PETE SAMPRAS, UNA FOLGORE NEL CIELO DI NEW YORK

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Pete Sampras con il trofeo degli US Open 1990 – da totalprosports.com

Tra frastuono d’aeroplani e puzza di hot-dog e patatine fritte, fortuna vuole che il cielo di New York, fine estate 1990, sia trafitto da una folgore abbacinante. Quella saetta porta il nome di Pete Sampras… e se il cielo si ilumina d’immenso, il pianeta tennis accoglie uno dei sui campioni prediletti.

Pete Sampras, che tra qualche riga sarà “Pistol“, già da un paio di stagioni esporta per il circuito un tennis che ha le stimmate del predestinato. Il talento è purissimo, così come l’abilità di braccio si associa ad un’esplosività atletica che ha pochi pari, ma quel che ancora difetta, come è logico che sia in un pischello poco più che 19enne, sono continuità di risultati e tenuta nervosa. Per carità, gli Stati Uniti stanno sfornando una nidiata di fuoriclasse, coetanei del nostro, che già hanno conosciuto il successo in uno Slam (Chang a Parigi nel 1989), oppure stazionano stabilmente tra i primi giocatori del ranking (Agassi, numero 3 già nel 1988); insomma, parrebbe che il ragazzotto che ha sangue greco nelle vene da parte di padre sia un po’ in ritardo rispetto alle previsioni, tanto più che proprio Chang e Agassi lo hanno bastonato sonoramente quando lo hanno incrociato, proprio a Parigi nel 1989 il “cinesino” 6-1 6-1 6-1, a Roma qualche settimana prima il “kid” di Las Vegas 6-2 6-1.

Ma è tempo di rivincite, e non solo quelle; è tempo anche di salire alla ribalta e urlare al mondo che le attese, sul suo conto, non erano mal riposte. Sampras, nel corso del 1990, ha vinto a Memphis il primo torneo in carriera a primavera, battendo Andres Gomez, per poi trovare l’erba come amica a Manchester, stavolta scavalcando l’israeliano Gilad Bloom, qualche giorno prima una precoce e inaspettata eliminazione a Wimbledon contro Christo Van Rensburg, poderoso battitore sudafricano. L’estate sul cemento americano si trascina a fasi alterne, con qualche scalpo importante come McEnroe e qualche sconfitta altrettanto imprevista come con Richy Reneberg. Poi, è tempo di US Open nel tourbillon impazzito di Flushing Meadows e la storia di Pete, come quella della racchetta, sta per cambiare.

Stefan Edberg e Boris Becker, primi due giocatori del mondo nonché padroni del giardino di Wimbledon da un triennio, sono le due prime teste di serie di una tabellone che ha in Ivan Lendl il numero tre alla ricerca di una nona finale consecutiva a New York (!!!), con il corollario di tre vittorie consecutive, 1985/1986/1987, ma anche cinque sconfitte, l’ultima proprio con Becker l’anno prima. André Agassi è numero quattro del seeding e a sua volta insegue il primo successo in un torneo del Grande Slam dopo la delusione parigina, dove fu sconfitto da Gomez, con Sampras che è accreditato non più del numero dodici in tabellone.

Pete si trova nell’ottavo di finale di Thomas Muster, nerboruto austriaco che adora la terra ma non disdegna certo le superfici veloci, ed è proprio con il “protetto” di coach Ronnie Leitgeb che Sampras incrocia racchetta dopo aver scavalcato senza troppi patemi il connazionale Dan Goldie, 6-1 7-5 6-2, lo svedese Peter Lundgren, che curiosamente sarà allenatore del suo successore ai vertici del mondo tennistico, Roger Federer, 6-4 6-3 6-3, infine lo svizzero Jakob Hlasek, 6-3 6-4 6-1. Pete si affida al un servizio paralizzante e ad un dritto che incide come una lama nel burro, e con queste armi ha la meglio della controaerea da fondocampo di Muster che si arrende in quattro set, 6-7 7-6 6-4 6-3.

La strada si apre verso le sfide decisive, con il tabellone che si allinea ai quarti di finale con Whaeton e McEnroe che si infilano nello spazio liberato dalla prematura eliminazione di Edberg al debutto con il russo Volkov, e con Lendl che rispetta il pronostico cedendo un set al secondo turno al tedesco Stich per poi addivenire al match con Sampras. E’ il giorno in cui Pete certifica il suo nuovo status di campione non più in divenire ma ormai giunto a maturazione, spazzando via il rivale al termine di cinque set epocali in cui il ceco cede alla distanza, lui di solito quasi imbattibile oltre le tre ore di gioco, dopo aver recuperato uno svantaggio di due set a zero, sepolto sotto una caterva di servizi vincenti del giovane americano che chiude 6-2.

Si ha la sensazione che sia in atto la rivoluzione generazionale, perché dopo Lendl, classe 1960, Sampras spenge anche il sogno di “genius” McEnroe, classe 1959, di guadagnare un’ultima finale di una carriera leggendaria, fermato in quattro set in una semifinale che non ammette repliche e manda Pete, ormai assurto al rango di “Pistol” per aver raggiunto i 100 aces nel torneo, a giocare per il titolo degli US Open. Contro? Ovviamente l’altro baldo giovane del tennis americano, André Agassi, che respinge l’assalto di Becker al secondo titolo consecutivo e si presenta all’atto decisivo ben deciso ad infrangere il tabù Slam rinforzato dal k.o. del Roland-Garros.

Figurarsi, chi si attende un match da ricordare ai nipotini assiste invece ad un’esecuzione, capitale e senza opportunità di difesa, con Sampras che infila un servizio vincente dopo l’altro, affonda col dritto lì dove le risposte del rivale non hanno possibilità di successo, difende la rete con il magistrale tocco di un braccio destro baciato dalla grazia. Finisce 6-4 6-3 6-2 in 1h42minuti e il cielo di New York, per un attimo, si ferma a godersi lo spettacolo.

Già, una nuova stella, la più lucente di tutte, è apparsa… ed ancor oggi c’è chi vorrebbe tornasse ad illuminare. Ma ne passerà del tempo prima di vederne un’altra così, questo è poco ma sicuro.

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