SIR STANLEY MATTHEWS E LA FINALE DI FA CUP DEL 1953

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Matthews e il Blackpool in trionfo – da fifa.com

articolo di Giovanni Manenti

Quando, a fine anno 1956, i giurati del settimanale francese “France Footballespressero le loro preferenze per l’assegnazione del primo “Pallone d’oro, riconoscimento che intendeva premiare il giocatore europeo maggiormente distintosi nel corso della stagione, fu chiaro a tutti come la scelta ricaduta sulla già oltre 40enne ala inglese Stanley Matthews – capace di precedere per soli tre voti (47 a 44) il fuoriclasse argentino Alfredo Di Stefano – dovesse essere considerata alla stessa stregua di un oscar alla carriera, come avviene nel mondo del cinema.

Di certo, non potevano immaginare che quel simpatico vecchietto – nato a Stoke-on-Trent ad inizio febbraio 1915 – avrebbe giocato ancora per 9 anni, ritirandosi alla veneranda età di 50 anni compiuti, un omaggio che la squadra della sua città, lo Stoke City, volle tributargli facendolo scendere per l’ultima volta in campo con i colori biancorossi dei “Potters” nella sfida interna di First Division del 6 febbraio 1965 contro il Fulham e conclusa con la vittoria dei padroni di casa per 3-1.

E comunque, pur ammettendo che, essendo alla prima edizione, fosse logico che il premio dovesse riguardare anche il passato dei calciatori ancora in attività, appare evidente che la scelta ricaduta su “Sir” Stanley (riconoscimento questo, tributatogli proprio nel 1965, anno di fine carriera) sia stata legata più alla sua straordinaria longevità che non per i risultati ottenuti nella pur lunga carriera, dato che, nel corso della stessa, a dispetto delle sue indubbie qualità tecniche, è riuscito a conquistare un solo trofeo, pur se molto prestigioso in ambito britannico, vale a dire la “Football Association Cup“, altresì la più antica manifestazione calcistica mondiale, risalendo la prima edizione addirittura al 1872!!!

Non va, peraltro, sottaciuto come Matthews – campione anche di precocità, oltre che di longevità, avendo esordito nello Stoke in Second Divisione appena 17enne, il 19 marzo 1932 – abbia, al pari di altri giocatori del suo periodo, sofferto il periodo di interruzione dei campionati per sette lunghi anni, dal 1939 al 1946, a causa della Seconda Guerra Mondiale, durante la quale subisce anche la perdita del padre il quale, in punto di morte, strappa al figlio due importanti promesse: “Prendersi cura della madre e vincere la FA Cup!“.

Con la ripresa dei campionati a fine agosto 1946, lo Stoke disputa un eccellente torneo che lo vede in lotta per il titolo sino alle ultime giornate, cedendo solo di due punti rispetto al Liverpool campione, ma durante lasStagione i rapporti si incrinano tra l’oramai 32enne Matthews, il tecnico Bob Mc Grory e la dirigenza, ottenendo il via libera alla sua richiesta di trasferimento, in ordine al quale la destinazione prescelta è il Blackpool, giunto appena dietro ai “Potters” in campionato, sia in quanto vicino alla propria residenza che per formare quello che ritiene un’ideale coppia di attacco con l’altro Stan, Mortensen.

Il passaggio avviene dietro pagamento di una somma di £.11.500, ed il benvenuto ricevuto dal nuovo manager, Joe Smith non è certo dei più incoraggianti, chiedendogli se se la sentisse di giocare a buoni livelli per altri due anni (sic), pur confermandogli tutta la propria fiducia nel renderlo libero di esprimere tutta la sua abilità di giocoliere sulla fascia destra che gli era valso l’appellativo di “The Wizard of the dribble” (“Il Mago del dribbling“).

Chiaramente, qualche acciacco dell’età inizia a farsi sentire, ma per i primi quattro anni – dal 1947 al 1951 – il suo lavoro di “assist man” per la punta centrale Mortensen è di tutto rispetto, considerando come il “top scorer” del club per reti (197) realizzate in First Division, va a segno in ben 91 occasioni e, già nel corso della prima stagione, il Blackpool ha l’occasione per monetizzare al massimo l’investimento profuso per l’acquisto di Matthews, raggiungendo per la prima volta nella storia, la “FA Cup Final” che lo vede affrontare il 24 aprile 1948 a Wembley il Manchester United, dopo aver eliminato in semifinale il Tottenham, grazie ad una tripletta di un fantastico Mortensen, a segno in ogni turno della competizione, con già 9 reti al suo conto nei cinque incontri disputati.

I “Red Devils“, che hanno chiuso il campionato al secondo posto dietro all’Arsenal, si dimostrano però un ostacolo insormontabile per i “Seasiders” che, nonostante Mortensen vada ancora a segno, devono arrendersi per 4-2 di fronte ad uno scatenato Jack Rowley, autore di una doppietta.

L’appuntamento con il verde prato di Wembley è rimandato di soli tre anni, allorquando Matthews e Mortensen, che possono contare anche sul valido apporto in attacco dell’ala sinistra, sudafricano di nascita, Bill Perry, acquistato nel 1949, vi si ripresentano il 28 aprile 1951 per affrontare il Newcastle di un altro grande fromboliere, il centravanti Jackie Milburn, e che ha chiuso la stagione al quarto posto con 49 punti, appena uno in meno del Blackpool, terzo in un campionato vinto dal Tottenham.

Come da pronostico, il match è aperto ed incerto, con continui cambi di fronte e Matthews in giornata di grazia ad alimentare l’attacco dei suoi, ma, dopo che all’intervallo il risultato non si è ancora sbloccato dallo 0-0 di partenza, in avvio di ripresa una disattenzione difensiva lancia Milburn in spazio aperto per un invito al goal che non si lascia sfuggire, per poi replicare appena 5′ dopo con una gran conclusione da fuori area per il punto del definitivo 2-0 che rimanda ancora una volta l’appuntamento con il trofeo per Matthews & Co.

Oltretutto, l’anno seguente, un infortunio limita la stagione di Matthews a sole 19 presenze e, nonostante Mortensen vada regolarmente a segno, la classifica piange con il Blackpool che giunge nono a 12 lunghezze dai campioni del Manchester United, e le prospettive non appaiono migliori per il 1953.

Difatti, dopo un lusinghiero inizio di stagione, con 8 vittorie, un pari e due sconfitte nelle prime undici giornate, a metà ottobre Matthews subisce un infortunio che lo tiene lontano dai terreni di gioco sino ad inizio gennaio, proprio in concomitanza con il terzo turno di “FA Cup” del 10 gennaio 1953 sul campo dello Sheffield Wednesday, match che il Blackpool vince 2-1 grazie anche ad una rete di Matthews e pur in assenza di Mortensen, infortunatosi una settimana prima nella sconfitta esterna a Preston.

Questa staffetta di infortuni tra i due Stan fa sì che Mortensen possa recuperare il posto da titolare a metà marzo, giusto in tempo per la semifinale di coppa a cui i suoi compagni hanno portato la squadra vincendo a fine febbraio 2-1 ad Highbury contro l’Arsenal e l’appuntamento del 21 marzo sul neutro del “Villa Park” è tutt’altro che semplice, dovendo affrontare il Tottenham.

Ma è ancora un 2-1, stavolta targato Perry e Mudie, ha dare per la terza volta in sei anni – e la seconda negli ultimi tre – il “passper la finale di Wembley per affrontare i Bolton Wanderers che annoverano tra le loro fila un altro temibilissimo bomber, quel Nathaniel “Nat” Lofthouse recordman “all time” del club con 285 reti realizzate e capace altresì di andare a segno per ben 30 volte in appena 33 apparizioni con la nazionale inglese.

Ed è proprio Lofthouse, dopo appena 2′ dal fischio d’inizio della finale in programma il 2 maggio 1953 a Wembley, a portare in vantaggio i suoi, peraltro con un tiro da fuori area di nessuna pretesa, ma che il portiere del Blackpool, il nazionale scozzese George Farm, si lascia incredibilmente sfuggire con la palla che rotola lentamente in rete.

Con questa incoraggiante premessa, il Blackpool prova a riorganizzare il proprio gioco, avendo anche un po’ di fortuna dalla sua parte sotto forma di un palo a portiere battuto colpito ancora da Lofthouse – il quale eguaglia il record di essere andato a segno in ogni turno della manifestazione – e, successivamente, da un infortunio al mediano dei “Wanderers” Eric Bell che lo costringe, dato che all’epoca non sono consentite sostituzioni, a spostarsi all’alla sinistra, pressoché inutilizzabile.

E così, quando Mortensen al 35′, ben lanciato in area, trafigge da sinistra con un potente diagonale Hanson per il punto del pari, è opinione diffusa che l’inerzia della gara penda dalla parte dei “Seasiders“, ma coach Joe Smith non ha fatto i conti con la giornata no del proprio portiere che, a 5′ dal termine della prima frazione di gioco, si fa trovare nuovamente indeciso su di un lungo cross dalla destra di Langton, consentendo all’interno destro e capitano dei “Wanderers“, Willie Moir, di anticiparlo, toccando la palla di testa di quel tanto da impedirne l’intervento per il 2-1 con cui le due squadre vanno al riposo.

Durante l’intervallo il tecnico esorta i suoi giocatori a continuare a giocare come han fatto sinora, convinto della loro superiorità sul terreno di gioco e che solo due infortuni stanno al momento determinando un risultato sfavorevole, parole che aumentano la fiducia della compagine capitanata da Matthews che, nei primi 10′ della ripresa, attacca senza soluzione di continuità, fallendo una clamorosa occasione da goal scaturita da una delle tante iniziative lungo la fascia della guizzante ala destra, che rimette la palla indietro dal fondo per la finta di Mortensen che consente all’estrema sinistra Perry di calciare quasi a colpo sicuro, solo per vedere la palla finire abbondantemente a lato.

La sensazione che la gara possa trasformarsi in un altro pomeriggio da incubo per i supporters degli “arancioni” si materializza quando, poco dopo l’errore di Perry, il Bolton va a segno per la terza volta e nella maniera più impensabile, vale a dire con l’infortunato Bell che, nessuno riesce a capacitarsi come faccia, salta più in alto dei difensori per andare a raccogliere di testa un traversone dalla destra e trafiggere il questa volta incolpevole Farm.

Con poco più di mezz’ora a disposizione e sotto di due reti, per il Blackpool ed i suoi tifosi è notte fonda, e lo spettro della terza finale consecutiva persa nell’arco di sei anni è qualcosa molto più vicina al vero di quanto si potesse prevedere, ma incredibilmente la terza rete subita ha l’effetto di una frustata sugli uomini di Smith i quali, nel rimettere la palla al centro, si guardano negli occhi convincendosi che sono la squadra tecnicamente migliore, che stanno anche fisicamente meglio poiché, a parte l’infortunio di Bell, molti altri dei loro avversari stanno accusando dei crampi e che, soprattutto, non hanno alcuna intenzione di perdere.

Quello a cui i 100.000 che gremiscono le tribune di Wembley hanno la fortuna di assistere passa alla storia come “The Matthews half an hour” (“La mezz’ora di Matthews“), il quale, in quanto capitano, deve dare l’esempio ai propri compagni e sa benissimo che, a 38 anni suonati, difficilmente gli si potrà presentare un’altra occasione per vincere la Coppa.

Il suo show personale inizia a metà ripresa, quando si produce in uno dei suoi proverbiali affondi sulla destra, rimettendo un morbido cross sull’altro palo su cui stavolta è il portiere del Bolton Hanson a dimostrarsi incerto, non riuscendo a bloccare la sfera che, ricadendo alle sue spalle, viene raccolta in spaccata da Mortensen per la rete che accorcia le distanze sul 2-3.

Ora sì che l’inerzia della gara è definitivamente dalla parte del Blackpool, con gli avversari che a stento si reggono in piedi, anche se Hanson si riscatta respingendo una potente conclusione di Mortensen, ed il tempo gioca tutto a favore dei “Wanderers“, con il “grande orologio” di Wembley che scandisce inesorabilmente i minuti che passano.

Ma, mentre ci si avvicina al fischio finale, la difesa del Bolton concede una punizione dal limite per fallo su Mudie, che Mortensen si incarica di trasformare – per la sua personale “hattrick” (uno che in carriera ha realizzato 25 reti in 29 match di FA Cup) – con una battuta di rara potenza e precisione che manda la palla ad infilarsi nell’angolo alto della porta difesa da Hanson senza che lo stesso accenni minimamente alla parata, 3-3 all’88’!

Oramai i giocatori del Bolton, sfiniti e con il morale a terra, sanno che nei supplementari non avranno scampo e quasi come una liberazione giunge per loro, nei minuti di recupero, la rete della vittoria per il Blackpool, propiziata ancora da Matthews il quale si fa beffe del proprio avversario diretto, punta sul fondo per rimettere al centro una palla comoda comoda per il facile tocco in rete di Perry ed il 4-3 da 1-3 è bello e confezionato!

Era dall’edizione del 1889/90 (Blackburn Rovers-The Wednesday 6-1) che non si registravano sette reti in una finale di FA Cup, incontro che passa alla storia come “The Matthews final“, dato che il 38enne Stanley viene unanimemente votato quale “Man of the match“, pur se lo stesso “Magician” ha sempre rifiutato tale etichetta, affermando che il merito va attribuito all’intera squadra e non ad un singolo in particolare, manifestandosi peraltro d’accordo, al contrario, nella definizione della gara da parte dei media come “The greatest ever Fa Cup final” (“la più grande finale di FA Cup di ogni epoca“).

E, su questo, come fare a dargli torto, visto che, oltre ad aver il Blackpool operato una di quelle rimonte che restano nella storia del calcio, Matthews stesso, dal canto suo, è riuscito ad onorare la promessa fatta al padre sul letto di morte e chissà se, da lassù, pure lui non ci abbia messo lo zampino.

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