IVO VAN DAMME, UNA BRILLANTE CARRIERA STRONCATA DAL DESTINO

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Ivo Van Damme – da portfolio.lesoir.be

articolo di Giovanni Manenti

Non si era ancora completamente spenta l’eco della tragica fine del mezzofondista americano Steve Prefontaine, avvenuta a fine maggio 1975, che prima della fine del successivo anno 1976 un analogo triste destino si compie anche nel vecchio Continente, colpendo la giovane speranza belga Ivo Van Damme.

Il Belgio, terra dove si praticano gli sport più seguiti, vale a dire il calcio ed il ciclismo, vanta comunque qualche buon risultato in sede olimpica, dal famoso oro di Gaston Reiff che a Londra 1948 anticipa la “locomotiva umana” Emil Zatopek facendo sua la medaglia d’oro sui 5.000 metri, per proseguire con Roger Moens, primatista mondiale sugli 800 con 1’45″7 ed argento a Roma 1960 dietro al neozelandese Peter Snell, e poi ancora Gaston Roelants, campione europeo a Belgrado 1962 ed olimpico a Tokyo 1964 sui 3.000 siepi, per finire con Emiel Puttemans, argento a Monaco 1972 sui 10.000 preceduto dal finnico Lasse Viren.

Van Damme, nato a Bruxelles nel febbraio 1954, si dedica da ragazzo, un po’ come tutti i suoi coetanei, al calcio, sognando di entrare a far parte del celebre club della capitale, l’Anderlecht, per poi dedicarsi all’atletica leggera all’età di 16 anni dopo aver visto di non possedere le qualità per sfondare nel mondo pallonaro.

I primi tangibili risultati si vedono nel 1973, quando a 19 anni Van Damme si piazza quarto ai campionati Europei juniores, soffrendo l’anno seguente di una forma di mononucleosi che ne rallenta l’attività impedendogli di partecipare agli Europei di Roma 1974, per poi tornare validamente sulla breccia nel 1975, migliorando il record nazionale del citato Moens che resisteva da oltre 20 anni e conquistando la sua prima medaglia di prestigio, con l’argento sugli 800 metri alle spalle del tedesco est Gerhrad Stolle ai campionati Europei indoor di Katowice.

In un paese freddo come il Belgio, a Van Damme non dispiacciono le gare indoor, allenandosi per buona parte del periodo invernale in palestra, e a febbraio 1976 conferma questa sua tendenza facendo suo il titolo ai campionati Europei indoor di Monaco, precedendo in 1’49″2 il tedesco occidentale Josef Schmid.

Consapevole delle proprie possibilità, ma poco accreditato dagli addetti ai lavori stante le sue pressoché nulle prestazioni nelle grandi manifestazioni internazionali, Van Damme si presenta alle Olimpiadi di Montreal 1976 con l’ambizioso proposito di ben figurare sia sugli 800 che sui 1.500 metri, prova quest’ultima meno praticata sinora.

Le perplessità della vigilia iniziano a diradarsi già dalle batterie degli 800 metri, in programma il 23 luglio 1976, quando Van Damme, inserito nella sesta ed ultima serie, non è da meno dei vari Wohlhuter, Juantorena, Clement, Ovett e Wulbeck, vincendo anch’egli la propria gara con un discreto 1’47″80.

Ma è il giorno dopo che Van Damme ottiene la candidatura ufficiale per una medaglia, tenendo botta ad “El Caballo” Alberto Juantorena finendogli alle spalle in 1’46″00 nella prima delle due semifinali, che il cubano vince in 1’45″88 e precedendo il britannico Ovett, mentre la seconda è appannaggio dell’americano Rick Wohlhuter in un più lento 1’46″72.

Incomincia a serpeggiare tra la stampa accreditata l’ipotesi che questo belga 22enne possa rappresentare la classica sorpresa in una finale che vede comunque Juantorena come il logico favorito, ed il primo a pensarla così deve essere stato proprio il cubano che, dall’alto del proprio strapotere fisico, impone alla gara un ritmo elevato con l’intento di fiaccare la resistenza dei suoi avversari, dei quali il solo Wohlhuter tenta di restare attaccato al “treno” imposto dal fuoriclasse caraibico, mentre Van Damme opera tatticamente in modo molto giudizioso, circostanza che gli consente, mentre Juantorena va a trionfare con il nuovo record mondiale di 1’43″50, di scavalcare l’americano negli ultimi metri per concludere in un 1’43″86 che, oltre a polverizzare il primato nazionale, è appena al di sopra del precedente limite mondiale ed europeo di 1’43″7 dell’italiano Marcello Fiasconaro.

Per un poco più che ventiduenne debuttante ai giochi a cinque cerchi vi sarebbe da essere più che soddisfatti, ma proprio la beata incoscienza della gioventù spinge il belga a non trascurare di giocare le sue carte anche sulla più lunga distanza dei 1.500 metri, dove, tra l’altro, manca la concorrenza dei paesi africani che hanno boicottato le Olimpiadi per protesta contro la Nuova Zelanda, la cui nazionale di rugby ha disputato alcune gare amichevoli contro gli “Springbocks” sudafricani in un periodo in cui tale paese è bandito dallo sport mondiale per la sua politica razziale.

Assieme a Van Damme, doppiano la gara degli 800 anche il bronzo Rick Wohlhuter, il britannico Ovett, quinto in finale, il tedesco occidentale Thomas Wessinghage e l’altro britannico Frank Clement, viceversa eliminati entrambi in semifinale, mentre non sono della partita sia il tedesco est Klaus-Peter Justus, oro ai campionati Europei di Roma 1974 con un peraltro modesto 3’40″55 che il danese Hansen, giunto secondo in detta rassegna europea.

Nulla a che vedere con quanto, al contrario, accaduto ai “Commonwealth Games” di Christchurch 1974, in Nuova Zelanda, dove gli 800 metri erano stati vinti dal keniano John Kipkurgat in 1’43″91 davanti al connazionale Mike Boit (1’44″38) ed al neozelandese John Walker (1’44″92), mentre ai piedi del podio resta il tanzaniano Filbert Bayi il quale, otto giorni dopo, si prende una ghiotta rivincita facendo suoi i 1.500 metri migliorando con 3’32″16 il limite mondiale di 3’33″1 dell’americano Jim Ryun che resisteva da oltre sei anni, davanti a Walker che con 3’32″52 va anch’esso sotto il precedente primato, mentre il keniano Ben Jipcho, correndo in 3’33″16 eguaglia in pratica il precedente record, per la più veloce corsa sulla distanza mai disputata prima di allora.

Si può quindi ben capire come, depennati dalle “starting list” gli atleti africani per i motivi sopra ricordati, sia proprio il biondo neozelandese John Walker il più autorevole accreditato alla conquista della medaglia d’oro ed il giovane belga, dimostrando una sagacia tattica inusuale per l’età, intuisce che deve in qualche modo trarne un vantaggio a proprio favore.

Inserito nella quarta delle cinque batterie che qualificano alle semifinali i primi tre più i tre migliori tempi, Van Damme non ha difficoltà a superare il turno giungendo secondo in 3’39″93, spalla a spalla con Wohlhuter (3’39″94) e dietro al tedesco occidentale Wellmann che conclude in 3’39″86, mentre le impressioni migliori le destano il britannico Steve Ovett, il quale vince la seconda serie in 3’37″89 davanti al bronzo europeo Wessinghage (3’37″98) ed al portoghese Fernando Mamede, insolitamente iscritto sulla distanza, lui più abituale frequentatore dei 5.000 e 10.000 metri, nonché Walker, che fa registrare il miglior tempo in 3’36″87 aggiudicandosi la terza batteria, davanti all’altro britannico Clement (3’37253) ed all’australiano Crouch, che si era piazzato al quarto posto nella citata gara mondiale di Bayi ai “Commonwealth Games“.

Il giorno dopo, 30 luglio 1976, i 18 atleti qualificati tornano in pista per le semifinali da dove dovranno uscire i nove che si contenderanno le medaglie nella finale in programma il giorno seguente 31 luglio, e le due serie anticipano quello che sarà il motivo conduttore dell’atto conclusivo, con gare tattiche corse a ritmi relativamente lenti, in cui conta più il piazzamento che non il riscontro cronometrico.

Walker, comunque, dimostra piena padronanza della situazione, facendo sua la prima semifinale in un agevole 3’39″65 precedendo la sua ombra australiana Crouch, che conclude in 3’39″86 davanti al britannico Moorcroft, nel mentre, a sorpresa, il semisconosciuto ungherese Zemen si piazza al quarto posto, tagliando fuori dalla finale i ben più accreditati Wessinghage ed Ovett.

La seconda semifinale vede per la terza volta in pochi giorni – compresa la finale sugli 800 metri – sfidarsi in pista Van Damme e Rick Wohlhuter e, questa volta, è l’americano a piazzarsi davanti al belga (3’38″71 a 3’38″75), solo per essere entrambi infilati dal “milerirlandese Eamonn Coghlan, il quale concludendo in 3’38″60 fa registrare il miglior tempo e si candida anch’esso in una lotta per le medaglie quanto mai incerta, anche se i favori del pronostico da parte degli esperti pendono logicamente dalla parte del neozelandese Walker, autore della seconda prestazione mondiale assoluta.

Senza gli atleti africani a dettare i ritmi di gara, la finale del 31 luglio 1976 si snoda su andature più avvezze ad una tranquilla passeggiata in campagna che non ad una rappresentazione olimpica, circostanza di cui possono sperare di avvantaggiarsi coloro, come Van Damme e Wohlhuter, che, provenendo dagli 800 metri, possono vantare un maggiore spunto nel preannunciato sprint conclusivo.

Dopo i primi 300 metri con in testa il britannico Moorcroft e con Coghlan, Walker e Van Damme a chiudere il gruppo dei nove finalisti, a metà del secondo giro è l’irlandese a prendere decisamente il comando delle operazioni, subito seguito da Walker che si piazza in quarta posizione tra Coghlan ed i due britannici Moorcroft e Clement, mentre Van Damme continua a correre coperto in mezzo al gruppo, peraltro ancora oltremodo compatto.

Ci si attende che la gara si svegli con l’inizio dell’ultimo giro e, in effetti, Coghlan aumenta progressivamente l’andatura correndo alla corda, con a fianco Walker, mentre Van Damme perde probabilmente l’attimo giusto facendosi imbottigliare, al contrario di Wohlhuter che si fa spazio all’esterno andando all’attacco dei due battistrada quando siamo oramai all’entrata dell’ultima curva che precede l’ingresso nel rettilineo finale.

Qui il neozelandese si produce nell’allungo decisivo, al quale Van Damme reagisce con una frazione di secondo di ritardo, ma riuscendo comunque a superare sia Wohlhuter che Coghlan e presentandosi sul rettilineo come l’unico seriamente in grado di poter impensierire Walker per la conquista dell’oro, ma l’atleta oceanico riesce a resistere al ritorno del belga, facendo suo il titolo olimpico pur in un non eccezionale riscontro di 3’39″17 – ma, come ebbe a dire anni dopo Paolo Rosi ai microfoni Rai commentando la vittoria mondiale di Alberto Cova sui 10.000 ad Helsinki 1983, “chi se ne frega del tempo!” – con Van Damme staccato di appena 0″10 centesimi e Coghlan beffato dal tedesco Wellmann che, rinvenendo all’interno, gli nega un bronzo che, per la sua condotta di gara, avrebbe indubbiamente meritato.

Forse, se Van Damme avesse corso più nelle posizioni di avanguardia avrebbe potuto contendere con maggior successo l’oro a Walker, ma insomma, deve aver pensato, due argenti olimpici a 22 anni ed alla prima esperienza nella grande rassegna a cinque cerchi non sono affatto da buttare, con tanto tempo davanti per migliorare ancora e cogliere altri importati allori a livello continentale e mondiale.

Così come sarà stato a riflettere sul suo futuro la sera del 29 dicembre dello stesso anno, 1976, quando, alla guida della sua macchina, sta rientrando a Bruxelles da Marsiglia per passare il fine anno con la sua fidanzata Rita Thijs, che ha già stabilito di sposare l’anno seguente, tanto non ci sono eventi importanti tranne la prima edizione della Coppa del Mondo di atletica, in programma a Duesseldorf, in Germania, dove potrebbe essere iscritto nella selezione dell’Europa sugli 800 od i 1.500 metri, e poi ci sono da preparare gli Europei di Praga 1978, per verificare la crescita di quel coriaceo britannico, sì quello Steve Ovett accanto al quale mi dicono un gran bene di un certo Sebastian Coe, mah, staremo a vedere, senza dimenticare che poi ci saranno le Olimpiadi di Mosca 1980 e poi, e poi…

E poi, più nulla, solo uno schianto che spezza tutti i legittimi sogni di un ragazzo ventiduenne, che vuole realizzarsi nella vita comune accanto alla sua amata e nello sport a cui si sta dedicando da anni, quello sport che lo rende immortale dedicandogli uno dei più importanti meeting del circuito europeo della “IAAF Diamond League” e che si svolge annualmente a Bruxelles e che, sin dal 1977, anno successivo alla sua scomparsa, viene rinominato come “Memorial Van Damme“.

Indubbiamente, la tragedia umana è quella che più sconvolge, ma da un punto di vista meramente sportivo, resta la curiosità, che purtroppo non può che rimanere tale, su come sarebbero andate le cose ai Giochi di Mosca 1980, con Ovett e Coe a spartirsi l’oro rispettivamente sugli 800 ed i 1.500 metri, qualora Van Damme fosse stato presente in pista.

E chissà, altresì, per chi avrà parteggiato, da lassù

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