PREFONTAINE E IL “GO, STEVE, GO” TRAGICAMENTE INTERROTTO

XX Olympic Summer Games
Steve Prefontaine alle Olimpiadi di Monaco 1972 – da grantland.com

articolo di Giovanni Manenti

Gli Stati Uniti non hanno mai avuto una grande tradizione nel mezzofondo, prova ne sia che la sorprendente accoppiata sui 5.000 e 10.000 di Bob Schul e Billy Mills ai Giochi di Tokyo 1964 resta un fatto episodico ed isolato nella storia delle Olimpiadi “Stars and Stripes“, viceversa piena di allori nelle prove di velocità, ostacoli e salti.

Gli unici, nel decennio tra metà anni ’60 ed il corrispondente periodo degli anni ’70, ad avere continuità di risultati, sia a livello cronometrico che di medaglie conquistate, sono stati il “miler Jim Ryun – per sette anni detentore del record mondiale sui 1.500 metri con 3’33″21 stabilito a Los Angeles nel luglio 1967 e per nove del primato sul miglio con 3’51″3 corso nel luglio 1966, poi limato a 3’51″1 a giugno 1967 – ed il fondista Frank Shorter, oro ai “Pan American Games” di Cali 1971 sia sui 10.000 metri che nella maratona, distanza quest’ultima che lo vede oro alle Olimpiadi di Monaco 1972 ed argento alle successive di Montreal 1976.

Proprio le gesta di questi due atleti, con Ryun due volte beffato in sede olimpica, la prima dal fenomenale keniano Kipchoge Keino che lo anticipa nella finale dei 1.500 a Città del Messico 1968 e la seconda quando una caduta in batteria quattro anni dopo a Monaco 1972 gli impedisce di lottare per la rivincita, entusiasmano un giovane di nome Steve Prefontaine, che diviene in poco tempo l’idolo dei “runners” d’oltre oceano.

Nativo dell’Oregon, Steve si dedica negli anni dell’adolescenza al football (quello americano, of course) ed al basket, come la stragrande maggioranza dei suoi coetanei, venendo però scartato da entrambe le discipline per la sua bassa statura (m.1,75) che mal si concilia con dette attività sportive, deviando sul cross country (o corsa campestre, per dirla in termini latini), specialità di cui si innamora dopo esser giunto secondo in una gara a fine di uno “stage” di tre settimane con i propri compagni di classe.

La strada è tracciata, all’ingresso nella “High School” a quattordici anni, nel 1965 – Steve nasce a fine gennaio 1951 – trova inizialmente difficoltà ad affermarsi nei suoi primi due anni di liceo, ma secondo il suo coach, Walt McClure, è proprio la seconda stagione in cui, al di là dei risultati ottenuti, ad essere decisiva per la formazione del ragazzo, facendone emergere le grandi potenzialità.

Convinto dal suo allenatore a non interrompere gli allenamenti anche durante il periodo delle vacanze estive, tale impegno viene immediatamente ripagato da un terzo anno da imbattuto da junior con tanto di vittoria nel campionato statale, successi che Steve conferma anche nell’ultima stagione alla “High School” restando ancora una volta imbattuto sia sul miglio che sulla doppia distanza, portando su entrambe i record scolastici e suoi “personal best” a 4’06″9 e ad 8’41″5 oltre, ovviamente, a far suoi altri due titoli statali.

Gli “scouts” dei vari college, sempre alla ricerca di potenziali campioni per poter competere con successo nei confronti delle altre università – chi non vive la realtà americana non può rendersi conto di quanto alto sia il livello di tale rivalità, specie tra quelle limitrofe e/o confinanti – ed il nome di Steve è già presente sul taccuino di molti osservatori, tant’è che riceve pressioni da ben 40 (!!!) differenti college per iscriversi presso di loro, ma coach McClure, che a suo tempo era stato allenato da Bill Bowerman, tuttora capo allenatore dell’Università dell’Oregon, lo convince a percorrere la sua stessa strada, dopo averne decantato le lodi al suo ex coach, il quale peraltro, dal canto suo, teneva sott’occhio Steve sin dal suo secondo anno al liceo.

Pur se non di altezza elevata, Prefontaine impersona il classico stile del “runner“, motivato dalla sua grande passione per la corsa che lo fa spaziare dal miglio (1.500 sulla distanza metrica) sino alle sei miglia (i 10.000 metri europei) con estrema facilità, ed il suo modo di correre, sempre all’attacco, a condurre in prima fila le operazioni, uniti al “look” con baffi (molto di moda all’epoca) e folta capigliatura che dà l’impressione di una sua maggiore velocità, lo fanno apprezzare nei vari stati dell’unione.

I primi effetti della “cura Bowerman” si hanno nella sua prima stagione ad “Oregon University“, quando in un meeting ad Eugene, la celebre culla dell’atletica Usa, scende per la prima volta sotto i 4′ nella gara del miglio, pur giungendo terzo all’arrivo, posizione migliorata nel medesimo meeting l’anno seguente quando si piazza al secondo posto, ma con l’identico riscontro cronometrico di 3’57″4.

E’ quella, peraltro, l’unica sconfitta di una prima stagione di successi anche a livello internazionale, giungendo primo in 3’59″1 sul miglio nella sfida tra le università dell’Oregon e di UCLA (ricordate cosa detto in premessa?), e vincendo i 5.000 sia in un meeting Usa-Urss stabilendo il nuovo record Usa in 13’30″4 che ai “Pan American Games” di Cali 1971, dove coglie l’oro in 13’52″53 mentre il suo idolo Frank Shorter, come ricordato all’inizio, si afferma sui 10.000 e nella maratona.

Oramai Steve è pronto per la sfida che ogni atleta attende con ansia, vale a dire i Giochi olimpici, previsti a fine agosto 1972 a Monaco di Baviera, ma per accedere ai quali occorre superare le forche caudine dei terribili “Olympic Trials” in ordine ai quali ha almeno il vantaggio di poterli disputare in casa propria, ovverossia ad Eugene appunto.

Pur potendo competere su più distanze, Prefontaine ed il suo coach convengono di indirizzare il ventunenne Steve sulla più congeniale prova dei 5.000 metri, sia per la minor concorrenza – sui 1.500 sono iscritti il primatista mondiale Jim Ryun e Dave Wottle, che poi trionferà a Monaco sugli 800 metri – che per il fatto di poter abbinare le sue non comuni doti di resistenza alla velocità di base acquisita come “miler“.

Steve si prepara a puntino per le selezioni, in programma il 6 e 9 luglio, con due vittorie sulle due e sei miglia confortate dai rispettivi record del college e facendo finalmente sua la gara del miglio nel meeting di Eugene in 3’56″7 dopo il terzo e secondo posto delle due precedenti stagioni, scendendo poi in pista sulle distanze metriche per abituarvisi sempre più, con due successi nella sfida tra Oregon e Washington State migliorando in 13’29″6 il record Usa sui 5.000 metri e portando a 7’45″8 il limite nazionale sui 3.000 al “Rose Festival” di Gresham.

Ai Trials, Prefontaine non si risparmia nelle due batterie che danno accesso alla finale, vincendo la propria in 13’51″2, ma è il 9 luglio che dà una prima consistente prova di quelle che possono essere le sue potenzialità anche in ottica internazionale, impostando la finale su ritmi e progressioni che lo vedono sempre in testa alla corsa, con il risultato di sfiancare a mano a mano la resistenza degli avversari sino a concludere la prova in un eccellente 13’22″8 che migliora di quasi 7″ il precedente primato Usa e che solo un rallentamento negli ultimi duecento metri gli impedisce di scendere sotto il limite dei 13’20”.

Con un simile biglietto da visita, Prefontaine è uno dei possibili outsider in chiave olimpica, alla quale si prepara correndo in 3’39″4 i 1.500 metri ai “Bislett Games” di Oslo per affinare la velocità e potersi così presentare nelle migliori condizioni alle batterie dei 5.000 metri previste per il 7 settembre allo “Olympia Stadion” di Monaco di Baviera.

Come suo costume, Prefontaine non si risparmia, considerando come le cinque batterie qualifichino per la finale solo i primi due di ogni serie più i quattro migliori tempi e, pertanto, inserito nella seconda, non vuole correre rischi forzando il ritmo che lo porta a chiudere in 13’32″6 dietro al belga Emiel Puttemans, per quelli che si rivelano i primi due tempi delle intere qualificazioni.

Fedele al suo modo di interpretare le gare, anche nella finale olimpica del 10 settembre Prefontaine – che si era prefissato per poter avere chances di vittoria di correre l’ultimo miglio in meno di 4′ – prende decisamente la testa a quattro giri dal termine, iniziativa che consente la scrematura del gruppo con cinque soli atleti – oltre a Steve, il finnico Viren, il tunisino ed esperto Gammoudi, Puttemans ed il britannico Ian Stewart a giocarsi le medaglie.

Prefontaine prende un attimo di respiro, cedendo la testa a Viren per poi prodursi in un’ulteriore accelerazione a 600 metri dall’arrivo che ha il solo effetto di far cedere Stewart e Puttemans e, alla campana dell’ultimo giro, il terzetto composto da Viren, Gammoudi e Prefontaine fa a gara a superarsi l’un con l’altro, con Steve che gioca la sua ultima carta all’ingresso dell’ultima curva quando affianca Gammoudi solo per essere respinto dal ritorno di Viren, il cui allungo sul rettilineo finale lo porta a trionfare nel nuovo record olimpico di 13’26″4 davanti a Gammoudi, mentre Prefontaine paga gli sforzi compiuti venendo rimontato a cinque metri dal traguardo dal britannico Stewart, che gli nega la gioia del bronzo.

L’ultimo miglio è stato coperto in 4’01″2, se Steve avesse mantenuto la promessa se ne sarebbe tornato oltreoceano con l’argento, ma per ora, vista la giovane età va bene anche così, vi sono quattro anni per preparare a dovere la rivincita, dato anche che i Giochi si disputano nel suo continente, a Montreal in Canada e poi, oramai, negli “States“, non solo in Oregon, è divenuto un mito per la sua generosità che lo porta, a soli tre giorni dalla conclusione dei Giochi, a piazzarsi secondo al “Memorial Bruno Zauli” allo Stadio Olimpico di Roma in 13’26″4 (per ironia della sorte lo stesso identico tempo di Viren a Monaco), nonché ad avere un sempre più elevato numero di “fans” che lo incitano ogni volta che scende in pista al grido di “Go, Steve, go!”.

Ed, in effetti, il percorso di avvicinamento al quadriennale appuntamento dei Giochi a cinque cerchi procede secondo i canoni previsti, con Prefontaine che nei tre anni successivi ai Giochi lavora sia sulla velocità che sulla resistenza, al punto che nel 1974 realizza, oltre che il nuovo record Usa, anche la miglior prestazione mondiale stagionale sui 10.000 metri in 27’43″6 (!!!), ovviamente avendo anche nel frattempo ulteriormente limato il proprio primato sui 5.000, portandolo a 13’21″9.

L’estate 1975 dovrà essere quella dei confronti con i grandi mezzofondisti europei reduci dagli Europei di Roma 1974 dove sui 5.000 ha trionfato il britannico Brendan Foster con l’eccellente riscontro cronometrico di 13’17″21 in una gara dove il campione olimpico Lasse Viren non va oltre il bronzo, e questi devono essere i pensieri che passano per la mente di Steve dopo che, la sera del 29 maggio 1975, se ne sta tornando a casa in auto dopo un party offerto a conclusione di un meeting tra atleti statunitensi e finlandesi nella sua Eugene in cui si era imposto nella gara dei 5.000 metri.

Non si può mai sapere cosa il destino possa riservarci, ma è sempre triste e doloroso fermarsi a riflettere come una giovane vita – Steve ha appena 24 anni – nel pieno della sua freschezza atletica e colma di speranze per il futuro possa, così all’improvviso, essere spezzata con la sua MGB del ’73 che sbanda, si infrange contro un muro al bordo della strada, con Prefontaine che muore sul colpo, portandosi con sé tutti i suoi sogni di gloria.

Come sempre in questi casi, muore l’uomo e l’atleta, resiste il mito, che viene celebrato ogni anno in occasione del meeting di Eugene che fa parte del circuito della “IAAF Diamond League” e che viene difatti denominato con la dizione “Prefontaine Classic” in onore di colui che, se forse non è stato il miglior mezzofondista americano “all time“, sicuramente è stato il più amato dai suoi innumerevoli fans che, da quella tragica notte di fine maggio 1975, non hanno più potuto scandire il loro “Go, Steve, go!“.

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