SIR STEVE REDGRAVE E L’ONORE SALVATO DELLA “UNION JACK” AD ATLANTA 1996

redgrave
Redgrave e Pinsent ad Atlanta 1996 – da britannica.com

articolo di Giovanni Manenti

Steve Saves the Queen…!!!“, potrebbe essere, parafrasando l’inno inglese, l’appropriato sotto titolo per definire il valore della medaglia d’oro – la quarta in altrettante Olimpiadi – conquistata dal celebre canottiere britannico Steve Redgrave, unitamente all’amico fidato Matthew Pinsent, nel due senza ai Giochi di Atlanta 1996.

Già, perché, senza quel successo, i rappresentanti di sua Maestà sarebbero tornati in patria senza aver conquistato neppure un titolo olimpico, e con un imbarazzante bottino di 15 medaglie complessive, superiore, in tempi recenti, solo alle 13 conquistate nell’edizione di Montreal 1976, dove però gli ori erano stati tre (David Wilkie sui 200 rana, pentathlon moderno a squadre e nella classe tornado nella vela).

E, del resto, chi se non Redgrave, già nominato MBE (Member of the Order of British Empire) nel 1987 dopo i suoi successi nel quattro con ai Giochi californiani del 1984, ed oro mondiale a Nottingham 1986 nel due con e a Copenhagen 1987 nel due senza (con annesso argento nel due con), poteva essere in grado di salvare l’onore della patria?

Nato a Marlow, nella contea di Buckingham, nel marzo 1962, Redgrave, un colosso di due metri per cento chili, resta entusiasta, all’età di 10 anni, nell’ammirare in Tv le imprese del nuotatore americano Mark Spitz ai Giochi di Monaco 1972, iniziando a realizzare che un giorno avrebbe potuto anch’egli assurgere alla gloria olimpica, anche perché non è che sui banchi di scuola abbia un gran rendimento, in parte a causa di una forma di dislessia che lo rende timido verso i compagni, con ciò orientandosi verso la pratica del rugby.

Il fisico c’é, eccome, ma i ruvidi contrasti di tale disciplina gli provocano una lussazione alla spalla sin dalla prima partita che lo fa riflettere sull’opportunità di proseguire su detta strada, “virando” – è proprio il caso di dire – sul canottaggio, anche perché é l’unico altro sport praticato a scuola a Marlow.

Sport che gli consente di fare esperienza nella più famosa competizione della sua città natale, la “Regata di Henley“, appuntamento a cadenza annuale che si svolge dal 1839 sulle rive del Tamigi da Henley a Marlow ed al quale Redgrave – che sino a 14 anni si gode la manifestazione nell’ambito dei tre giorni di festa che la accompagnano con un’enorme fiera con giostre e bancarelle – partecipa da quando diventa sedicenne, mettendo subito in mostra le sue enormi potenzialità, tanto che i suoi allenatori – nel frattempo abbandona senza grossi rimpianti la scuola per dedicarsi anima e corpo al canottaggio – gli pronosticano un futuro da campione del mondo.

Certo, i Mondiali sono cosa importante, ma per il giovane Steve è l’Olimpiade il punto di riferimento – folgorato come era stato dall’impresa di Spitz – e dato che la sua forza mentale e caratteriale sta nel porsi sempre degli obiettivi da dover raggiungere, ecco che programma una partecipazione alle Olimpiadi di Mosca 1980 per fare esperienza e poi puntare alle medaglie a Los Angeles 1984 e Seul 1988.

Il piano si realizza in parte, poiché da un lato non riesce a qualificarsi per i Giochi moscoviti, ma dall’altro a Los Angeles 1984 non ottiene solo una medaglia, bensì addirittura l’oro nel quattro con, precedendo Stati Uniti e Nuova Zelanda.

Grande soddisfazione, certo, ma Redgrave non nasconde la scarsa validità del risultato, stante l’assenza degli armi dei paesi del blocco sovietico, per cui giura a se stesso che solo vincendo l’oro a Seul avrebbe raggiunto l’obiettivo che si era prefissato.

Ed oltretutto, non è che l’imbarcazione del quattro, con o senza che sia, lo esalti più di tanto, dovendo spartire il suo impegno con altri tre compagni di remo, circostanza che lo induce a chiedere ad Andy Holmes, già componente del quattro olimpico di Los Angeles 1984, di far coppia con lui, ottenendo un primo oro mondiale nel due con nell’edizione inglese di Nottingham 1986, con timoniere Patrick Sweeney.

Detto successo fortifica in Redgrave le convinzioni di ben figurare in sede olimpica, sottoponendosi ad allenamenti massacranti – migliaia di chilometri durante 49 settimane all’anno, con l’unico periodo di riposo per 21 giorni a settembre – per coltivare il sogno di realizzare una doppietta unica, sia nel due senza che nel due con.

La prova generale in vista di Seul avviene ai Mondiali di Copenhagen 1987 dove, nel bacino del Lago Bagsvaerd, l‘armo del due senza di Redgrave ed Holmes conquista il titolo iridato, dovendosi però arrendere ai “fratelloni d’Italia” Giuseppe e Carmine Abbagnale nella specialità del due con.

L’argento mondiale non scalfisce comunque la fiducia di Redgrave nel tentare l’impresa alle Olimpiadi di Seul, iscrivendosi ad entrambe le specialità ed ottenendo, il 24 luglio, il primo oro nel due senza, precedendo in 6’36″84 gli armi di Romania e Jugoslavia e preparandosi così alla rivincita con gli azzurri del giorno dopo.

Ma contro gli Abbagnale di quegli anni vi è ben poco da fare, e la barca britannica retrocede anche di una piazza rispetto al Mondiale, dovendosi accontentare della medaglia di bronzo, superati, oltre che dall’Italia, anche dalla Germania Est, per quello che sarà l’unico metallo diverso dall’oro nelle esperienze olimpiche di Redgrave.

Con la sportività che lo ha sempre contraddistinto, Redgrave rende omaggio all’armo azzurro, definendo”grandissimi gli Abbagnale, di cui l’Italia deve andar fiera per avere due campioni di tale levatura” e, per il futuro, si concentra sempre solo su di un’unica imbarcazione per le grandi manifestazioni internazionali.

Concluso il sodalizio con Holmes, a Redgrave si affianca Simon Berrisford, con cui esordisce ai Mondiali di Bled 1989, in Slovenia, andando all’argento nel due senza nella gara vinta dai tedeschi est Jung e Kellner e l’anno seguente, in preparazione ai Mondiali in Tasmania, avviene l’episodio che condiziona il resto della carriera di Redgrave, vale a dire l’infortunio di Berrisford, per il quale impone ed ottiene – forte di un prestigio oramai inattaccabile – di avere come compagno un diciannovenne di ottime prospettive, Matthew Pinsent, già Mondiale junior, sul quale Steve giura, “anche perché è nato ad Henley ed era tesserato per il mio stesso club!!!“.

A Redgrave non si può negare nulla e la coppia si presenta non ancora affiatata alla rassegna mondiale, non andando oltre il bronzo nel due senza nella gara vinta ancora dal medesimo armo tedesco, ma già dalla successiva edizione di Vienna 1991 è la barca di Redgrave e Pinsent a dominare la scena, staccando di oltre 2″50 l’armo jugoslavo per il terzo oro mondiale di Steve.

L’obiettivo è ora quello di ripetersi a Barcellona 1992 e viene raggiunto con irrisoria facilità, con i due britannici che vincono con un distacco abissale di quasi 5″ (6’27″72 a 6’32″68) sul nuovo armo tedesco formato da Hoeltzenbein e Von Hettingshausen, con gli sloveni al terzo posto.

La collaudata coppia Redgrave-Pinsent è talmente affidabile e coesa che nessuno può resistergli, dominando la scena anche nel quadriennio post olimpico, confermandosi campioni mondiali in tutte e tre le edizioni di Recice 1993, Indianapolis 1994 e Tampere 1995, talché non c’è da stupirsi se le speranze per una medaglia d’oro britannica ai Giochi di Atlanta 1996 sono riposte su tale invincibile binomio.

Già, ma qual è il segreto di tale supremazia, date anche le enormi diversità di origini, studi e caratteriali dei due – Steve è figlio di un carpentiere, ha studiato poco ed ha un carattere decisamente poco malleabile, mentre Matthew è figlio di un chirurgo, otterrà la laurea in geografia ad Oxford (del cui armo sarà più volte capitano nella celebre sfida contro Cambridge) ed è sempre sorridente?

Semplice, il rispetto che Matthew, di nove anni più giovane di Steve, porta nei confronti del celebrato ed affermato campione, da cui impara tutto ciò che si deve apprendere nella specialità rematoria, anche se sul podio di Barcellona, dopo il suo primo oro olimpico, Pinsent ha il coraggio di sussurrare a Redgrave “… Steve, ora anche io sono professore…!!!“.

Ed eccoci ad Atlanta, le “Olimpiadi del Centenario” sono già iniziate da una settimana e la casella ori per il Regno Unito è ancora desolatamente a quota zero, ma nel Comitato Olimpico Britannico vi è la netta convinzione che la cosa non duri a lungo, dato che il 27 luglio iniziano le finali del canottaggio, dove l’armo del due senza di Redgrave e Pinsent è imbattuto da qualcosa come 61 gare consecutive, ci mancherebbe altro che non vincesse.

Un po’ di preoccupazione inizia a serpeggiare quando i due fenomeni, nonostante vincano la rispettiva batteria e semifinale, non ottengono il miglior riscontro cronometrico, coprendo i duemila metri del percorso in 6’50″30, rispetto ai 6’46″43 degli australiani Weightman e Scott ed al 6’49″15 dell’armo francese composto da Andrieux e Rolland.

Due giorni di riposo tra la semifinale e l’atto conclusivo sono però più che sufficienti all’oramai 34enne Redgrave – che dall’alto della sua esperienza sa come dosare le forze in questi frangenti – per recuperare la condizione giusta per affrontare la sua quinta finale olimpica in quattro edizioni consecutive dei Giochi, impostando una gara d’attacco sin dal via in “puro stile Abbagnale“, con 36 colpi al minuto.

Tattica che dà subito i suoi frutti, dato che al primo rilevamento cronometrico dei 500 metri, l’armo inglese gode già di un vantaggio di 1″93 sulla Nuova Zelanda e di 2″22 sull’Australia, distacco che a metà gara è incrementato a 2″85 sulla Francia ed a 3″04 sugli australiani, con queste tre imbarcazioni che vanno a disputarsi le medaglie con largo margine rispetto alle altre contendenti.

Ai 1500 metri, il vantaggio di Steve e Matthew è ancora rassicurante (2″41 su Weightman e Scott e quasi 4″ sui francesi Andrieux e Rolland), permettendogli di poter gestire il loro tentativo di rimonta negli ultimi metri, andando a trionfare in 6’20″09 davanti all’imbarcazione australiana che con 6’21″02 resiste al rush finale dell’armo francese, bronzo in 6’22″15.

E così, grazie a “Sir” Redgrave ed al fidato scudiero Pinsent, l’onore di Sua Maestà è salvo, dato che sino alla fine dei Giochi sarà questo l’unico oro vinto dalla Gran Bretagna che, va comunque ricordato, fa tesoro di questa debacle per intraprendere un percorso virtuoso che l’ha portata, da inizio del corrente millennio, ad essere la Nazione che più di ogni altra ha registrato una crescita esponenziale quanto a medaglie conquistate.

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