ESTUDIANTES-MILAN 1969, LA CACCIA ALL’UOMO DELLA “BOMBONERA”

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Nestor Combin con il naso rotto – da storiedicalcio.aletrvista.org

articolo di Giovanni Manenti

Il ritorno di Nereo Rocco sulla panchina del Milan nell’estate del 1967, dopo che il precedente tecnico Arturo Silvestri aveva concluso la stagione con la conquista della Coppa Italia a spese del Padova, superato in finale all’Olimpico per 1-0 grazie ad una rete di Amarildo, consente ai rossoneri di completare un biennio da favola in cui mettono in fila, in rapida successione, lo scudetto 1968, la Coppa delle Coppe nel medesimo anno superando in finale i tedeschi dell’Amburgo con protagonista lo svedese Hamrin, prelevato dalla Fiorentina in cambio di Amarildo, e la Coppa dei Campioni 1969, travolgendo in finale per 4-1 l’Ajax di un giovane Cruijff, con Pierino Prati autore di una tripletta.

Per completare il “grande Slam” al club di via Turati manca solo l’ultima perla, vale a dire la conquista della Coppa Intercontinentale, trofeo che, istituito nel 1960 su iniziativa dell’UEFA e del CONMEBOL (Confederazione Sudamericana del Calcio), mette di fronte i vincitori della Coppa dei Campioni e della Copa Libertadores per quanto riguarda il Sudamerica.

Le prime nove edizioni hanno visto la supremazia delle formazioni d’oltre oceano con sei successi contro i soli tre delle europee, dei quali due appannaggio dell’Internazionale, vincitrice nel 1964 e nel 1965 entrambe le volte ai danni degli argentini dell’Independiente, mentre il Milan, prima squadra italiana ad aggiudicarsi la Coppa dei Campioni nel 1963, ha della competizione un ricordo ben più amaro.

Opposta, difatti, al grande Santos dell’immenso Pelè, da due anni campione sudamericano e che nella precedente edizione aveva dato un’autentica lezione di calcio al Benfica di Eusebio & Co. surclassandolo allo “Estadio da Luz” di Lisbona con un 5-2 (tripletta di “O’Rey“) dopo il 3-2 dell’andata al Maracanà, la formazione rossonera aveva dovuto provare sulla propria pelle cosa volesse dire recarsi a giocare nell’infuocata bolgia di uno stadio sudamericano, con direttori di gara compiacenti che consentono ogni tipo di rudezze.

Convinti di aver quasi il trofeo in pugno dopo il 4-2 del match di andata a San Siro – presentato dalla stampa come il confronto tra Pelè ed Amarildo, appena acquistato dal Milan e che ai Mondiali del 1962 in Cile aveva proprio rilevato la “perla nera” infortunata, ed in cui i due fuoriclasse realizzano una doppietta a testa, impreziosita per il Milan dalle reti di Trapattoni e Mora – ed, ancor più dopo il 2-0 in proprio favore (reti di Altafini e Mora) con cui si conclude il primo tempo al ritorno in un Maracanà gremito da 150.000 spettatori, i rossoneri subiscono nella ripresa il ritorno dei brasiliani che realizzano quattro reti nello spazio di 20′ rimandando la decisione allo spareggio in programma appena due giorni dopo nel medesimo stadio.

I giocatori – ed Altafini in particolare – implorano il presidente Felice Riva di chiedere la sostituzione dell’arbitro, l’argentino Juan Brozzi, con un altro direttore di gara, sia pur brasiliano, ma le loro istanze non vengono ascoltate ed il Milan, che già deve fare a meno di Ghezzi, David e Rivera, usciti malconci dalla gara di due giorni prima, devono subire le angherie di una sconfitta per un rigore che definire generoso è un eufemismo, realizzato da Dalmo al 35′ con l’aggiunta dell’espulsione di Cesare Maldini.

In questo ulteriore tentativo di aggiudicarsi il trofeo, un piccolo vantaggio per i rossoneri deriva dal cambio del regolamento che, fedele a quanto vigente in Sudamerica per la Copa Libertadores, non teneva conto – nel doppio confronto – della differenza reti, per cui anche in caso, ad esempio, di due vittorie per 1-0 di una e di 4-0 dell’altra, doveva comunque ricorrersi al match di spareggio, assurdità alla quale riesce ad opporsi la UEFA per una maggiore tutela dei propri club, per cui proprio dall’edizione 1969 viene applicato il metro delle reti di scarto.

Una decisione che si rivela quanto mai propizia per il Milan – ricordiamo, al proposito che anche l’Inter, nel 1964, dovette disputare un terzo incontro contro l’Independiente per aggiudicarsi il trofeo, nonostante che al ritorno a San Siro avesse ribaltato con un 2-0 lo 0-1 subito all’andata in Sudamerica – sulla base di quanto poi le vicende del confronto vanno a proporre.

Avversario dei rossoneri è l’Estudiantes di Rio de La Plata, per la seconda volta consecutiva vincitore della Copa Libertadores avendo sconfitto in finale gli uruguaiani del Nacional di Montevideo affermandosi per 1-0 (rete di Eduardo Flores) allo “Estadio del Centenario” e ribadendo la propria superiorità al ritorno in patria, facendo suo l’incontro per 2-0 grazie ai centri ancora di Flores e del centravanti Conigliaro.

Gli argentini sono altresì detentori del trofeo, avendo superato l’anno prima il Manchester United (1-0 in Sudamerica, rete del solito Conigliaro, ed 1-1 ad “Old Trafford“, con Morgan che solo all’89’ riesce a pareggiare la rete in apertura di Veron), e sono una squadra molto unita e compatta pur non avendo tra le proprie fila campioni di valore assoluto, ad eccezione del difensore centrale e capitano Malbernat, ma contando a centrocampo sulle prestazioni dell’interno Carlos Bilardo, futuro CT della nazionale campione del mondo a Messico 1986, ed in attacco sull’ala sinistra Juan Ramon Veron, padre di Juan Sebastian, futuro protagonista per molte stagioni della nostra Serie A con le maglie di Sampdoria, Parma, Lazio ed Inter.

Ciò nonostante, la gara di andata, disputata a San Siro l’8 ottobre 1969 davanti ad oltre 60.000 spettatori, si risolve in una netta vittoria dei rossoneri che sbloccano il risultato dopo appena 8′ di gioco con Sormani che raccoglie di testa un preciso cross dalla sinistra di Prati, raddoppiano in chiusura di primo tempo con Combin, abile a sfruttare un passaggio filtrante in area, scartare il portiere Poletti e depositare la palla nella rete sguarnita, e mettono il sigillo per il 3-0 finale al 71′ con un gran diagonale dal limite di Sormani, servito da Rivera, che manda la palla all’incrocio dei pali.

Forti del triplo vantaggio conseguito, i rossoneri si recano due settimane dopo a Buenos Aires per la gara di ritorno, rendendosi subito conto al loro arrivo del clima particolarmente ostile che li circonda, non fosse altro per il fatto di aver subito le reti della sconfitta all’andata da un brasiliano (Sormani) e da un franco-argentino come Combin, la qual cosa verrà al medesimo fatta pesare non poco.

Non sono anni facili, quelli, per il paese sudamericano che, dopo la deposizione di Juan Domingo Peron, è caratterizzato da un forte conflitto sociale tra la Alleanza Anticomunista Argentina (la cosiddetta “Tripla A“) e la frangia oltranzista dell’Esercito Rivoluzionario del Popolo che sfocia in tensioni che portano ad omicidi ed azioni di guerriglia urbana.

Al fine di creare un’atmosfera quanto meno sopportabile, il Milan – al pari di quanto fecero sette anni prima gli azzurri in occasione del match contro il Cile ai Mondiali del 1962 – fa scendere in campo a “La Bombonera” (stadio in cui gioca il Boca Juniors, ma prescelto sia per una maggiore capienza che per le sue caratteristiche che portano il pubblico a ridosso del terreno di gioco) i propri giocatori portando una grande bandiera biancoceleste, iniziativa che non dà granché frutti, tal che la stretta di mano tra i due capitani Rivera e Malbernat rappresenta l’unico atto pacifico della gara.

Ed è lo stesso Rivera, che dopo l’incontro a San Siro aveva definito gli argentini una squadra compatta, ma senza fuoriclasse e dal gioco prevedibile, ancorché un attimino cattivella (appellativo su quale il futuro “Pallone d’Oro” avrà modo di ricredersi novanta minuti dopo), a portare in vantaggio i rossoneri alla mezz’ora di gioco, scattando in contropiede sul filo del fuorigioco e riuscendo a depositare la palla in rete dopo aver evitato un proditorio intervento del portiere argentino Poletti.

Proprio Poletti, quando generalmente i portieri sono più avulsi dalle fasi calde del gioco, è il più esagitato dei suoi compagni, iniziando a spintonare e minacciare i rossoneri che stanno festeggiando la rete realizzata, per poi andare ad infamare il segnalinee, reo di non aver ravvisato la posizione di offside del capitano milanista, atteggiamento che viene recepito dagli altri componenti la formazione dell’Estudiantes come il segnale per dar vita ad una vera e propria caccia all’uomo.

Il primo a farne le spese è Prati, già oggetto delle attenzioni dei difensori avversari in diverse occasioni che, rimasto a terra in area di rigore successivamente ad un’azione di calcio d’angolo, viene colpito vigliaccamente con un calcio alla schiena da Poletti a palla lontana senza che nessuno della terna arbitrale se ne accorga, ma costringendo l’undici rossonero a lasciare il campo, sostituito da Rognoni.

L’arrembaggio dei biancorossi dà il suo risultato nel finale di tempo, quando prima una conclusione dal limite di Bilardo mal respinta da Malatrasi viene corretta di testa in goal da Conigliaro e poi, un minuto dopo, è Aguirre Suarez ad approfittare di una corta respinta della difesa su corner per infilare di destro dal limite la palla del 2-1, risultato con cui si conclude la prima frazione di gioco.

Avendo recuperato una delle tre reti di scarto dell’andata, le possibilità per l’Estudiantes di ribaltare il risultato sono ancora intatte, e grande deve essere stato il lavoro psicologico compiuto da Rocco nell’intervallo per non far perdere la calma e la concentrazione ai suoi ragazzi che rientrano in campo determinati a non farsi sopraffare, ed in questo hanno la fortuna, rispetto all’esperienza negativa di sei anni prima, di poter contare sulla direzione di gara del cileno Massaro che non si fa intimidire dalle condizioni ambientali.

E come viene meno la condizione atletica, con il Milan che fa buona guardia in difesa e non disdegna pericolose puntate in avanti, ecco che gli argentini perdono definitivamente la testa, accanendosi contro il “traditore” Combin, al quale Aguirre Suarez spacca il setto nasale con una gomitata che determina l’immediata espulsione del terzino argentino, ma che altresì costringe il Milan in 10 uomini, avendo già provveduto alla seconda sostituzione con l’inserimento di “Gino” Maldera in luogo di Malatrasi.

Siamo a metà ripresa, le idee dei padroni di casa si fanno sempre più annebbiate, Rivera fugge in contropiede verso la porta difesa da Poletti, il quale stavolta lo anticipa uscendo dall’area con un “tackle” ai limiti del regolamento, sul quale rincara la dose Manera che scalcia il numero 10 rossonero ancora a terra, prendendo anch’egli la via degli spogliatoi.

Mancano solo otto minuti al termine, oramai non vi è più tempo per rimontare ed al fischio finale i rossoneri non possono neppure gioire per la conquista della loro prima Coppa Intercontinentale, scappando di corsa verso gli spogliatoi, onde evitare ritorsioni in campo – dove, nel frattempo, Poletti completa la sua “serata di ordinaria follia” colpendo con un pugno Lodetti – con l’unico desiderio di far quanto prima possibile ritorno a casa.

Ma le sorprese non sono finite, poiché nello spogliatoio milanista, dove più che a festeggiare si sta facendo il conto dei feriti e contusi, si presentano dei gendarmi al fine di arrestare il malcapitato (e dal volto tumefatto) Combin, colpevole, a loro dire, del reato di “renitenza alla leva” in quanto, nato in Argentina, non vi aveva prestato il servizio militare.

Un’accusa assurda, data la cittadinanza francese dell’attaccante rossonero, ma comunque ci vogliono i buoni uffici dell’ambasciatore italiano Fabrizio Fabbricotti e l’attivismo del vice presidente rossonero, nonché avvocato, Franco Sordillo, affinché la questione si componga con il rilascio dopo dodici ore di Combin, che così può raggiungere i propri compagni che erano stati scortati all’aeroporto di Buenos Aires e che si erano rifiutati di ripartire per l’Italia senza di lui.

La figuraccia compiuta dall’Argentina in una manifestazione di interesse mondiale fa sì che debba intervenire direttamente il presidente Juan Carlos Ongania Carballo, il quale ordina l’arresto (anche se fu un atto più simbolico che concreto) di Poletti, Aguirre Suarez e Manera per il comportamento tenuto sul terreno di gioco e si scusa a nome della nazione verso il Milan ed il governo italiano per l’incresciosa esibizione dei propri connazionali.

Quanto successo quel 22 ottobre 1969 ha forti ripercussioni nell’organizzazione delle future sfide intercontinentali, visto che nel decennio successivo per due volte la stessa non è stata disputata ed in altre cinque circostanze partecipa per l’Europa la squadra finalista per rinuncia della vincitrice della Coppa Campioni, non volendo le stesse esporre i propri campioni a simili possibili scenari, con ciò determinando, a partire dal 1980, l’assegnazione del trofeo con partita unica da disputarsi in campo neutro a Tokyo grazie alla sponsorizzazione della marca di auto Toyota.

A fine del racconto, ci resta un solo dubbio in mente: e se il regolamento della Coppa non fosse stato variato e, con una vittoria a testa, Milan ed Estudiantes avessero dovuto giocare il match di spareggio, come sarebbe andata a finire?

Mah, non ci pensiamo e teniamoci ben stretto il trofeo, mai come in questa occasione veramente “conquistato sul campo!“.

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