L’ORO DI PANETTA AI MONDIALI DI ROMA DEL 1987

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Francesco Panetta ai Mondiali di Roma del 1987 – da fidal.it

articolo di Giovanni Manenti

Quando, ad inizio settembre 1987, esce nelle sale cinematografiche italiane il film di Luigi Comencini, “Un ragazzo di Calabria“, sono in molti a ritenere che la trama rispecchi la vita di Francesco Panetta, atleta azzurro da pochi giorni laureatosi campione mondiale sui 3.000 siepi all’edizione di Roma proprio del 1987.

Chiaramente non è così, anche se magari le imprese dell’allora 24enne Panetta – nato a Siderno (Rc) nel gennaio 1963 – possono aver ispirato il grande regista nel mettere in scena la vicenda di un ragazzo che ha nella corsa la sua grande passione, che è costretto a coltivare ad insaputa del padre che, viceversa, vuole che si dedichi allo studio per emergere da quella situazione di arretratezza con cui egli stesso è stato costretto a convivere per tutta la sua esistenza.

Il vero Panetta ha comunque anch’egli una grande e sviscerata passione per la corsa che lo porta ad amare soprattutto il cross country (le “campestri“, diremmo noi), che lo vede piazzarsi nono ai Mondiali juniores di Madrid 1981 e sesto all’edizione successiva di Roma 1982, mentre nel 1983, alla sua prima uscita tra i seniores a Gateshead, il risultato non è altrettanto confortante, terminando al 69esimo posto.

La passione per la corsa campestre porta Panetta – il più versatile dei mezzofondisti azzurri dell’epoca – a specializzarsi sui 3.000 siepi, non disdegnando peraltro di cimentarsi anche sulla più lunga distanza percorribile in pista, vale a dire i 10.000 metri, nel periodo più florido della storia del mezzofondo azzurro, che può contare altresì su campioni del calibro di Alberto Cova, Stefano Mei e Salvatore Antibo (per non parlare di Bordin, Poli e Pizzolato nella maratona) che porta ripetutamente il tricolore sul podio di Europei, Olimpiadi e Mondiali.

Dopo che Venanzio Ortis aveva fatto da apripista con l’oro sui 5.000 e l’argento sui 10.000 ai campionati europei di Praga 1978, con l’inizio degli anni ’80 è il “ragioniere” lombardo Alberto Cova a polarizzare l’attenzione, riuscendo a mettere insieme un fantastico tris consecutivo di medaglie d’oro sulla distanza dei 10.000 metri tra Europei di Atene 1982, Mondiali di Helsinki 1983 ed Olimpiadi di Los Angeles 1984.

Di cinque anni più anziano, Cova ottiene il suo primo grande successo a 24 anni, mentre quando trionfa ai Giochi californiani, anche l’allora 21enne Panetta – che nel frattempo ha migliorato il suo rendimento campestre, giungendo decimo ai Mondiali di New York 1984 – fa parte, unitamente a Salvatore Antibo, della selezione azzurra, venendo però eliminato nella gara dei 10.000 metri giungendo nono nella terza batteria con il tempo di 29’00″78, mentre non molto meglio vanno le cose sui 3.000 siepi (dove è schierato assieme a Franco Boffi), riuscendo a qualificarsi a stento per le semifinali, dove viene eliminato, al pari dell’altro azzurro, coprendo la distanza in 8’31″24.

Tempi da far drizzare i capelli se si pensa a quanto il ragazzo di Siderno sarà in grado di fare in futuro, ma comprensibili vista la giovane età e l’inesperienza a tali livelli, anche se le cose non sembrano affatto migliorare l’anno seguente, quando Panetta si classifica appena settimo in 8’31″77 sui 3.000 siepi in Coppa Europa a Mosca 1985, in una gara vinta dal campione mondiale di Helsinki 1983, il tedesco occidentale Patriz Ilg, in 8’16″14 davanti al polacco Maminski, erede in patria del compianto Bronislaw Malinowski.

Ci sarebbe da perdersi d’animo, ma non è certo questo il caso di Francesco che, affidato alle sapienti cure del tecnico federale Giorgio Rondelli, compie proprio nell’arco di una sola stagione il definitivo salto di qualità a partire dagli Europei in programma a Stoccarda dal 26 agosto al 2 settembre 1986.

A dimostrazione di quanto elevato fosse, all’epoca, il livello del nostro mezzofondo, la FIDAL si trova nella condizione di dover scartare uno tra Antibo, Cova, Mei e Panetta per la prova d’esordio sui 10.000 metri, in programma il giorno di apertura dei campionati – a pensare alla situazione del nostro mezzofondo odierno ci verrebbe da mettersi a piangere – e la scelta ricade proprio su Panetta, al quale viene così consentito di dedicarsi solo ed esclusivamente alle siepi, dove ha raccolto l’eredità di Mariano Scartezzini, vincitore di due prove in Coppa Europa, nel 1979 a Torino in 8’22″74 e due anni dopo a Zagabria in 8’13″32, proprio davanti a Maminski ed Ilg.

E non si può certo dire che la scelta dei tecnici federali non si sia rivelata azzeccata, dato che l’Italia realizza una tripletta storica che non ha eguali nel campo dell’atletica leggera, con i tre azzurri a disputarsi le tre medaglie in una volata che premia Mei – il quale sarà anche argento sui 5.000 metri – in 27’56″79, davanti a Cova, 27’57″93, e ad Antibo, che conclude in 28’00″25.

Roba da non credere, e che ha l’indubbio vantaggio di spronare Panetta nel non deludere le aspettative che i tecnici ripongono su di lui, anche se l’esito delle batterie dei 3.000 siepi, in programma il giorno dopo 27 agosto, non sembrano fornire indicazioni granché rassicuranti, in quanto l’azzurro, inserito nella prima serie, si piazza al settimo posto, utile per l’accesso alla finale, in un relativamente modesto 8’25″44, mentre a pagare lo scotto del noviziato è stavolta il giovane 21enne toscano Alessandro Lambruschini, addirittura ultimo nella seconda batteria.

Con questi dubbi intorno alle capacità di Panetta di ritagliarsi uno spazio tra i grandi, prende il via il 29 agosto una finale che vede alla partenza i primi quattro della rassegna iridata di Helsinki 1983 – nell’ordine, il tedesco ovest Ilg, il polacco Maminski, il britannico Colin Reitz ed il francese Jospeh Mahmoud, quest’ultimo anche argento olimpico a Los Angeles 1984 dietro al keniano Julius Korir, senza trascurare il sempre piazzato belga William Van Dijck, eliminato in semifinale sia ai Mondiali 1983 che ai Giochi 1984 – e, pertanto, un test quanto mai valido per saggiare gli eventuali progressi del mezzofondista azzurro.

L’esito della gara stravolge i pronostici della vigilia per colpa (o merito, fate voi) proprio di Panetta, il quale rompe gli indugi producendosi in un allungo che lo porta a correre in solitaria pressoché l’intera distanza, con il resto del gruppo a tergiversare prima di rendersi conto che l’attacco non era un semplice tentativo dimostrativo, ma aveva tutta l’intenzione di giungere sino al termine, ed il primo a scuotere il plotone è Ilg, il quale guida la rimonta assieme a Melzer; all’ultimo giro l’azzurro ha un margine consistente ma, stremato, perde metro dopo metro e proprio sul rettilineo d’arrivo viene superato da Melzer che vince in 8’16″65, 20 centesimi di vantaggio su Panetta che, non si sa bene dove, trova comunque le energie per sprintare e infilare a sua volta Ilg, che accusa un ritardo di 27 centesimi, mentre il britannico Reitz giunge quarto, ma ben più distanziato, in 8’18″12 davanti a Van Dijck e Mahmoud….

Panetta si rende conto, subito dopo la fine della gara, di aver perso una clamorosa occasione per fregiarsi del titolo di campione europeo, ma riesce a trasformare la delusione in rabbia da scaricare in sempre più faticosi allenamenti per presentarsi tirato a lucido per l’appuntamento clou della stagione successiva, vale a dire i Mondiali in programma proprio in Italia, a Roma dal 28 agosto al 6 settembre 1987, dove trionfare avrebbe un significato doppio per il “ragazzo di Calabria“.

E la prima verifica circa le possibilità di successo del mezzofondista azzurro la si ha esattamente due mesi prima della rassegna iridata, quando, impegnato nella prova di Coppa Europa a Praga 1987, ottiene l’unico successo dell’Italia, vincendo nettamente i 3.000 siepi in un convincente 8’13″47, lasciando il britannico Hackney ad oltre 7″ di distacco (8’20″68) e prendendosi una bella rivincita sul tedesco est Melzer, terzo in 8’21″23 davanti a Maminski.

Capirete come, con queste premesse, la delegazione azzurra per i Mondiali punti decisamente sull’atleta di Siderno, tanto da iscriverlo anche sui 10.000 metri assieme a Salvatore Antibo, dato che la gara si svolge in un’unica prova il 29 agosto, senza batterie di qualificazione, avendo poi cinque giorni di riposo prima di affrontare le batterie dei 3.000 siepi, in programma il 3 settembre.

A Panetta ciò non dispiace per niente, anzi, più gli è consentito di correre e più è contento, e poi la sfida con i temibili atleti degli altipiani lo affascina, a cominciare da quel Paul Kipkoech – già nono ad Helsinki 1983 e quinto a Los Angeles 1984 sui 5.000 metri – che gli ha fatto mangiare la polvere ai Mondiali di cross country di Lisbona 1985 dove l’africano ha conquistato l’argento in una serrata volata (33’33” a 33’37”) con il portoghese Carlos Lopes, rispetto al 34’33” con cui Panetta conclude in 36esima posizione.

La finale del 29 agosto si snoda con la consueta andatura da crociera per i primi 5 km., passati dal gruppo compatto dei 29 partecipanti in 14’15” e a rompere gli indugi è proprio Kipchoech, che opera un allungo convinto ai 6.000 metri, con Panetta, scottato dall’esperienza negativa patita con Melzer agli Europei sulle siepi, lesto a porsi immediatamente nella scia del keniano, cui cerca di accodarsi anche Antbo, con il plotone oramai sgranato.

Con il ritmo a giro intorno ai 62″/64″ secondi, Kipchoech non si cura di chi vi sia alle sue spalle, dando un’ulteriore accelerata al 7.mo chilometro che gli consente di prendere un leggero margine di vantaggio sull’azzurro, mentre alle loro spalle, con Antibo riassorbito da gruppo, è il finlandese Vainio a cercare di colmare il gap con i battistrada.

Il settimo chilometro corso in 2’42” dal keniano ha di fatto ucciso la gara, andandosi ad involare verso il traguardo, mentre Panetta si trova nella scomoda posizione nella “terra di nessuno“, troppo staccato da Kipchoech per sperare in una rimonta ed allo stesso tempo a sua volta braccato dagli altri concorrenti, Vainio in testa, ed a questo punto determinante diviene l’appoggio del caloroso pubblico romano presente all’Olimpico che non smette un attimo di incitare il ragazzo calabrese, intuendone il momento di difficoltà.

Kipchoech dà la botta finale alla gara con un 400 metri da 58″02 al quint’ultimo giro, seguito da un altro da 56″32 (!!!) mentre anche Vainio è stato riassorbito e fa parte di un quartetto che spera di raggiungere Panetta per l’argento, ma l’azzurro, pur nell’imbarazzante veste di correre da solo facendo da punto di riferimento per gli avversari, dimostra un carattere ed una forza d’animo che infiammano gli spettatori, resistendo al disperato tentativo di rimonta nell’ultimo giro del tedesco est Kunze e concludendo la sua prova in un 27’48″98 che gli vale l’argento mondiale dietro all’imprendibile keniano che trionfa con ben 10″ di vantaggio, in 27’38″63, nuovo record dei campionati.

Per Panetta c’è da essere ben più che soddisfatti, anche se non è riuscito a confermare l’oro iridato conquistato per l’Italia da Alberto Cova quattro anni prima ad Helsinki, quel Cova che stavolta ha commentato la gara dalla postazione Rai a fianco del telecronista Paolo Rosi, ma può sempre sperare di portare il tricolore sul più alto pennone nel corso della cerimonia di premiazione della gara che sente più sua, vale a dire i 3.000 siepi, peraltro territorio di conquista da parte dei keniani in chiave olimpica a far tempo dai Giochi di Città del Messico 1968, con le ovvie eccezioni di Montreal 1976 e Mosca 1980 causa boicottaggio.

La pattuglia degli altipiani schiera un terzetto formato dagli esperti Peter Koech e Joshua Kipkemboi e dal più giovane – 23enne all’epoca dei Mondiali – Patrick Sang, che si farà valere sulla distanza negli anni a venire, mentre per il “Vecchio Continentesono ancora della partita il campione europeo Melzer, Van Dijck, Ilg ed Hackney, con l’Italia che risponde schierando i suoi tre migliori rappresentanti della specialità, con Lambruschini e Boffi a far compagnia a Panetta.

Le tre batterie, corse il 3 settembre 1987, che qualificano i 15 finalisti per l’atto conclusivo di due giorni dopo, fanno registrare una sola grande sorpresa nell’eliminazione del peraltro oramai 32enne polacco Maminski, mentre il miglior crono lo fa registrare ancora Panetta – il quale sembra non conoscere la parola risparmiarsi – che conclude la propria serie in 8’16″08, mentre Ilg fa sua la terza in 8’18″73 ed interessante è l’ordine d’arrivo della seconda, che vede Kipkemboi precedere Melzer e l’altro azzurro Lambruschini, dando l’impressione che in finale potremmo vederne delle belle.

Sicuramente i tecnici federali, potendo contare su tre propri rappresentanti in finale (anche Boffi è riuscito a strappare, anche se per un soffio, il relativo pass), mettono in atto una strategia di corsa atta a non subire sorprese come quella di Melzer a Stoccarda, e, difatti, sono i tre azzurri a porsi in testa a fare l’andatura, prima con Lambruschini, poi con Boffi e quindi, dopo il passaggio in 2’43” al primo chilometro, con Panetta che prende il comando delle azioni, assecondato da un tifo di stampo calcistico da parte del pubblico romano che assiepa le tribune dello Stadio Olimpico, producendosi in un primo allungo che sgrana il gruppo con il solo Kipkemboi a restare nella sua scia, sino a quando non avviene l’imponderabile.

Accade infatti che, poco prima di metà gara, al 4′ minuto di corsa, sul rettilineo opposto a quello d’arrivo, Kipkemboi affronti con troppa sufficienza una barriera, urtandola con il piede di richiamo, con conseguente caduta e ritiro dalla competizione, determinando altresì una piccola frazione tra il leader Panetta ed il resto del plotone, guidato dal francese Pannier e da Melzer.

L’azzurro intuisce che sarebbe un delitto non approfittare di questo regalo della buona sorte, cogliendo l’occasione per incrementare il ritmo, passando in 5’25” al secondo chilometro, e così anche il distacco sul resto del gruppo alla cui testa si è ora portato il tenace belga Van Dijck, seguito da Melzer mentre sta rimontando posizioni l’americano Brian Diemer.

Alla campana dell’ultimo giro, il vantaggio di Panetta è sempre quantificabile in circa 25/30 metri sui suoi inseguitori, un distacco che non può essere colmato quando corri all’Olimpico, nel tuo paese, in una finale mondiale e, assieme alla fatica, ti affiorano alla mente tutti i sacrifici che hai dovuto compiere per giungere fino a questo momento, e, difatti, anche se è ammirevole il tentativo di Van Dijck e Melzer, gli unici due rimasti alle sue spalle a contendersi le medaglie, di cercare di colmare lo svantaggio, in parte anche riuscendovi, quando Panetta, superata la riviera, si presenta sul rettilineo d’arrivo, ha solo un ultimo ostacolo davanti a sé, costituito da quella tremenda ultima barriera che, con l’acido lattico accumulato nei muscoli e la mente confusa dallo sforzo prodotto, molte vittime ha al suo conto in questa massacrante prova.

Panetta rallenta, va sul sicuro, supera con calma quell’ultimo insidioso ostacolo e può iniziare ad alzare il pugno al cielo verso le tribune già a 50 metri dall’arrivo, togliendo così qualcosa al comunque già eccellente crono di 8’08″57 (con Melzer che ha la meglio, nella volata per l’argento, su Van Dikck) che, oltre a costituire il record dei campionati – che, chiaramente, ci penseranno poi i keniani a frantumare nel corso delle successive edizioni – rappresenta anche il primato italiano che, a distanza di quasi 30 anni, ancora regge a livello nazionale, avendo resistito agli attacchi di Lambruschini, il quale vi è solo andato vicino con 8’08″78.

E, se Comencini voleva un “promo” per promuovere l’uscita del suo “Un ragazzo di Calabria“, che sarebbe uscito nelle sale a distanza di soli sette giorni dall’impresa mondiale di Panetta, pensiamo che pubblicità migliore non avrebbe potuto pensare di ottenerla!!!

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