IL SUDAFRICA E LA COPPA DEL MONDO NEL NOME DI NELSON MANDELA

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Nelson Mandela consegna la Coppa a Pienaar – da oasport.it

articolo di Giovanni Manenti

Il rugby, nato in Inghilterra nel XIX secolo, è stato l’ultimo degli sport di squadra ad avere un proprio campionato del mondo, quando si pensi che i primi Mondiali di calcio si sono svolti nel 1930 in Uruguay, cui nell’immediato secondo dopoguerra si sono aggiunte anche le rassegne iridate di volley (1949) e basket (1950), mentre per la pallanuoto, essi sono coincisi con la creazione dei Mondiali di nuoto nel 1973, ma detta disciplina era peraltro già presente in sede olimpica addirittura sin dall’edizione di Parigi 1900!

Le ragioni di questo ritardo possono essere ricercate sia nell’oggettiva difficoltà di allestire una manifestazione dai tempi indubbiamente più lunghi rispetto alle altre succitate poiché i tempi di recupero di un incontro di rugby non possono certo essere paragonati a quelli degli altri sport di squadra, e poi non va dimenticata la proverbiale riluttanza dei paesi britannici ad esportare quello che per loro è un qualcosa di elitario, basti pensare che il massimo torneo a livello di nazionali dell’emisfero nord era il “Cinque Nazioni” che sino al 1909 era denominato “Home Nations” essendo riservato solo ad Inghilterra, Galles, Scozia ed Irlanda, con la successiva ammissione della Francia – per poi tornare patrimonio esclusivo britannico per otto anni, dal 1932 al 1939 – e quindi divenire l’attuale “Sei Nazioni” dal 2000 con l’inserimento anche dell’Italia.

E poi, c’era la questione Sudafrica, paese bandito da tutte le federazioni internazionali per la sua politica di segregazione razziale denominata “Apartheid“, che consentiva alla nazionale sudafricana – i famosi “Springbocks” – di affrontare solo selezioni, tra cui spiccavano in particolare i “British Lions“, che si recavano periodicamente in tournée nell’emisfero australe, con l’ultima visita in Sudafrica nel 1980, prima che si svolgessero i primi campionati del mondo, organizzati da Nuova Zelanda ed Australia nel 1987.

Nata sotto il più scontato scetticismo, la rassegna iridata ebbe viceversa un ottimo riscontro sia tecnico che mediatico, con oltre 48.000 spettatori ad assistere alla finale del 20 giugno 1987 all’Eden Park di Auckland che vede gli All Blacks della Nuova Zelanda aggiudicarsi il torneo sconfiggendo per 29-9 il quindici francese, con il capitano David Kirk ad essere il primo a sollevare al cielo la “William Webb Ellis Cup“, così denominata in onore dello studente inglese cui romanticamente si attribuisce la paternità della disciplina.

Come sempre, i britannici non comprano nulla a scatola chiusa e così, resisi conto della bontà dell’iniziativa, si candidano per l’organizzazione della seconda edizione, che va in scena sui campi che ospitano il Cinque Nazioni, vale a dire i quattro paesi d’Oltremanica più la Francia, con l’Inghilterra che giunge sino alla finale dopo aver superato Francia nei quarti e Scozia in semifinale, solo per essere sconfitta 12-6 dall’Australia di David Campese davanti ad oltre 56.000 spettatori a Twickenham, e tocca stavolta al capitano “aussie” Nick Farr-Jones sollevare la coppa. Ma c’era ancora il problema sudafricano

Sudafrica che, però, aveva già cambiato rotta in ordine alle problematiche razziali, a partire dalla liberazione, avvenuta l’11 febbraio 1990, di Nelson Mandela, leader dell’ANC (African National Congress), con conseguente avvio del difficile percorso di integrazione che, a livello sportivo, comporta la revoca del bando imposto dal CIO alle federazioni sudafricane, con conseguente ammissione del paese alle Olimpiadi di Barcellona 1992, cui fece seguito l’assegnazione dell’organizzazione della Coppa del Mondo di rugby 1995, mentre a livello politico, si verifica la consegna nel 1993 del “Premio Nobel per la Pace” a Mandela, nel frattempo divenuto Presidente della Repubblica nel luglio 1991, ed al suo predecessore, Frederick Willem de Klerk.

Il paese che Mandela eredita non è certo facile da governare, con numerose problematiche legate all’integrazione dopo anni di angherie e barbarie praticate dagli “afrikaner” (come vengono chiamati i bianchi) a danno della popolazione nera, ed anche nell’allestimento dei Mondiali questo tipo di tensioni emergono, dato che per la maggioranza di colore proprio gli “Springbocks” rappresentano l’orgoglio bianco, tanto che i neri preferiscono il football alla palla ovale, dato anche che ad essi non è consentito far parte della nazionale di rugby, almeno fino a che non viene selezionato Chester Williams.

Tre quarti-ala piuttosto tozzo di corporatura (174cm. per 88kg.), Williams rappresenta il primo giocatore di colore a far parte degli “Springbocks” nell’era professionistica e la sua presenza nel quindici selezionato per la Coppa del Mondo, assume un importante connotato quale figura simbolo del nuovo paese multirazziale, con anche il presidente Mandela che intuisce l’importanza che un evento di così grande rilevanza a livello mondiale può rappresentare nel percorso di integrazione che si è accinto ad intraprendere.

Il torneo prende avvio il 25 maggio 1995 con la partita inaugurale tra Sudafrica ed Australia al Newlands di Città del Capo di fronte a 51.000 spettatori, match del gruppo A di importanza capitale per i sudafricani che, in caso di vittoria, si aggiudicherebbero con ogni probabilità il girone (le altre due componenti, Canada e Romania, non incutono timore), evitando nei successivi abbinamenti Inghilterra e Nuova Zelanda, due delle maggiori favorite per la conquista del titolo.

E così avviene, con il piede di Joel Stransky a replicare tre volte ai piazzati di Lynagh e, quando l’Australia si porta in vantaggio 13-9 con una meta dello stesso Lynagh dal medesimo trasformata, ci pensa Hendricks con una meta in chiusura di tempo a mandare gli Springbocks all’intervallo in vantaggio 14-13, vantaggio che poi Stransky si incarica di allungare in avvio di ripresa con un drop, un piazzato e poi mettere il sigillo alla vittoria sudafricana con una meta, realizzata e trasformata per il 27-18 finale.

Come previsto, il Sudafrica conclude al primo posto il girone davanti all’Australia, così come l’Inghilterra si impone nel gruppo B, con le Western Samoa seconde e l’Italia ad un onorevole terzo posto, frutto della vittoria per 31-25 sull’Argentina, con tanto di dignitosa sconfitta (27-20) con inglesi, e la Nuova Zelanda nel gruppo C, mettendo in mostra l’astro nascente Jonah Lomu, un’autentica forza della natura di m.1,96 per 119kg., ed un’elevata precisione al tiro da parte del mediano di apertura Andrew Mehrtens.

L’ultimo gruppo, il D, vede primeggiare la Francia davanti alla Scozia, superata di misura (22-19) nell’ultimo incontro valido per la supremazia nel girone, grazie ad una meta allo scadere realizzata da Emile Ntamack e trasformata dal mediano d’apertura Thierry Lacroix, un esito che suona come una beffa per i “Bravehearts“, che devono ora vedersela con gli All Blacks nei quarti di finale, con gli altri accoppiamenti che prevedono Sudafrica-Western Samoa, Inghilterra-Australia e Francia-Irlanda, con quest’ultima che aveva, a propria volta, eliminato il Galles con un 24-23 che però non rende giustizia alla supremazia “irish“, dato che la squadra del Trifoglio conduceva 21-9 a 10′ dal termine.

Come prevedibile, nei primi due quarti di finale in scena il 10 giugno, i padroni di casa non hanno alcun problema a sbarazzarsi dei samoani, sotto 23-0 all’intervallo e 35-0 a 10′ dal termine, prima di un comprensibile rilassamento degli “Springbocks” – tra i quali fa il suo rientro in squadra dopo un leggero infortunio proprio Chester Williams, mattatore della gara con ben quattro mete realizzate – per il punteggio finale di 42-14 che li proietta in semifinale, dove li attende la Francia che solo nel finale riesce a prevalere sull’Irlanda in virtù delle mete realizzate da Philippe Saint-André al 78′ (trasformazione di Lacroix) e da Ntamack all’8o’ per il 36-12 conclusivo.

Nella parte bassa del tabellone, tocca ai malcapitati scozzesi cercare di reggere l’onda d’urto degli All Blacks (che nell’ultimo match del girone avevano asfaltato il Giappone 145-17 (!!!) con ben 21 mete realizzate), venendo sommersi sotto sei mete per un 48-30 conclusivo che non rende merito all’ancor più netta superiorità dei neozelandesi, andati al riposo già sul 24-9 a loro favore, mentre il quarto più incerto mette di fronte le due finaliste della passata edizione, vale a dire Inghilterra ed Australia.

Parte forte il “XV della Rosa“, portandosi sul 13-3 grazie ad una straordinaria azione di Tony Underwood che percorre in solitario oltre metà campo sull’out destro per andare a depositare l’ovale oltre la linea di meta, vantaggio ridotto da un piazzato di Lynagh in chiusura di tempo e poi annullato ad inizio ripresa quando, su di un lancio lungo dello stesso Lynagh, è Damian Smith a sorprendere l’incerta difesa inglese, andando a raccogliere la palla al volo per la meta poi trasformata da Lynagh per il 13 pari.

Da lì in avanti, tocca ai due mediani di apertura Rob Andrews e Lynagh dare sfoggio della loro abilità sui calci piazzati per allungare il punteggio sino al 22-22 quando, all’ultima azione della gara, Andrews riceve l’ovale da una mischia e, da oltre 30 metri, centra i pali per il definitivo 25-22 che vendica la sconfitta di quattro anni prima a Twickenham e schiude agli inglesi le porte della semifinale.

Con tutto un paese impazzito per le imprese degli “Springbocks“, l’attesa per la semifinale del 17 giugno al Kings Park di Durban è altissima, ma un avversario impensabile rischia di compromettere il cammino dei sudafricani, vale a dire il maltempo che, sotto forma di un acquazzone, rischia di non far disputare l’incontro, il cui inizio viene rimandato tre volte, per poi cominciare con 1h30′ di ritardo.

La circostanza non è indifferente, poiché in caso di mancata disputa della gara, a qualificarsi per la finale sarebbero stati “Les Coqs“, dato che i sudafricani avevano avuto due espulsi nella gara contro le Western Samoa – un regolamento sportivamente assurdo, ma così era – ed, in effetti, le condizioni del terreno tutto consentono tranne che disputarsi un match di Coppa del Mondo, incontro che i sudafricani fanno loro per 19-15 grazie ad una sola meta del terza linea Ruben Kruger realizzata al 26′ ed alla consueta precisione nei calci di Joel Stransky cui i transalpini riescono ad opporre solo l’altrettanto letale al tiro Lacroix ed un tentativo di Benazzi di andare in meta in chiusura di gara, placcato da Small nei pressi della linea.

Ma un’altra nube nera si addensa sopra la testa degli “Springbocks“, i quali ne prendono coscienza guardando in Tv il giorno dopo l’altra semifinale tra Nuova Zelanda ed Inghilterra, ed ha dei connotati ben precisi che prendono il nome del già ricordato ventenne Jonah Lomu che da solo distrugge la difesa anglosassone con ben quattro mete realizzate per un 45-29 che lascia agli inglesi l’onore delle armi esclusivamente per le mete messe a segno da Carling e Rory Underwood nei minuti finali a rendere meno umiliante il passivo …

Manca oramai solo l’ultimo tassello per il completamento di un sogno che pareva inimmaginabile alla vigilia, e Mandela, da buon politico, sfrutta l’occasione da un punto di vista mediatico, presentandosi davanti ai 62.000 che gremiscono l’Ellis Park Stadium di Johannesburg il 24 giugno 1995, indossando la maglia n. 6 del capitano degli “Springbocks“, François Pienaar, a simboleggiare la ritrovata (od almeno sperata) riappacificazione tra i sudafricani di colore e gli odiati afrikaner bianchi.

La gara, come spesso accade nelle finali, non è particolarmente entusiasmante, con i sudafricani che si preoccupano di limitare – come poi in effetti vi riescono – le scorribande di Jonah Lomu presidiando le linee laterali e costringendolo a dirigersi nelle corsie centrali dove la sua esplosività è chiaramente maggiormente controllabile, e tocca ai due mediani di apertura – Stransky per gli “Springbocks” e Mehrtens per gli “All Blacks” – incaricarsi di muovere il punteggio, che a fine primo tempo vede il Sudafrica avanti 9-6 in virtù di un drop di Stransky poco dopo la mezz’ora di gioco.

Drop che Mehrtens restituisce al quarto d’ora della ripresa per il 9 pari e, con la gara che si sta avviando verso i supplementari – per la prima volta nella storia della Coppa del Mondo – è lo stesso n.10 neozelandese a ricevere un’invitante palla successivamente ad una rimessa laterale per poter chiudere i conti da poco oltre la linea dei 22 metri, una zona da cui difficilmente sbaglia, ma per una volta la mira del cecchino è errata e l’ovale esce di poco a lato dei pali.

Si va così ai supplementari e Mehrtens si fa perdonare trasformando dopo 2′ una punizione da appena oltre metà campo per l’ultimo vantaggio All Blacks, pareggiato in chiusura di primo tempo extra da un analogo piazzato di Stransky e la decisione avviene a 7′ dalla conclusione della gara quando lo stesso Stransky riceve la palla dal mediano di mischia Joost van der Westhuizen per calciare in mezzo ai pali tra il tripudio della folla (bianca e nera) e dello stesso Mandela in tribuna per i punti del definitivo 25-22 che consegna al Sudafrica la sua prima Coppa del Mondo alla sua prima apparizione, e “Madiba” (il nomignolo con cui Mandela è chiamato tra la sua gente) può consegnare, ancora con la maglia n.6 di Pienaar addosso, al vero capitano sudafricano la gloriosa “William Webb Ellis Cup“!

Lo stesso Pienaar ebbe poi a ricordare tale momento come il più emozionante della sua vita ed a sottolineare come molte persone sottovalutino l’effetto aggregante che lo sport può avere a livello politico sociale, tutte situazioni affrontate e ben descritte nel film “Invictus, sapientemente diretto da Clint Eastwood ed uscito a fine anno 2009, e che ebbe due “Nomination” agli Oscar per quello straordinario personaggio che risponde al nome di Morgan Freeman quale “Miglior Attore Protagonista” per l’interpretazione di Nelson Mandela, e a Matt Damon come “Miglior Attore non Protagonista” per la parte svolta quale François Pienaar.

A completamento del racconto, per dovere di cronaca, non va sottaciuta una sospetta intossicazione che colpì i giocatori neozelandesi a due giorni dalla disputa della finale, con ciò debilitandone in parte il rendimento, e su cui si è molto romanzato a fine torneo, ma è altrettanto sicuro che se il drop di Mehrtens avesse centrato i pali, intossicazione o meno, la Coppa avrebbe preso la strada Maora.

E’ evidente che, in quel giugno 1995, il destino aveva scelto diversamente

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