LA CORSA VERSO LA LIBERTA’ DI JOSIA THUGWANE, PRIMO ORO NERO DEL SUDAFRICA

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Josia Thugwane all’arrivo della maratona di Atlanta 1996 – da krqe.com

articolo di Giovanni Manenti

Non si può utopisticamente credere che una sola legge, per quanto attesa da decenni, possa come un colpo di spugna cancellare in un attimo le nefandezze di decenni di segregazione razziale che hanno coinvolto le varie etnie nere del Sudafrica, a partire dall’immediato secondo dopoguerra.

L’apartheid” – poiché è di quello che, ovviamente, stiamo parlando – viene istituito dal governo sudafricano nel 1948, sicuramente influenzato anche dalle ideologie naziste nonostante il crollo del “Terzo Reich“, e vede i suoi più accaniti sostenitori nei primi ministri Afrikaner succedutisi negli anni, da Daniel François Malan a Johannes Strijdom ed Hendrik Verwoerd, quest’ultimo assassinato nel 1966.

Nonostante le Nazioni Unite avessero catalogato l’apartheid tra i crimini contro l’umanità sin dal 1976 ed imposto al paese sudafricano restrizioni di carattere economico, lo stesso prosegue sino al 1990, quando, sulla base anche delle pressioni della Comunità Internazionale, l’allora presidente Frederik De Klerk concede la grazia al leader dell’ANC (“African National Congress“) Nelson Mandela dopo 27 anni di prigionia, primo passo per la successiva promulgazione della legge che nel 1994 sancisce la fine della segregazione razziale.

Anche lo sport mondiale, al pari di altri settori, bandisce il Sudafrica dalle competizioni internazionali, escludendolo dai Giochi olimpici a partire dall’edizione di Tokyo 1964 sino a decretarne la riammissione a Barcellona 1992, con una ulteriore, forte, dimostrazione avverso la politica segregazionista messa in atto dagli altri paesi africani che si ritirano dalle Olimpiadi di Montreal 1976 per protesta contro la presenza della rappresentativa della Nuova Zelanda, la cui nazionale di rugby aveva disputato alcune gare contro il Sudafrica.

Ed è proprio dallo sport che viene il primo grande segnale di distensione nei confronti del “nuovo corso” del paese, con l’assegnazione al Sudafrica dell’edizione 1995 della Coppa del Mondo di rugby dopo l’avvenuta elezione di Nelson Mandela (“Nobel per la Pace” 1993 assieme a De Kerk) a presidente della Repubblica, torneo che i sudafricani si aggiudicano potendo contare nelle loro fila sull’apporto del nero Chester Williams, primo atleta di colore a far parte della nazionale dalla fine dell’apartheid.

Ma per i neri del Sudafrica il percorso di integrazione non è certo dei più semplici, viste le ancora molteplici differenze nel ricoprire ruoli di prestigio nelle strutture pubbliche e l’arretratezza che oltre 40 anni di regime segregazionista hanno imposto loro, ed ancora una volta è lo sport che può dare una, seppur piccola, mano in questo processo di crescita e quale miglior occasione può presentarsi, se non quella dei “Giochi del Centenario” che si svolgono nel 1996 ad Atlanta, capoluogo della Georgia, uno degli stati del sud che più combatté contro la politica antischiavista del presidente Lincoln.

Ed ecco che, nel nostro racconto, emerge la figura del protagonista, vale a dire Josia Thugwane, primo rappresentante di etnia nera a vincere una medaglia d’oro per il suo paese nell’epoca del “post apartheid“, il quale trionfa nella più classica delle specialità olimpiche, vale a dire la maratona.

La storia del giovane Josia è comune a molti altri suoi coetanei. Nato nell’aprile 1971, membro della tribù dei Ndebele, viene abbandonato in tenera età dai suoi genitori e già a nove anni è costretto a lavorare, quale guardiano di bestiame, circostanza che non gli impedisce comunque di dedicarsi al calcio, passione che sviluppa sino ai 17 anni, quando realizza che correndo si possono guadagnare dei soldi, ottenendo il suo primo successo in una gara di mezza maratona che gli frutta ben 50 rand, pari a 14 dollari!

Comunque, la corsa riesce a cambiargli la vita, visto che attira le attenzioni del proprietario di una vicina miniera di carbone che lo assume anche per poter rivaleggiare contro altri minatori, assicurandogli un lavoro come assistente in cucina che gli consente di costruirsi una baracca per sua moglie ed i figli alla periferia est di Johannesburg.

Lavoro e corsa, cucina ed allenamenti sono il “mantra quotidiano” di Thugwane, che viene scelto una prima volta nel 1994 per rappresentare il suo paese all’estero, giungendo quattordicesimo in una gara a Seul in Corea e, l’anno seguente, non termina la maratona di New York, ma ottiene il suo primo successo di rilievo in campo internazionale, affermandosi nella gara sui 42 chilometri di Honolulu.

Nel frattempo, le buone prestazioni atletiche gli consentono anche di migliorare il suo “status” lavorativo e quindi economico, ottenendo un posto come bidello in un ostello per lavoratori, cosa che gli permette anche di aprire un piccolo bar accanto alla propria abitazione in cui far lavorare i propri familiari.

Le selezioni per le Olimpiadi di Atlanta si avvicinano e, nonostante i suoi buoni risultati, Thugwane non è ancora inserito tra i partecipanti alla maratona dei Giochi, per la quale, dopo i già prescelti Lawrence Peu e Gert Thys, resta ancora un posto libero a disposizione, che la Federazione intende riservare a colui che si aggiudica il titolo ai campionati sudafricani. E’ un’occasione unica per il venticinquenne Josia che difatti non se la lascia sfuggire, vincendo la gara nell’ottimo crono di 2h11’46” e potendosi così preparare in tutta tranquillità per la rassegna olimpica.

Oddio, tranquillità è una parola grossa per che vive ancora nelle “baraccopoli” in Sudafrica, suscitando anche una certa invidia per la sua appena migliorata condizione sociale, tant’è che, ad appena due settimane dalla sua vittoria ai campionati nazionali, mentre sta guidando il suo “pickup” per andare ad acquistare qualche mucca, Thugwane si ferma per far salire un autostoppista suo amico. Imprudenza che rischia di pagare a carissimo prezzo, poiché due banditi saltano sull’automezzo minacciandolo con una pistola. La prontezza di riflessi dell’atleta gli consente di fuggire, non prima di essere colpito di striscio al mento da un proiettile, che gli lascia una cicatrice sul volto, e di subire altresì un colpo alla schiena a soli cinque mesi dall’inizio dei Giochi.

Scampato il pericolo, Thugwane si aggrega al gruppo degli atleti sudafricani per uno stage in altura ad Albuquerque, nel New Mexico, pur con nella mente la preoccupazione per la propria famiglia ed eventuali attacchi che potrebbe subire durante la sua assenza, ma ciò è anche l’occasione per confrontarsi in allenamento con altri e più famosi “runners“, realizzando per la prima volta l’importanza che per ognuno di loro rappresenta l’appuntamento olimpico, quello che – parole sue – “è paragonabile al Mondiale di calcio per un calciatore!“.

Nelle previsioni degli esperti, ancorché come sempre la maratona sia uno di quegli eventi che più di ogni altro sfugge a qualsiasi pronostico, essendo il proprio svolgimento condizionato da molte variabili, Thugwane, che prima dei Giochi ha al suo attivo solo il ricordato primo posto ad Honolulu nel 1995 e che vanta solo il 41.mo tempo nel ranking mondiale all’epoca con il citato 2h11’46” che gli è avvalso la selezione olimpica, non rientra certo nella ristretta cerchia dei favoriti.

Lista dei pretendenti all’oro che comprende a maggior titolo il messicano Silva – già sesto a Barcellona 1992 e nono ai Mondiali 1993, nonché vincitore delle edizioni 1994 e 1995 della maratona di New York –, l’australiano Steve Moneghetti, oro ai “Commonwealth Games” 1994 e sempre piazzato nelle grandi manifestazioni internazionali, il britannico di origini indiane Richard Nerurkar, primo nella Coppa del Mondo 1993 e quarto agli Europei 1994, e soprattutto lo spagnolo Martin Fiz, campione europeo e mondiale in carica per le vittorie ottenute ad Helsinki 1994 e Göteborg 1995, senza ovviamente trascurare la pattuglia keniana, tra cui il più accreditato è Erick Wainaina che ha al suo attivo la vittoria nelle maratone di Hokkaido e Tokyo, ancorché appena 18.mo ai Mondiali di Göteborg 1995.

Tra tanta sfortuna che ha sin qui condizionato la vita di Thugwane, un aiuto gli giunge dalle condizioni climatiche con cui il 4 agosto 1996 la gara prende il via, che indubbiamente lo favoriscono, data anche la sua ridotta corporatura di m.1,58 di altezza per appena 47 chili, considerata l’elevata temperatura presente ad Atlanta che induce gli organizzatori ad anticipare la partenza alle ore 7.05 del mattino.

Dei 124 partecipanti alla prova, ne restano subito a competere per le prime piazze una sessantina, con i sudafricani a scandire il ritmo di gara senza eccessivi “scossoni” sino al 25.mo chilometro, quando la competizione si anima con il progressivo incremento dell’andatura riducendo il gruppo di testa dapprima a 48 atleti e poi a 21 intorno al trentesimo chilometro per una prima incisiva azione da parte del brasiliano Luis dos Santos, cui replica Thugwane con un deciso allungo un chilometro dopo, venendo seguito solo dal sudcoreano Lee Bong-ju, con i due che guadagnano una cinquantina di metri sul resto dei concorrenti.

Al 35.mo chilometro il “gapviene colmato dal keniano Wainaina, ed i tre procedono uniti verso il traguardo, nonostante i ripetuti allunghi di Thugwane, ai quali sia l’asiatico che l’uomo degli altipiani prontamente replicano, salvo “abdicaresull’ultimo tentativo che il sudafricano compie ad un chilometro dall’arrivo, con i tre componenti il podio che entrano quasi contemporaneamente nello Stadio Olimpico.

Il boato del pubblico è assordante, oltre due ore di fatica non contano niente, contano solo i 100 e poco più metri di rettilineo ed i successivi 400 del giro di pista per quella che sarebbe una medaglia storica per la propria gente, il primo atleta di colore a vincere un oro olimpico per il Sudafrica, e ci possiamo immaginare come nella mente di Josia passino in quei fatidici ultimi metri le scene di un’infanzia tribolata, delle angherie subite nei duri anni dell’apartheid, dei sacrifici compiuti per emergere e, se doveva servire a dare una carica in più per aggiudicarsi una “volata storica” che mai prima di ora si era registrata in un finale di maratona, ecco che tutto ciò spinge Thugwane a tagliare in 2h12’36” il traguardo con appena 3″ di vantaggio su Lee Bong-ju ed 8″ su Wainaina, per quello che è tuttora il più ridotto margine della storia dei Giochi a cinque cerchi, mentre devono accontentarsi delle piazze di rincalzo Fiz, Nerurkar, Silva, Moneghetti e l’altro messicano Paredes, che giungono nell’ordine dal quarto all’ottavo posto, completando anch’essi la prova entro le 2h e 15 minuti.

Solo che Josia si è preparato per correre, ma non per gestire il successo in un’epoca di ampia copertura televisiva e di contratti di sponsorizzazione per gli atleti, così che non riesce a capitarsi di cosa debba fare dopo aver vinto la maratona ad una Olimpiade, tanto che ritiene di dover abbandonare lo stadio solo per essere bloccato dai funzionari che lo avvisano che deve prepararsi per la premiazione.

Benedetta ignoranza, o forse ingenuità e candore, quella purezza di spirito che lo fa restare impalato sul prato quando lo speaker dello stadio pronuncia il suo nome quale “Winner of the Gold Medal” e deve essere ancora un funzionario ad invitarlo a salire sul gradino più alto del podio per la consegna della medaglia e l’esecuzione dell’inno nazionale sudafricano.

Thugwane celebra la sua vittoria acquistando un lettore CD e trenta dischi, ma si deve presto accorgere come, nella sua veste di primo nero a conquistare un oro olimpico per il suo paese, i cosiddetti “giorni dell’innocenza” siano finiti,  assalito al ritorno in patria da giornalisti, sponsor, procuratori, politici, mendicanti e financo criminali.

Ma, per uno che si è “conquistato la vita a morsi“, che problemi volete che siano?

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