IL PRIMO MONDIALE DEI 12 UOMINI D’ORO DEL VOLLEY

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L’Italia del volley ai Mondiali del 1990 – da losportsecondogrimaus.blogspot.it

articolo di Giovanni Manenti

Sport prettamente praticato nell’Europa dell’est, la pallavolo ha visto sino a metà degli anni ’80 il dominio pressoché incontrastato dell’Unione Sovietica, capace di imporsi in ben sei delle dieci edizioni dei campionati mondiali (con le altre quattro appannaggio della Cecoslovacchia, due volte, Germania Est e Polonia), nel mentre alle Olimpiadi, in cui il volley è stato ammesso a partire dai Giochi di Tokyo 1964, l’Urss ha conquistato tre ori, con l’aggiunta del bronzo a Monaco 1972 in cui a trionfare è il Giappone e l’argento a Montreal 1976 al termine di una combattutissima finale persa 2-3 con la Polonia, che già l’aveva sconfitta due anni prima ai Mondiali.

Come del resto per la maggior parte delle discipline sportive, anche per la pallavolo l’allargamento della base dei praticanti, fa sì che venga meno una indiscussa egemonia, prova ne sia il quadriennio d’oro del volley Usa – capace di vincere l’oro alle Olimpiadi di Los Angeles 1984 e Seul 1988, con in mezzo la vittoria ai Mondiali di Parigi 1986 – cui fa riscontro l’emergere oltre oceano di nazioni quali Cuba e Brasile, mentre il “Vecchio Continente” vede nella sua parte occidentale la crescita esponenziale di Olanda ed Italia.

Per quanto attiene al nostro paese, l’inserimento della pallavolo nelle scuole che la fa apprezzare alle nuove generazioni, e gli investimenti da parte di società imprenditoriali che fanno giungere in Italia campioni stranieri di livello assoluto, consentono una rapida crescita del movimento a livello di club, come sta a testimoniare il fatto che per venti anni – dal 1984 al 2003 – la finale della Coppa dei Campioni ha sempre visto presente almeno una formazione italiana, se non addirittura due nel triennio 1993-1995.

Una tale crescita non può non coinvolgere anche la Nazionale, la quale è alla ricerca di una adeguata guida tecnica allo spirare del decennio di Carmelo Pittera, il quale all’argento dei Mondiali di Roma 1978 ha aggiunto il bronzo olimpico di Los Angeles 1984 (in assenza delle rappresentanti dell’Europa dell’est per il noto boicottaggio del blocco sovietico), ma che non è andato oltre l’11.mo posto ai Mondiali 1986 ed il nono alle Olimpiadi di Seul 1988.

E la scelta ricade sull’allenatore argentino Julio Velasco, reduce da quattro scudetti consecutivi vinti a Modena (cui hanno fatto seguito tre sconfitte in finale di Coppa Campioni contro il fortissimo CSKA Mosca), il quale esordisce nel migliore dei modi, conquistando a Stoccolma 1989 il primo titolo europeo del team azzurro, incappando in un solo passaggio a vuoto nell’ultima ed altresì ininfluente gara del girone di qualificazione (sconfitta 2-3 dalla Francia) e poi, dopo aver superato nettamente per 3-0 l’Olanda in semifinale, sconfiggendo in finale per 3-1 (parziali 14-16, 15-7, 15-13 e 15-7) i padroni di casa svedesi che avevano sorprendentemente eliminato l’Urss che così scendeva dal trono europeo dopo ben otto successi consecutivi!

Velasco, come già aveva fatto Carmelo Pittera in occasione dei Mondiali di Roma 1978, si affida al nucleo della sua Panini Modena composto da Lorenzo “Lolo” Bernardi, Luca “Bazooka” Cantagalli ed Andrea Lucchetta, lasciando però fuori il palleggiatore Fabio Vullo per far posto a “Paolino” Tofoli del Petrarca Padova ed impostando un sestetto base composto dal citato Tofoli in regia, Andrea Zorzi opposto, Andrea Gardini e Lucchetta centrali, con Cantagalli e Bernardi schiacciatori ricevitori.

Ma la chiave del successo azzurro va ricercata nella forza del collettivo, con Marco Bracci pronto a rilevare alla bisogna “Lolo” Bernardi, ed i sempre utili Andrea Anastasi, “Fefè” De Giorgi e Roberto Masciarelli a dare respiro ai compagni in seconda linea, per la formazione di un gruppo che si accinge a raccogliere la sua prima importante sfida attraverso la disputa dei Mondiali 1990 in un Brasile anch’esso in attesa della definitiva consacrazione, dopo l’argento conquistato sia ai Mondiali 1982 in Argentina che alle Olimpiadi di Los Angeles 1984, in entrambi i casi sconfitto per 0-3 in finale, da Urss ed Usa rispettivamente.

E’ una formula bizzarra, quella della rassegna iridata, che vede le 16 partecipanti suddivise in quattro gironi da quattro squadre ciascuno, con le prime di ogni raggruppamento che si qualificano direttamente ai quarti di finale, mentre le seconde le terze si affrontano in sfide incrociate (seconde contro terze) per stabilire le altre quattro formazioni da abbinare per i quarti ad eliminazione diretta.

L’Italia è inserita nel gruppo D, insieme alla “cenerentola Camerun, alla sempre ostica Bulgaria e a Cuba, che ha affrontato in tre giorni consecutivi a settembre in Italia per altrettanti incontri, di cui i primi due appannaggio della squadra caraibica per 3-2 e 3-1, ed il terzo vinto dagli azzurri per 3-1 al “Palaeur” di Roma.

Come previsto, il primo incontro contro gli africani si risolve in poco più di un allenamento, come certificano i parziali di 15-4, 15-3, 15-10 a favore degli azzurri – pur se Velasco stupisce escludendo dal sestetto titolare il palleggiatore Tofoli (sostituito da De Giorgi) ed inserendo il ventenne Giani in luogo di Andrea Zorzi, con l’intento di far recuperare ai due la migliore condizione – che si confermano superando per 3-1 la Bulgaria, che dal canto suo aveva impegnato sino al quinto set Cuba, con parziali di 15-9, 15-5, 12-15, 15-12 che ribadiscono la superiorità dell’Italia.

Il primo punto di svolta del torneo è costituito dal match contro Cuba, decisivo per il primo posto nel girone e conseguente ammissione diretta ai quarti di finale e lo stesso si risolve in modo negativo, con una netta e sorprendente sconfitta degli azzurri per 0-3 in cui solo nel primo set, perso 13-15, riescono a lottare punto a punto con gli avversari, mentre non vi è storia negli altri due parziali, facilmente conquistati dai caraibici con il punteggio di 15-9 e 15-8.

Chi si fosse immaginato un Velasco fuori di sé per la deludente prestazione dei propri giocatori, viene viceversa spiazzato dalle dichiarazioni del tecnico che, anzi, ammette come i suoi abbiano giocato male, ma se ne esce con la “convinzione che proprio da questa partita mi sono reso conto di come si possa vincere il torneo!“.

Un’affermazione un tantino azzardata, ma l’allenatore argentino sa il fatto suo, e sposta subito l’obiettivo sul prossimo incontro contro la Cecoslovacchia, giunta terza nel gruppo A vinto dal Brasile, che gli azzurri superano facilmente per 3-0 nell’ultimo incontro disputato a Brasilia, soffrendo solo nel secondo set, vinto ai vantaggi per 16-14 rispetto al 15-6 e 15-5 del primo e terzo parziale, acquisendo così il diritto a sfidare nei quarti di finale l’Argentina, proprio l’avversario che Velasco avrebbe voluto evitare, in quanto “la mia patria è come la mamma, l’Italia per me è la moglie!“, se ne esce quasi sconsolato.

E così, mentre negli altri abbinamenti il Brasile e l’Urss superano entrambe per 3-0 Francia e Bulgaria rispettivamente, e la spavalderia di Cuba inizia a vacillare dovendo ricorrere al tie break del quinto set per avere ragione di un’Olanda di cui sentiremo parlare a lungo in seguito, l’incontro tra gli azzurri e gli “albiceleste” mantiene fede alle premesse di lotta su ogni pallone, con la differenza a favore dell’Italia derivante dalla lucida regia di un Tofoli ispirato che ha la meglio rispetto al dirimpettaio Kantor nella gestione dei momenti chiave del match, il cui esito finale di 3-0 per gli azzurri non rispecchia l’equilibrio visto in campo, come dimostrano i relativi parziali di 17-15, 15-11 e 15-12.

Raggiunto l’obiettivo prefissato alla partenza di giungere tra le prime quattro, tocca ora verificare con mano la crescita, fisica ma soprattutto mentale, e la maturità di un gruppo che Velasco considera pronto per scalare la vetta del mondo e migliore occasione per testare questa sua convinzione non può esservi che affrontare al “Maracanazinho i padroni di casa del Brasile con il supporto di una “torcida” composta da 25.000 unità e capace di scatenare un tifo assordante.

Il 27 ottobre 1990 bisogna avere nervi saldi e muscoli tesi per resistere all’impatto che i “verdeoro” imprimono alla gara, giocando sul fattore ambientale per schiantare, grazie alle bordate sotto rete dei giovani Negrao e Tande, un intimorito sestetto azzurro che cede il primo set con un imbarazzante punteggio di 6-15, cui però l’Italia, chiamata a raccolta dal capitano Andrea Lucchetta e superato l’iniziale sbandamento, replica da par suo trovando le giuste contromisure a muro, migliorando la ricezione e ribaltando così le sorti dell’incontro facendo suoi il secondo e terzo parziale con i più che eloquenti punteggi di 15-9 e 15-8, con ciò ammutolendo l’attonita tifoseria locale.

Un comprensibile calo di tensione nel quarto set, unito ad un moto di orgoglio dei padroni di casa, fa sì che l’accesso alla finale si decida nel quinto e decisivo set, in vista del quale Velasco – sul punteggio di 5-12 che vedeva il quarto parziale, poi vinto dal sestetto di Bebeto per 15-8, oramai compromesso – richiama in panchina Bernardi, Gardini e Cantagalli per farli rifiatare in vista dello sforzo conclusivo.

La mossa si rivela azzeccata, rigenerati i tre azzurri, sapientemente orchestrati da Tofoli in regia, consentono all’Italia di portarsi in vantaggio per 9-5 solo per vedersi recuperare da un muro di Pampa e due schiacciate di Tande che rimettono in gioco i brasiliani e ridanno fiato alla tifoseria “carioca“, per la prosecuzione del tie break punto a punto sino al 14-13 Italia, sfruttato dagli azzurri al primo match point grazie ad una schiacciata proprio da parte di colui, vale a dire Andrea Lucchetta, che più di ogni altro aveva creduto nelle possibilità di successo.

Neppure il tempo di gioire per la medaglia assicurata, che a distanza di sole 24 ore gli azzurri devono tornare sul parquet del “Maracanazinho” per affrontare Cuba che ha sconfitto 3-1 l’Unione Sovietica, e ciò per Velasco non è un male, in quanto, a parte la scontata stanchezza fisica derivante dall’aver affrontato sei gare in nove giorni, resta viva la tensione nervosa necessaria per riscattare la pesante sconfitta patita nel girone eliminatorio e sperando altresì che possa giocare a favore degli azzurri quell’atteggiamento di supponente superiorità tenuto da Despaigne & Co. dopo la ricordata vittoria.

Come in occasione della semifinale, gli azzurri faticano ad entrare nel match, soverchiati dagli attacchi dei cubani e da una sorprendente imprecisione in ricezione da parte di Cantagalli, richiamato in panchina da Velasco in luogo di Marco Bracci a set oramai compromesso, concluso con il punteggio di 15-12 per Cuba.

La possibilità di riflettere e riordinare le idee è fondamentale per Cantagalli che, rientrato in campo nel secondo set, non sbaglia più una ricezione – non per niente a fine torneo verrà premiato quale “miglior ricevitore” – consentendo a Tofoli di alimentare l’attacco azzurro dove spadroneggia un monumentale Andrea “Zorro” Zorzi, autore di qualcosa come 45 attacchi vincenti, oltre a tre muri e due aces su battuta, ed all’Italia di dominare il secondo e terzo parziale, chiusi sul 15-11 e 15-6 rispettivamente.

La musica non cambia nel quarto set, con l’Italia che vola via sul 10-5 e commette l’imperdonabile errore di considerare chiusa la partita, alleggerendo la concentrazione e consentendo ai cubani di rientrare nel match, sorretti anche dal tifo del pubblico locale che parteggia per loro, sino addirittura a portarsi a condurre per 14-13 (per un parziale di 9-3, incredibile!), con Velasco che non sa più a che santo votarsi per richiamare i suoi.

Fortunatamente l’Italia ha un sussulto portandosi sul 15-14 in proprio favore e giocandosi ben otto match ball tutti puntualmente annullati da un superbo Despaigne su cui il palleggiatore cubano Diago affida tutti gli attacchi dei suoi, finché, alla nona occasione, il muro azzurro sporca la conclusione dell’asso caraibico, consentendo a Lucchetta (che riceverà il premio quale MVP dell’intero torneo) di servire Tofoli per l’alzata decisiva in favore di Bernardi il quale, da esterno di banda sinistra, riesce a piazzare la palla nell’angolo opposto per il punto del 16-14 che consegna all’Italia il primo titolo mondiale della sua storia.

L’immagine di Gardini e Bernardi che salgono sul seggiolone dell’arbitro per gridare al mondo intero la loro gioia, nonché la voce rotta dall’emozione del telecronista Rai Jacopo Volpi sono ricordi indelebili in coloro che hanno assistito all’incontro, che sancisce l’inizio di un dominio del volley azzurro che si protrarrà per un intero decennio, con l’unica pecca della mancata conquista dell’oro olimpico, sfuggito d’un soffio ai “Giochi del Centenario” di Atlanta 1996.

Ed ebbe così inizio, in un torrido Palazzetto di Rio de Janeiro, “l’era di Velasco e dei suoi 12 uomini d’oro“…

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