LA VITA DA ETERNO SECONDO DI FRANKIE FREDERICKS

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Frankie Fredericks – da arebbusch.com

articolo di Giovanni Manenti

Quando, nel 1990, la Namibia, stato africano prospicente l’Oceano Atlantico e confinante a nord con Angola e Zambia, ottiene l’indipendenza dal Sudafrica, il primo a beneficiarne – da un punto di vista sportivo – è un suo rappresentante che da tre anni vive e studia negli Stati Uniti, tale Frankie Fredericks, il quale ha anche una particolare predisposizione per la corsa, correndo veloce, oh sì, se corre veloce…

Nato nell’ottobre 1967, fisico perfetto (180cm. per 73kg) per l’atletica leggera, cui unisce anche un’espressione disincantata più da universitario (quale in effetti è) o “professorino” che non da”guerriero delle piste“, Fredericks si trasferisce negli Stati Uniti a vent’anni, avendo vinto una borsa di studio alla “Brigham Young University“, potendo così affinare le sue innate doti di velocista presso i famosi campus universitari dei college Usa, aggiudicandosi tre titoli NCAA.

E se la sua neonata patria avesse voluto cercare un ambasciatore universale, non avrebbe potuto trovare di meglio del suo longilineo conterraneo, dato che, grazie alle sue prestazioni, coronate anche da un eccellente stile di corsa e da una gentilezza e correttezza in pista fuori dal comune, la Namibia viene conosciuta ed apprezzata a livello mondiale, ma andiamo per ordine.

L’ottenuta indipendenza del proprio paese consente a Fredericks di poter gareggiare a livello internazionale, dato che sul Sudafrica pende ancora l’inibizione da parte del CIO per la politica razziale – la stessa verrà tolta solo a fine 1991 con l’ammissione ai Giochi di Barcellona 1992 – ed i suoi primi squilli avvengono in occasione dei Mondiali di Tokyo 1991 dove si piazza quinto nella fantastica finale dei 100 metri, stabilendo in 9″95 il record africano, in una gara vinta da Carl Lewis con l’allora primato mondiale di 9″86, precedendo i connazionali Leroy Burrell (9″88) e Denis Mitchell (9″91) ed il britannico Linford Christie (9″92, record europeo).

La spinta ricevuta dall’ottimo risultato cronometrico sui 100 porta Fredericks a confrontarsi sui 200 con colui che sarà il suo incubo negli anni a venire, vale a dire l’americano Michael Johnson, che lo supera in finale, peraltro con tempi relativamente modesti, un 20″01 rispetto al 20″34 di Fredericks, che comunque regala al proprio paese la prima medaglia – e non poteva essere altrimenti, data l’indipendenza ottenuta appena un anno prima – in una grande manifestazione internazionale.

La conquista dell’argento mondiale stuzzica Fredericks a voler assaporare il piacere dell’oro e del relativo gradino più alto del podio con annessa esecuzione dell’inno nazionale del proprio paese, agli “All Africa Games” che si disputano a fine settembre del medesimo anno al Cairo, ottenendo una agevole doppietta sui 100, vinti in 10″18 sul nigeriano Ezinwa (10″25), e sulla doppia distanza, dove il divario con il resto dei concorrenti è oltremodo schiacciante.

Tornato negli Stati Uniti, il 24enne namibiano cura scrupolosamente la preparazione per l’appuntamento clou della stagione successiva, vale a dire le Olimpiadi di Barcellona 1992, per le quali una buona notizia perviene dagli “Olympic Trials” di New Orleans che vedono l’eliminazione del primatista e campione del mondo in carica, Carl Lewis, in non buone condizioni fisiche nei giorni delle selezioni.

Ciò nondimeno, il lotto dei partecipanti è di assoluto rilievo, contando sul trio a stelle e strisce formato da Burrell, Mitchell e Witherspoon, il britannico due volte campione europeo Linford Christie, il riabilitato dopo aver scontato i due anni di squalifica Ben Johnson unitamente ai suoi due delfini Bruny Surin ed Atlee Mahorn, nonché gli esponenti di una sempre più emergente Nigeria, capitanati da Davidson Ezinwa, cui si uniscono Olapade Adeniken e Chidi Imoh, per una staffetta che conquisterà nella medesima rassegna olimpica una straordinaria medaglia d’argento, sconfitti solo dagli Stati Uniti di un ritrovato Carl Lewis.

Superate senza alcuna difficoltà le batterie, ai quarti di finale – dove si registra una sola relativa sorpresa con l’eliminazione del canadese Mahorn – Fredericks vince la propria serie in un convincente 10″13, tempo superato solo da Christie che, nella più serrata delle quattro prove, supera (10″07 a 10″08) Burrell, annunciando un possibile duello anche in finale.

Il giorno dopo, 1 Agosto 1992, vanno in scena le due semifinali, e la sfida tra Burrell e Christie si ripete, con stavolta l’americano a prevalere in 9″97 rispetto al 10″00 del britannico, in una serie che vede la malinconica uscita di scena di Ben Johnson, addirittura ultimo in 10″70, mentre anche Fredericks avanza la propria candidatura quantomeno ad una medaglia, facendo sua la seconda semifinale in 10″17 davanti a Surin.

Meno di tre ore dopo va in scena l’atto conclusivo, condizionato da una falsa partenza attribuita a Burrell che lo condiziona nel secondo avvio, non facendolo mai essere in gara, circostanza di cui approfitta Christie che, dopo aver raggiunto il piccolo Surin, specialista dei 60 metri indoor, va a vincere con ampio margine in 9″96, con Fredericks che resiste al ritorno di Mitchell (10″02 a 10″04) per portare alla Namibia la sua prima medaglia olimpica.

Argento che Fredericks replica cinque giorni dopo nella finale dei 200 metri, dove la concorrenza è sicuramente meno forte e che registra la clamorosa eliminazione in semifinale proprio di Michael Johnson (affetto da virus gastrointestinale), pur se nella prima l’altro americano Mike Marsh fa segnare uno sconvolgente 19″73 (!!!), ad appena un  centesimo dal record mondiale di Mennea, per poi far suo l’oro in 20″01 con il namibiano che conclude in seconda posizione in 20″13.

I due argenti olimpici consolidano in Fredericks la convinzione di essere sulla strada giusta ed il suo prossimo obiettivo sono le Olimpiadi di Atlanta 1996, per arrivare alle quali si rende però conto di dover migliorare i propri tempi se vuole avere speranze di vittoria, e ciò puntualmente avviene già ai Mondiali di Stoccarda 1993 dove, a dispetto di un sesto posto in 10″03 sui 100 vinti da Christie davanti al terzetto americano composto da Cason, Mitchell e Lewis, raggiunge il primo obiettivo della propria attività agonistica, con la bandiera della Namibia che sventola sul più alto pennone in occasione della premiazione dei 200 metri, da lui vinti in un eccellente 19″85, record dei campionati, pur in assenza di Johnson, iscritto solo sui 400 metri, da lui puntualmente vinti in 43″65.

La dimostrazione di superiorità fornita da Johnson sul giro di pista convince l’americano sulla possibilità di puntare ad una storica accoppiata 200/400 sia in chiave olimpica che mondiale, ed il banco di prova ideale è costituito dai Mondiali di Goteborg 1995, giusto un anno prima dell’appuntamento a cinque cerchi, ma se sui 400 la concorrenza è praticamente in casa – in special modo nel primatista mondiale Harry “Butch” Reynolds – sulla più corta distanza è il namibiano a destargli non poche preoccupazioni.

Quel Fredericks che, dal canto suo, si rende conto di come la concorrenza sui 100 sia molto più agguerrita rispetto ai 200, dove, in effetti, a parte Johnson, una medaglia è già quasi praticamente certa, e poi i 100 sono una gara dove non è concesso il benché minimo errore, mentre sulla doppia distanza anche un’eventuale partenza leggermente ritardata può consentire il recupero, ragion per cui affina la sua preparazione per migliorare sempre più il proprio rendimento sulla prova con curva.

E, difatti, i due rivali si presentano alla sfida nella finale sui 200 metri dell’11 agosto 1995 con Fredericks piazzatosi ai margini del podio sui 100, quarto in 10″07 nella gara vinta dal nuovo astro canadese Donovan Bailey in 9″97 davanti al connazionale Surin, mentre Johnson ha, dal canto suo, ha replicato l’oro iridato sui 400 sconfiggendo ancora una volta Reynolds ed avvicinandone in 43″39 il limite mondiale di 43″29 dal medesimo detenuto.

Niente da fare, la prova generale in prospettiva Atlanta 1996 riesce molto meglio all’americano che spazza via la concorrenza andando a vincere in un eccellente 19″79, nuovo record dei campionati, con l’ex sudafricano che coglie l’ennesimo argento, ma con un distacco abissale (20″12), precedendo di 0″06 centesimi l’altro statunitense, Jeff Williams.

In accordo con il proprio allenatore, Fredericks comprende benissimo che non può competere con Johnson, il quale ha una maggiore resistenza provenendo dal “giro della morte“, se non migliora la sua velocità di base, dato che i suoi tempi sui 100 sono sì buoni ma non eccezionali se vuole aspirare alla gloria olimpica, ed il lavoro fatto nel periodo invernale dà i suoi buoni frutti quando “l’ingegnerefa fermare i cronometri sul 9″86 al meeting di Losanna del 3 luglio 1996, appena un 0″01 centesimo superiore al limite mondiale di Leroy Burrell, anche se le notizie che giungono dagli “Olympics Trials” di Atlanta sono tali da demoralizzare chiunque, con Johnson che, dopo aver vinto il 19 giugno i 400 in 43″44, quattro giorni dopo migliora il record di Pietro Mennea che resisteva dalle Universiadi di Città del Messico 1979, portandolo ad uno stratosferico 19″66!

Perfetto, ma se c’è da vendere cara la pelle, Fredericks non è il tipo che si tira indietro, avendo ora nelle proprie corde (o gambe, per meglio dire) chances di vittoria su entrambe le distanze, ed è ben deciso a giocarsele sin dalla gara inaugurale, quella che certifica l’uomo più veloce al mondo ed alla quale si presenta da leader stagionale in forza del ricordato 9″86.

Come di consueto, la prova si disputa in due giornate, con batterie al mattino e quarti di finale il 26 luglio, semifinali e finale nel tardo pomeriggio del giorno seguente, e Fredericks non ha alcun problema a qualificarsi per le semifinali, vincendo la sua serie nel miglior tempo di 9″93 così come fa il suo amico/rivale Ato Boldon, che ferma i cronometri sul 9″95, mentre l’interessante sfida della terza serie tra il campione olimpico e quello mondiale in carica, vede prevalere (10″03 a 10″05) Christie su Bailey.

Le due semifinali, che vanno in scena alle 18,30 del 27 luglio, vedono Fredericks e Boldon confermarsi nella loro veste di pretendenti alle medaglie, con il primo che vince la prima in 9″94 davanti a Bailey ed all’americano Mike Marsh, ed il secondo che lo imita facendo sua la seconda in 9″93 precedendo Mitchell e Linford Christie, che non appare al meglio della forma.

Talmente fuori condizione, Christie, che quando due ore e mezza dopo gli otto finalisti si presentano sui blocchi di partenza per la disputa dell’atto conclusivo, incappa in due false partenze – inframezzate da una terza di Ato Boldon – che ne determinano la squalifica e la gara la perdita di uno dei suoi partecipanti più attesi.

Quando, finalmente, al quarto tentativo, la partenza viene data buona, il più veloce a mettersi in moto è Mitchell, seguito da Boldon, con Fredericks che li supera a metà gara mentre Bailey, come al solito, è il più lento a mettersi in moto, ma quando le lunghe leve del canadese (alto 185 cm.) si mettono in moto la sua rimonta è talmente imperiosa da andare a trionfare togliendo anche a Burrell (assente in quanto giunto appena sesto ai “Trials“) il record mondiale con il tempo di 9″84 ed a Fredericks non resta che il rammarico di conquistare l’argento con il miglior crono di 9″89 che gli avrebbe dato l’oro olimpico (al netto della squalifica di Ben Johnson a Seul 1988), in qualsiasi precedente edizione dei Giochi, con Boldon bronzo in 9″90 e Mitchell che può consolarsi (si fa per dire) per essere il primo atleta a correre sotto i 10″ netti in una finale olimpica senza salire sul podio.

Il terzo argento in due rassegne olimpiche non è da disprezzare, ed il riscontro cronometrico dà fiducia a Fredericks, il quale spera che i quattro turni sui 400 metri possano influire sul rendimento di Johnson nella sfida sui 200, americano che, dal canto suo, ha dato un’ulteriore dimostrazione di superiorità sul giro di pista da lasciare esterrefatti, lasciando a quasi 1″ di distacco il britannico Roger Black nello sfiorare nuovamente il limite mondiale di Reynolds, coprendo la distanza nel nuovo record olimpico di 43″49.

Nella vita, ma soprattutto nello sport, le sfide vanno sempre accettate e mai darsi per vinti in partenza, questo deve essere stato il pensiero di Fredericks, dopo che i primi due turni eliminatori sono stati poco più di una passeggiata, nell’affrontare alle ore 18 dell’1 agosto 1996 la sua seconda semifinale, dopo che Johnson ha conquistato il “pass” per la finale in un comodo per lui 20″27, in una serie che ha fatto come vittime il nigeriano Obikwelu (che poi correrà sotto i colori del Portogallo) ed il britannico John Regis.

Fredericks non si risparmia come ha fatto il rivale, intenzionato forse a ricevere un’iniezione di autostima, ed il responso cronometrico lo premia con un 19″98 davanti a Boldon (20″05) che ne rafforza la convinzione di poter puntare forse a qualcosa di più di una semplice medaglia.

Due ore dopo, gli otto finalisti sono schierati ai blocchi di partenza per dar vita ad una delle più appassionanti gare della storia dei Giochi, in cui Michael Johnson – il “Waco Express” come è soprannominato – fornisce una straordinaria dimostrazione di potenza che sembra far andare lentamente i propri avversari, tagliando il traguardo in un fantascientifico (almeno sino a quando non si presenta sulle piste di tutto il mondo un certo Usain Bolt) 19″32 di fronte al quale il 19″68 di Fredericks – solo altro atleta al aondo ad andare sotto il limite di Mennea del 1979 – sbiadisce, così come il pur eccellente 19″80 di Ato Boldon, che si piazza al terzo posto.

Certo, per l’amor di Dio, se la Namibia compare nel medagliere assoluto dei Giochi lo deve esclusivamente ai 4 argenti conquistati da Fredericks, ma ad aver corso due finali in 9″89 e 19″68 e non aver vinto l’oro c’è di che rammaricarsi e neppure poco, considerato poi che Fredericks ha corso nell’intera carriera per 27 volte i 100 metri sotto i 10″ e per 24 i 200 sotto i 20″.

Quando si dice, un perdente di successo

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