STEIN ERIKSEN, IL RE NORVEGESE DELLE NEVI

eriksen
Stein Eriksen alle Olimpiadi di Oslo del 1952 – da aftenposten.no

Potrei raccontarvi di Zeno Colò, l’abetonese volante, che in quei Giochi di Oslo del 1952 diede lustro al Belpaese vincendo la regina delle prove di sci alpino, ovvero la discesa libera; qualche cenno meriterebbe pure Giuliana Minuzzo, podio femminile in una rassegna olimpica come poi nel 1976 sarà capace Claudia Giordani; magari non sarebbe male ricordare che la kermesse illustrò il talento di Christian Pravda, interprete magistrale della velocità in quel Wunderteam austriaco che così tanti campioni ha prodotto, prima e dopo di lui. Invece voglio intrattenervi, oggi, con un giovanotto scandinavo, primo sciatore non alpestre a trovar posto tra i migliori alle Olimpiadi, tale Stein Eriksen che di quella rassegna fu protagonista tra i più brillanti.

Buon sangue non mente, in Stein, se è vero che eredita dal padre Marius, medaglia di bronzo con la squadra norvegese di ginnastica alle Olimpiadi di Stoccolma del 1912 in quella singolare disciplina, ripetuta poi in una sola altra edizione, Anversa 1920, che è il concorso svedese a squadre che obbliga gli atleti, in numero variabile da 16 a 40, a competere simultaneamente, in un limite di tempo di 1 ora che comprende anche marcia di ingresso ed uscita, la passione per la pratica sportiva. In effetti Eriksen junior ha buone attitudini, ma a differenza del padre non esercita tra gli attrezzi e le funi, bensì calza rudimentali sci di legno sui quali rivela eccellente equilibrio ed agilità. E’ altresì vero che la mamma, Bitten, così come il fratello maggiore, che pure lui di nome fa Marius, sono a loro volta abili sciatori, e se si ha la ventura di nascere a quelle latitudini nordiche, ecco che la neve diventa inseparabile compagna di vita. Sportiva, in questo caso.

Eriksen, dopo aver trionfato nel 1947 in discesa e combinata all’Holmenkollen Kandahar, è già presente ai primi Giochi invernali del secondo dopoguerra, a St.Moritz nel 1948, ma la giovane età, lui classe 1927, ed un talento ancora acerbo ne penalizzano i risultati, non meglio che trentunesimo in discesa libera, dietro anche al fratello Marius che chiude ventesimo, e ventinovesimo in slalom speciale, per un globale trentaduesimo posto in combinata. Ma il ragazzo ha classe, così come carisma e avvenenza, e così, dopo aver cominciato a primeggiare tra i confini patri, dove è campione nazionale di slalom speciale e combinata nel 1949, si affaccia con maggiore convinzione alla ribalta internazionale cogliendo un’inattesa medaglia di bronzo in slalom ai Mondiali di sci alpino di Aspen, in Colorado, nel 1950, di un soffio alle spalle dell’elvetico Georges Schneider, che nega a Zeno Colò una prestigiosa tripletta dopo le vittorie in discesa libera e slalom gigante.

La strada è tracciata e per Stein sta per aprirsi la stagione delle vacche grasse. Che comincia con il successo nello slalom speciale al Trofeo del Lauberhorn a Wengen nel 1951, per proseguire con i titoli nazionali in gigante e slalom nel medesimo anno, ed infine addivenire a consacrazione alle Olimpiadi sulle nevi di casa di Oslo del 1952.

Eccoci dunque a Norefjell, località che il 15 febbraio accoglie gli specialisti tra le porte larghe dello slalom gigante. Si disputa per la prima volta ai Giochi ed in una sola manche, come sarà fino al 1968, ed il favorito della prova che apre il programma di sci alpino maschile altri non è che il campione del mondo in carica, appunto Zeno Colò. A cui spetta l’onore di scendere con il pettorale numero 1, ma qualche errore di troppo lo relegheranno ai piedi del podio, quarto con il tempo di 2’29″1, battuto prima dall’austriaco Toni Spiss per l’inezia di tre decimi, poi sopravanzato ancor più nettamente da Christian Pravda, pettorale numero 11, che ferma i cronometri a 2’26″9. Subito dopo l’asburgico tocca al beniamino del pubblico di casa, proprio Stei Eriksen, che è magistrale nella conduzione degli attrezzi del mestiere, aggira le porte con perfetta scelta di tempo e al traguardo, in 2’25″0, scavalca la coppia austriaca al comando e si mette al collo la medaglia d’oro. La prima non solo di un norvegese, ma di un atleta estraneo al comprensorio delle Alpi.

Di colpo, se già era noto, Eriksen diventa una star di prima grandezza. I giornalisti se lo contendono e le ragazze lo adocchiano, la personalità è di spicco così come la professionalità è a prova di bomba se è vero che il giorno dopo, ebbro di successo ma non certo appagato, non demerita in discesa libera con un più che onorevole sesto posto nel giorno del trionfo olimpico di Zeno Colò, che spenge l’ardore austriaco di Othmar Schneider e dell’immancabile Christian Pravda, secondo e terzo ma con l’amaro in bocca di vedersi soffiare da sotto il naso la medaglia più ambita.

Resta l’ultima gara, lo slalom speciale, e ci spostiamo a Rødkleiva. Eriksen gioca in casa ed ha il tifo a favore, Othmar Schneider ha il compito di sconbussolare i piani norvegesi e ha una rivincita da consumare. Che è con Zeno Colò, che come già in slalom gigante finisce quarto, ma è anche con Erksen stesso, che al termine della prima manche si trova in testa con il tempo di 59″2 al pari di un altro austriaco ancora, Hans Senger, con Schneider in terza posizione attardato di soli tre decimi. La giornata è uggiosa, nevischia e un alito di vento pregiudica lo sforzo degli atleti, parrebbe illuminarsi di colpo quando nella seconda manche Senger esce di pista, agevolando il compito di Eriksen. Ma il norvegese ha qualche incertezza di troppo, Schneider aggredisce i pali con maggior impeto ed infine è lui, con un vantaggio di un secondo e due decimi, a salire sul gradino più alto del podio. Eriksen è secondo, capace comunque sia di respingere il tentativo di rimonta del connazionale Guttorm Berge, che a sua volta soffia il bronzo a Zeno Colò per un solo decimo.

Eriksen, che due anni dopo ai Mondiali di Are, in Svezia, realizzerà una tripletta storica vincendo slalom, gigante e combinata, può consolarsi… il nuovo re di Norvegia è lui, ed ancora oggi, chi ha qualche anno di troppo in carta d’identità, racconta che fosse un campionissimo. Qualcosa da obiettare? Non credo proprio.

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