“, tant’è che sul podio dei Giochi di Montreal 1976 non vi è traccia di ventralisti, con la medaglia d’oro appannaggio del polacco Jacek Wszola (m.2,25 record olimpico), davanti al canadese Greg Joy (m.2,23) ed al deluso Stones con m.2,21 il quale trova parziale consolazione nel ritoccare, appena quattro giorni dopo, il suo limite mondiale portandolo a m.2,32.

A questo punto, si potrebbe ritenere lo stile ventrale oramai morto e sepolto se non fosse che, a riesumarlo, interviene un fatto così clamoroso da essere meritevole di essere raccontato nei minimi dettagli e che continuerà, ancora per qualche anno, a far discutere sull’opportunità di “lasciare la strada vecchia per la nuova“.

Questo evento clamoroso ha una data ben precisa, il 2 giugno 1977, ed un altrettanto protagonista ben delineato, ancorché giovanissimo, il che dà ancora maggior risalto all’impresa, trattandosi del poco più che 18enne, essendo nato ad inizio gennaio 1959 a Zaporizhia, in Ucraina, Vladimir Yashchenko, vincitore del titolo europeo ai campionati juniores di Donetsk, nel suo paese, con la misura di m.2,30, un risultato niente male per la sua età, laddove si consideri che il secondo classificato, il tedesco Schneider, si ferma a m.2,20.

Ma torniamo a quel 2 giugno 1977. E’ in corso a Richmond, in Virginia, un meeting tra le rappresentative juniores di Stati Uniti ed Unione Sovietica, un appuntamento che, nel corso degli anni ’60 veniva disputato a livello “seniores” e rappresentava uno degli avvenimenti clou della stagione, specie in epoca di guerra fredda, assumendo una rilevanza ben al di là del mero contorno sportivo.

Orbene, questo ragazzone di 193cm. per 84kg. si permette il lusso di togliere a Stones il record mondiale proprio a casa sua (e con lo stile ventrale, addirittura), valicando l’asticella a m.2,33 tra lo stupore generale, notizia che fa subito il giro del mondo ottenendo, come logico, particolare risalto specie in Unione Sovietica, dove sul giovane ucraino si comincia a speculare per futuri maggiori successi.

Successi che, peraltro, non tardano ad arrivare, dato che l’anno successivo Yashchenko si aggiudica, il 12 marzo 1978, il titolo ai Campionati europei indoor di Milano con la misura di m.2,35 (la più alta con lo stile ventrale nel salto in alto) ed il 16 giugno, a Tblisi, in Georgia, ritocca il proprio limite all’aperto portandolo a m.2,34 per poi affermarsi agli Europei di Praga con il record dei campionati di m.2,30 davanti al connazionale Grigoryev ed al tedesco est Beilschmidt, entrambi fermi a m.2,28.

Yashchenko (“Volodya” come è soprannominato) sembra oramai un “tesoro” nelle mani dei tecnici sovietici, da preservare in occasione delle prossime Olimpiadi da organizzare a Mosca nel 1980, ma commettono l’errore di forzare troppo il suo fisico con allenamenti sempre più massacranti che ne iniziano a minare le ginocchia e, nonostante il giovane ucraino si imponga anche agli Europei indoor di Vienna 1979 con una per lui relativamente modesta misura di m.2,26, in un successivo meeting a Kaunas, in Lituania, il suo ginocchio sinistro fa “crack” con la rottura di entrambi i legamenti crociati, un infortunio di una tale gravità che lo costringe, di fatto, all’abbandono dell’attività e, con esso, il sogno di un oro olimpico.

Essere salito in cielo, aver conosciuto il massimo della notorietà e poi ritrovarsi, ad appena 20 anni, senza più alcun stimolo, sono i principali ingredienti per cadere in depressione e cercare di affogare nell’alcool le proprie angosce, situazione da cui non sfugge neppure lo sfortunato Yashchenko, costretto a tirare avanti, più che a vivere, con una modesta pensione da ex atleta, e che lo porta, fatalmente, ad ammalarsi di cirrosi epatica cui fa seguito l’insorgere di un tumore al fegato che se lo porta via a soli 40 anni, il 30 novembre 1999, quasi un segno del destino a testimoniare come, con la fine del secondo millennio, se ne debba andare anche colui che non è sbagliato definire come “l’ultimo dei ventrali“.

Riposa in pace, grande, povero e sfortunato Vladimir

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