FELIX SAVON, QUANDO L’ALLIEVO SUPERA IL MAESTRO

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Felix Savon – da fightsports.gr

articolo di Giovanni Manenti

Quando Fidel Castro prende l’assurda decisione di rinunciare alla partecipazione alle Olimpiadi di Seul 1988 non può sapere di aver fatto un indiretto favore ad una delle icone della “Revolucion” in campo sportivo, vale a dire il campione dei pesi massimi Teofilo Stevenson, oro nella categoria per tre edizioni consecutive dei Giochi da Monaco 1972 a Mosca 1980, passato alla storia per aver rifiutato il milione di dollari offertigli per passare professionista e sfidare la “leggenda” Muhammad Alì.

E così, dopo che prima dell’avvento di Stevenson, il podio olimpico aveva celebrato sul suo gradino più alto altri fenomenali pesi massimi americani come Joe Frazier nel 1964 a Tokyo e George Foreman nel 1968 a Città del Messico, gli Stati Uniti approfittano dell’assenza cubana per riappropriarsi dell’oro nella categoria, con Henry Tillmann a Los Angeles 1984 e Ray Mercer a Seul 1988, quest’ultimo vittorioso nell’unico modo in cui poteva essere superato un pugile sudcoreano in detta edizione “macchiata” da scandalosi verdetti a favore degli atleti di casa, e cioè spedendolo al tappeto già nel corso del primo round.

Ma quella americana è una gioia di breve durata, poiché all’orizzonte si profila colui che riesce anche a scalfire il mito di Stevenson, di sicuro ottenendo più successi della statuaria “leggenda cubana“, e cioè Felix Savon, nato nel settembre 1967 a San Vicente e che già a Seul avrebbe potuto dire la sua.

Non si può crescere all’ombra di un mito senza subirne il fascino ed il carisma che una tale presenza incute, ed in ciò Savon è favorito dal proprio carattere chiuso che odia i giornalisti – “fanno troppe domande“, è sempre stata la sua versione – che lo porta a sudare e faticare in palestra, specie da quando, nel 1982 all’età di 15 anni, si trasferisce a L’Avana per perfezionare la propria tecnica pugilistica e potersi quindi allenare con Stevenson, sotto la guida del medesimo allenatore, il “guru” della boxe cubana, Alcides Sagarra, colui che fece la “Revolucion” da analfabeta per poi divenire dottore in sociologia.

I duri allenamenti e l’impegno che il giovane Felix impiega per migliorarsi fanno sì che ottenga il suo primo alloro internazionale ai Mondiali giovanili 1985, circostanza che lo fa aggregare alla prima squadra in vista delle selezioni per i Mondiali assoluti 1986 in programma proprio negli Stati Uniti, a Reno, nel Nevada, cosa che dà ancora più carica a Savon, stante la sincera antipatia nei confronti degli “yanquis“.

Ed è in questa circostanza che incrocia per la prima volta i guantoni con Stevenson in un match, sia pur di allenamento, in cui Felix ci tiene a ben figurare tenendo testa all’ormai trentaquattrenne campione, solo per vedersi sorprendere da una fulminea combinazione destro-sinistro che lo scaraventa al tappeto.

Savon farà tesoro di questa lezione e delle parole che il mito gli rivolge – “Ascolta, ragazzo, quando il leone è sveglio, non giocare con la catena!” – sapendo anche che Stevenson è il suo più grande estimatore in quanto apprezza la serietà e l’impegno che mette negli allenamenti e, dopo che a Reno entrambi si laureano campioni del mondo, Savon per la prima volta, nella categoria dei massimi, e Stevenson per l’ultima, nei super massimi, è proprio la “leggenda” a riconoscere in Felix il suo degno erede, non lesinando consigli sia dal punto di vista tecnico che di tattica sul ring, tant’è che lo stesso ventenne ammette come “Teofilo sia uno specchio nel quale dobbiamo rifletterci tutti“.

Ha un solo vizio, il giovane Felix, peraltro comune a molti caraibici, vale a dire il ballo che lo può impegnare per ore ed ore senza stancarlo, cosa che ovviamente non va molto a genio al tecnico Sagarra, che comunque preferisce tale deviazione rispetto al bere che ha condizionato la pur eccellente carriera di Stevenson, ed, in ogni caso, il burbero istrione non fa certo sconti ai suoi ragazzi durante gli allenamenti nel “Centro di Alto Rendimento” posto a 30 km. dalla capitale, spronandoli nel più classico degli incitamenti per un leader della rivoluzione castrista, “Quando suona la campana, tutto il mondo vi guarda ed il vostro popolo aspetta che vinciate per lui!“.

E non c’è dubbio che le parole di Sagarra vengono prese sul serio dai suoi pugili che, ai “Pan American Games” di Indianapolis 1987, infliggono un’altra dura lezione agli americani, vincendo l’oro in 10 categorie su 12, ivi compreso, chiaramente, il successo di Savon nella categoria dei pesi massimi.

Costretto, come detto, a rinunciare alle Olimpiadi di Seul per l’assenza del proprio paese, Savon si prepara all’edizione successiva di Barcellona 1992 confermandosi campione mondiale sia a Mosca 1989 (sconfiggendo in finale il pugile di casa Evgeny Sudakov) che a Sydney 1991, dove ritrova nel match decisivo l’olandese Arnold Vanderlyde, da lui già sconfitto ai Mondiali 1986 e reduce dai due bronzi olimpici di Los Angeles 1984 e Seul 1988.

Felix è oramai pronto e “tirato a lucido” per la rassegna olimpica, al pari dei suoi compagni che a Barcellona sfogano sui malcapitati avversari la rabbia per gli otto anni di forzata assenza ai Giochi, con Sagarra che porta i suoi pugili a disputare 9 finali su 12 categorie, vincendo ben 7 ori rispetto a due soli argenti, e con Savon che, dopo essersi sbarazzato nei primi due turni del polacco Rojek e del tedesco Teuchiert, incontra un ostacolo duro da superare nei quarti, ovvero l’americano Danell Nicholson.

Dai Giochi catalani, dopo gli scandali di quattro anni prima a Seul, l’assegnazione del punteggio è modificata, facendo sì che vengano assegnati punti ai pugili in maniera visibile man mano che l’incontro va avanti, e la vittoria di Savon per 13-11 sull’americano sta a testimoniare l’incertezza del match.

Incertezza che, viceversa, non si registra negli incontri per l’assegnazione delle medaglie, dato che al pugile cubano tocca nuovamente in sorte lo sfortunato Vanderlyde, sconfitto ai punti in semifinale con il fin troppo eloquente “score” di 23-3 che consegna all’olandese il terzo bronzo olimpico consecutivo, e miglior sorte non ha all’atto conclusivo il nigeriano David Izonritei, nettamente superato per 14-1!

Con il suo primo oro olimpico al collo, Savon continua a mietere successi nelle due rassegne iridate in programma nel quadriennio post olimpico, confermandosi campione del Mondo sia a Tampere 1993 – edizione in cui, a parte i minimosca, i pugili cubani giungono in finale nelle restante 11 categorie conquistando 8 ori e due argenti – superando in finale il georgiano Georgi Kandelaki, che a Berlino 1995, quando l’ultimo ad arrendersi allo strapotere del caraibico è stavolta il tedesco di origini albanesi Luan Krasniqi.

Con queste credenziali, Savon si presenta alle “Olimpiadi del Centenario” di Atlanta 1996 quale logico favorito per la conquista della medaglia d’oro e la sua superiorità è talmente netta da farlo arrivare in finale senza dover molto sudare, data la vittoria per ko al primo round sullo svedese Turkson al secondo turno, un agevole successo ai punti (20-4) sull’argento mondiale 1993 Kandelaki e la mancata presentazione sul ring dell’altro argento mondiale 1995, Krasniqi, in semifinale.

Occorre pertanto superare il canadese David Defiagbon per confermare il titolo olimpico conquistato in Catalogna, e la concentrazione e la superiorità tecnica di Savon non danno scampo al nordamericano, che viene nettamente sconfitto ai punti con un punteggio di 20-2 che non ammette repliche, pur in una edizione dei Giochi in cui il dominio cubano si riduce, con 7 finalisti e 4 medaglie d’oro.

Con la crescita esponenziale dei paesi dell’Est Europa – anche a seguito della disgregazione dell’impero sovietico, che consente la partecipazione ad Olimpiadi e Mondiali di molti più pugili in rappresentanza delle singole repubbliche componenti l’ex Urss – e la crisi irreversibile della boxe negli Usa, anche per Cuba il periodo delle “vacche grasse” volge al termine, come dimostrato dai Mondiali 1997 a Budapest dove, pur portando 10 dei propri pugili in zona medaglia, gli ori si riducono a quattro, di cui uno per Savon “a tavolino” in quanto, dopo aver subito la sua prima sconfitta in un Mondiale per 14-4 in finale dall’uzbeko Chegaev, quest’ultimo viene successivamente squalificato dopo essersi scoperto che aveva disputato due match da professionista.

E, due anni dopo ad Houston, dove gli ori del paese caraibico si riducono solamente a due, Savon vede terminare la sua striscia vincente di ben sei titoli mondiali consecutivi, stavolta per decisione della propria Federazione, che non lo fa combattere in finale contro l’americano Michael Bennett per protesta contro alcuni verdetti che nelle altre categorie avevano penalizzato i pugili cubani.

Il buon Felix sa che, oramai trentatreenne e con oltre 350 match alla spalle, sta arrivando il momento del ritiro dall’attività agonistica, ma ha ancora una “mission” da compiere, vale a dire quella di emulare il suo idolo nonché maestro Teofilo Stevenson assurgendo per la terza volta consecutiva alla gloria olimpica e, pertanto, si prepara come non mai per l’ultima recita della sua eccezionale carriera, da mandare in scena ai “Giochi di Fine Secolo” di Sydney 2000.

La crisi della boxe dilettantistica è dimostrata dalla presenza di soli 16 pugili a sfidarsi per l’oro dei pesi massimi, e negli ottavi Savon non ha difficoltà a superare il nigeriano Rasmus per 18-3 così come si mette virtualmente al collo anche l’oro di Houston 1999, sconfiggendo nettamente per 23-8 ai quarti l’americano Bennett con cui gli era stato impedito di battersi l’anno prima nella finale iridata.

Entrato in zona medaglia, Savon deve faticare ma non più di tanto per aver ragione del tedesco Sebastian Kober per 14-8 in semifinale, avendo così di fronte, per coronare il suo sogno, il solo russo Sultan Ibragimov, argento europeo quattro mesi prima ad Helsinki, sconfitto in finale dal francese Jackson Chanet, con il quale si prende la rivincita eliminandolo 18-13 ai quarti per poi travolgere 19-4 il georgiano Vladimir Tchanturia in semifinale.

Ibragimov, che rende a Savon 8 cm. in altezza (188 a 196) e molti di più in allungo, può opporre poca resistenza alla forza dirompente del cubano che mette a segno 21 punti contro i soli 13 del rivale per il coronamento di una carriera che non ha eguali e la conseguente consacrazione olimpica, per raggiungere la quale ha rifiutato, al pari di Stevenson dopo i Giochi di Montreal 1976, un’analoga offerta a venti anni di distanza, dopo il trionfo alle Olimpiadi di Atlanta 1996, un “qualcosa di faraonico” come 5 milioni di dollari (!!!) per affrontare l’allora campione mondiale dei massimi, l’americano Mike Tyson.

Deve proprio esserci un legame fortissimo tra il “Lider Maximo” Fidel Castro ed i suoi “Figli della Revolucion” per portarli a dette scelte e decisioni, che commentano con fierezza, come nel caso di Savon, il quale sostiene come “Non mi venderò mai al professionismo, c’è troppa corruzione. Io, ogni volta che salgo sul ring è come se andassi in guerra. Sono un cubano come gli altri, solo un po’ più famoso perché vinco. Così difendo Cuba!“.

Ed, appesi i guantoni al chiodo, vive sereno, facendo l’allenatore accanto all’amata moglie Maria che gli ha dato cinque figli, non disdegnando alcune serate di ballo latino-americano, la sua seconda grande passione, dopo il pugilato.

E, se poi, in fondo in fondo, avesse proprio ragione lui?

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