IL “SOGNO” DIVENTATO REALTA’ DI HAKEEM OLAJUWON

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Olajuwon fronteggiato da Pat Ewing – da tabletmag.com

articolo di Giovanni Manenti

Si dice che “la pazienza è la virtù dei forti” ed, indubbiamente, specie in ambito sportivo, sapere attendere il proprio turno ed essere in grado di cogliere al volo l’occasione giusta è una dote niente affatto trascurabile, ma ne converrete che, per una prima scelta assoluta del Draft NBA del 1984, dover aspettare qualcosa come dieci anni per conquistare il suo primo titolo nel basket professionistico d’oltre Oceano non deve essere stato per niente facile.

E’ ciò che invece è capitato ad Hakeem “The Dream” Olajuwon, inserito dalla rivista “Sport Illustrated” come il quarto miglior centroall time” nella storia della NBA, ed il migliore della sua era, dato che i primi tre sono Bill Russell, stella della “Boston Celtics Dynasty” dominatrice per oltre un decennio tra fine anni ’50 e l’intera decade successiva, Kareem-Abdul Jabbar, cinque titoli con i Los Angeles Lakers negli anni ’80, e Wilt Chamberlain, campione 1967 coi Philadelphia 76ers e nel 1972 con i Lakers.

C’è anche da dire che il Draft 1984 è stato forse il più eccezionale – al pari con quello del 1979 che portò nella NBA “Magic” Johnson e Larry Bird – visto che, oltre ad Olajuwon, scelto dagli Houston Rockets, come terzo i Chicago Bulls si assicurano le prestazioni di un certo Michael Jordan, mentre Charles Barkley si accasa ai Sixers che hanno la quinta opzione e gli Utah Jazz si indirizzano, dovendo scegliere per sedicesimi, sul play John Stockton su cui costruiscono le loro fortune future, e stiamo parlando di quattro giocatori che hanno da tempo il loro posto nella “Naismith Memorial Basketball Hall of Fame“.

Olajuwon, centro di m. 2,08, nasce a Lagos in Nigeria nel gennaio 1963 e si trasferisce negli Stati Uniti, alla “Houston University“, dove viene allenato da Guy Lewis, contribuendo per tre stagioni consecutive – 1982, 1983 ed 1984 – a far raggiungere ai “Cougars” le “Final Four” del torneo NCAA, venendo sconfitti in semifinale nella prima occasione da North Carolina – che schiera Michael Jordan, James Worthy e Sam Perkins e si assicura il titolo superando 63-62 Georgetown in finale – mentre sia nel 1983 che nel 1984, Houston raggiunge l’atto conclusivo, venendo peraltro sconfitta una prima volta, a sorpresa, dagli “underdogs” di North Carolina State 54-52 e, l’anno seguente, da Georgetown, guidata da Pat Ewing e Reggie Williams, con un ben più netto 84-75.

L’innesto di Olajuwon – il cui soprannome di “The Dream” (“il sogno“) gli è stato affibbiato da Lewis nel vederlo esibirsi in schiacciate senza il minimo sforzo, “sembrava come in un sogno…“, ebbe a dichiarare – paga subito per i Rockets che, appena due anni dopo, si aggiudicano la “Western Conference” con un netto 4-1 in finale ai danni dei favoriti Los Angeles Lakers, acquisendo il diritto a sfidare per il titolo gli altri dominatori degli anni ’80, vale a dire i Boston Celtics di Larry Bird e Robert Parish, i quali hanno dalla loro il vantaggio del fattore campo, in virtù dell’eccellente risultato di 67-15 ottenuto in “regular season“.

Nonostante il pronostico contrario, le “Twin Towers” di Houston – formate oltre che da Olajuwon, da Ralph Sampson, un centro alto m.2,24 ma molto meno robusto del nigeriano – vendono cara la pelle, ed Hakeem in particolare, come dimostrano i 33 punti e 12 rimbalzi di gara-1 ed i 21 punti ed i 10 rimbalzi di gara-2, entrambe perse al “Boston Garden“, per 100-112 e 95-117 rispettivamente.

La sfida ora si sposta in Texas, al “The Summit” di Houston, per tre gare consecutive e, dopo che Sampson impone la sua legge in gara-3 con 24 punti e ben 22 (!!!) rimbalzi per il 106-104 a favore dei Rockets, la serie si decide in gara-4 quando i Celtics espugnano il campo avversario per 111-96 nonostante i 33 punti di Olajuwon.

La vittoria casalinga per 111-96 (32 punti e 14 rimbalzi per Hakeem) serve solo ad allungare la serie, che i Celtics chiudono al “Garden” in gara-6 per 114-97, con una stratosferica tripla doppia (29 punti, 11 rimbalzi e 12 assist!) di Larry Bird.

Sfumata la grande occasione, i Rockets cadono nell’anonimato, collezionando un quinto, due sesti ed un ottavo posto in “regular season” nella “Western Conference” sino a fine degli anni ’80, con i titoli NBA appannaggio dei Lakers nel 1987 e nel 1988 e dei Detroit Pistons nei due anni seguenti.

L’inizio della decade successiva è caratterizzato dal dominio di Michael Jordan e dei suoi Chicago Bulls, che vincono tre titoli consecutivi nel 1991, 1992 e 1993, mentre i Rockets, dopo aver conosciuto l’umiliazione di non aver raggiunto i playoffs nel 1992, rialzano la testa l’anno seguente, aggiudicandosi la “Midwest Division” con un record di 55-27, salvo poi essere sconfitti 4-3 dai Seattle Supersonics nella semifinale di Conference, perdendo 103-100 all’overtime al “Seattle Center Coliseum” nel settimo e decisivo incontro.

Rinfrancati da detta positiva stagione, i Rockets si confermano campioni della “Midwest Division” l’anno seguente con un record di 58-24 che rappresenta il secondo migliore dell’intera Lega, dietro solo al 63-19 dei Seattle Supersonics che, dal canto loro, riescono nell’impresa di farsi sconfiggere al primo turno, cosa sinora mai avvenuta nella storia dei playoffs, dall’ottava classificata della “Western Conference“, i Denver Nuggets, per 3-2 dopo essere stati in vantaggio per 2-0.

Con il vantaggio del fattore campo dalla loro sino alla conclusione della “post season“, gli Houston Rockets sfruttano questa circostanza, eliminando Portland 3-1, Phoenix 4-3 in una drammatica serie che li ha visti sotto 0-2 con due sconfitte casalinghe al “The Summit” e quindi Utah per 4-1 nella finale di Conference.

Ed ora i Rockets sono pronti ad affrontare i campioni della costa est, vale a dire i New York Knicks che, in semifinale, hanno eliminato 4-3 i tre volte campioni in carica dei Chicago Bulls, peraltro orfani di Michael Jordan, al suo primo ritiro, per poi ripetersi in finale, con identico punteggio, contro gli Indiana Pacers.

Forti del vantaggio del fattore campo e dell‘aver sconfitto in entrambi i confronti i Knicks in “regular sesaon” (94-85 al “Madison Square Garden” e 93-73 in Texas), i Rockets si impongono in gara-1 per 85-78 con 28 punti di Olajuwon contro i 23 di Pat Ewing nello scontro tra titani tra i due centri, che rappresenta anche una sorta di rivincita della finale NCAA 1984 vinta da Ewing con Georgetown sui “Cougars” del nigeriano, salvo poi farsi sorprendere in gara-2 per 91-83 con Ewing dominatore sotto canestro con 11 rimbalzi, rendendo così necessaria per Houston una vittoria esterna al “Madison Square Garden” se vogliono conquistare il primo anello della storia della franchigia.

Successo che puntualmente arriva in gara-3 con Olajuwon protagonista con 21 punti, 11 rimbalzi e 7 assist nel 93-89 che riporta la serie in Texas dopo che New York fa sue sia gara-4 con un ultimo quarto da 31-21 per il 91-82 finale, nonostante Olajuwon metta a referto 32 punti, che gara-5 per 91-84 con un Ewing monumentale con 25 punti e 12 rimbalzi al suo attivo.

Sotto 2-3 nella serie, ma con le ultime due gare da disputare al “The Summit“, i Rockets sono pronti a dare battaglia e, in una gara-6 avvincente come poche, dove sotto canestro Ewing e Olajuwon non se le mandano a dire con 15 e 10 rimbalzi rispettivamente, Houston costruisce il successo nel secondo quarto, chiuso sul parziale di 25-15, per poi resistere al ritorno dei Knicks, trascinati da un John Starks in serata di grazia al tiro (27 punti per lui), con Olajuwon costretto agli straordinari mettendo a segno 30 punti per l’86-84 finale che rimanda l’assegnazione del titolo alla settima ed ultima gara.

Ed il 22 giugno 1994 i 16.611 posti che può contenere “The Summit” sono esauriti per verificare se il sogno di Hakeem può finalmente trasformarsi in realtà e, in un incontro, che i Rockets conducono quarto dopo quarto (parziali: 22-21, 45-43, 63-60), senza peraltro riuscire mai a scrollarsi gli avversari di dosso, Olajuwon conclude le sue fatiche mettendo a referto 25 punti, 10 rimbalzi e 7 assist per l’allungo decisivo negli ultimi 12′ che chiude la serie con il punteggio finale di 90-84 con cui Hakeem vendica la sconfitta patita da Ewing nel torneo NCAA e conquista il suo primo anello, concludendo altresì la stagione, a livello personale, con i titoli di MVP della “regular season“, miglior difensore ed MVP delle finali, niente male davvero.

Sistemati i conti con Ewing, Olajuwon è tentato dal cercare di ripetere un’impresa riuscita in anni recenti sia ai Lakers (1987 ed 1988), che ai Detroit Pistons (1989 e 1990), nonché ai Chicago Bulls (per tre anni consecutvi dal 1991 al 1993), vale a dire quella di confermarsi campioni – il “back to back” secondo lo “slang” americano – per la quale la franchigia si affida all’esperienza di Clyde Drexler, proveniente da Portland in cambio di Thorpe, con promozione di Mario Elie nello “starting five” in luogo di Maxwell.

I risultati sono però alquanto sconfortanti, con i Rockets che chiudono la “regular season” con un deludente record di 47-35 che li relega al sesto posto della griglia playoff della “Western Conference“, dovendo già al primo turno vedersela con gli Utah Jazz di Stockton & Malone.

Consapevoli che se vogliono bissare il titolo ogni serie andrà lottata su ogni pallone per 48′, i Rockets si riappropriano del fattore campo vincendo gara-2 140-126 a Salt Lake City, per poi venire immediatamente sconfitti 95-82 in gara-3 in Texas e dover ripetere l’impresa di vincere al “Delta Center” nella quinta e decisiva partita, missione compiuta per 95-91.

In semifinale tocca ai Phoenis Suns di Kevin Johnson, A.C. Green e Charles Barkley cercare di fermare i Rockets, e la cosa sembra realizzabile dopo le due franche vittorie sul parquet di casa per 130-108 (Barkley 26, Green 25 e Johnson 21 punti) in gara-1 e 118-94 in gara-2 (Barkley 30, Johnson 29 contro i 25 punti di Olajuwon), nonché dopo il successo in trasferta in gara-4 per 114-100 – con un Kevin Johnson stratosferico autore di 43 punti e 9 assist cui cerca di opporsi Olajuwon con 38 punti – che porta la serie sul 3-1 per i Suns e due gare da disputare alla “America West Arena“.

Serve un miracolo ai Rockets per raddrizzare la serie, e a chi possono rivolgersi se non al loro indiscusso leader che, in gara-5 – vinta 103-97 all’overtime – si congeda dal pubblico presente con qualcosa come 31 punti e 16 rimbalzi, consentendo al team di coach Tomjanovich, dopo il successo per 116-103 di gara-6 (Olajuwon 30 punti, 8 rimbalzi e 10 assist), di presentarsi nuovamente in Arizona per la settima e decisiva partita.

Gara da sconsigliare ai deboli di cuore, con i Suns che prendono un netto vantaggio nel primo quarto – chiuso sul 26-13 in loro favore – per poi andare all’intervallo lungo sul 51-41, un margine abbastanza rassicurante, ma non contro i Rockets che, caricati a dovere, rientrano in campo piazzando un 40-28 nel terzo quarto che ribalta le sorti dell’incontro, deciso sulla sirena negli ultimi 12′ giocati punto a punto per il 115-114 targato Olajuwon (29 punti ed 11 rimbalzi) e Drexler (29 punti ed 8 rimbalzi), lasciando nello sconforto più totale un Kevin Johnson autore di 46 punti e 10 assist ed un Barkley lottatore indomito sotto canestro, avendo conquistato qualcosa come 23 rimbalzi.

Se vogliono confermarsi campioni, i Rockets devono ora superare l’ostacolo San Antonio Spurs per conquistare il titolo della “Western Conferencee poi sfidare in finale gli Orlando Magic trionfatori ad est, e l’impresa si presenta tutt’altro che facile dato che gli Spurs vantano il miglior record, 62-20, dell’intera lega ed hanno eliminato 3-0 Denver e 4-2 i Lakers.

Per Olajuwon, dopo le scintille con Ewing della stagione precedente, è anche l’occasione per confrontarsi con un altro meraviglioso centro, “The Admiral” David Robinson, votato MVP della “regular season“, e la serie ha uno degli svolgimenti più incredibili della storia della NBA, con i Rockets che vanno sul 2-0 vincendo entrambe le gare sul parquet degli Spurs solo per vedersi ricambiato il favore con Robinson & Co. che pareggiano il conto espugnando due volte “The Summit“, riportando la serie sul 2-2.

Si torna all'”Alamodome” di San Antonio e, per la quinta volta in altrettante partite, il fattore campo salta per il 3-2 che dà ai Rockets l’occasione per chiudere la serie in casa e, stavolta, non se la lasciano sfuggire, facendo loro la gara per 100-95 e qualificandosi per la finale per il titolo assoluto per il secondo anno di seguito.

A sfidarli sono i ragazzi terribili degli Orlando Magic sotto le sembianze del play “Penny” Hardaway e del colossale centro Shaquille O’Neal, cui è venuto a dare una mano l’esperto Horace Grant, tre volte campione con i Chicago Bulls, e la serie dimostra subito quanto l’esperienza conti, con i Rockets che strappano imediatamente il vantaggio del fattore campo andando a vincere in Florida gara-1 120-118 all’Overtime con 31 punti di Olajuwon ed 11 rimbalzi di Drexler, mentre O’Neal e Hardaway mettono a segno 26 punti cadauno, successo bissato due giorni dopo con un più netto 117-106 che vede protagonisti sugli opposti lati Olajuwon (34 punti ed 11 rimbalzi) e “Shaq” (33 punti e 12 rimbalzi).

Con il doppio vantaggio dalla loro, i Rockets non intendono far rientrare nella serie i rivali, i quali si giocano la carta della disperazione in gara-3 impegnando Houston sino all’ultimo istante di gara e, nonostante un monumentale O’Neal, autore di 28 punti e 10 rimbalzi, ben supportato dai 14 assist di Hardaway, devono cedere di misura, 106-103 di fronte allo strapotere di uno straripante Olajuwon, che a propria volta, replica con 31 punti e 14 rimbalzi.

Nella storia della NBA, mai nessuna squadra ha rimontato uno svantaggio di 0-3 in una serie di playoff e la cosa, difatti, non avviene neppure stavolta, con Houston che chiude il conto in gara-4 affermandosi per 113-101 grazie ad un ultimo quarto da 36-25 di parziale ed ad un’altra lezione di Olajuwon ai ben più giovani avversari, concludendo la sua prova con uno strabiliante “score” di 35 punti e 15 rimbalzi.

Il giovane studente proveniente dalla Nigeria è ora una stella consacrata del firmamento NBA, ottenendo per il secondo anno consecutivo il riconoscimento di MVP delle finali, avendo anche l’onore, ottenuta la cittadinanza americana, di difendere i colori degli Stati Uniti alle Olimpiadi di Atlanta 1996, ovviamente con tanto di oro al collo.

Ed anche se il soprannome “The Dream” (il “Sogno“) non si rferisce, come molti ritengono, al classico sogno americano che si è materializzato, riteniamo che quando il giovane Hakeem varcò l’Oceano Atlantico alla ricerca della gloria, forse mai si sarebbe atteso di giungere così tanto in alto.

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