FRANCO BITOSSI, IL CUORE MATTO CHE A GAP SFIORO’ LA VETTA DEL MONDO

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Franco Bitossi sul secondo gradino del podio a Gap 1972 – da youtube.com

articolo tratto da GPM ciclismo

Avesse 20 o 30 anni oggi, uno come Franco Bitossi la bicicletta potrebbe solo sognarla. Figurarsi, poi, correre a livello professionistico. È tanta l’attenzione alla salute degli atleti, i certificati e le visite mediche si rincorrono, in nome (giustamente) della sicurezza sovrana.

Franco Bitossi, invece, ha avuto la fortuna di nascere nel 1940. Toscano di Carmignano, “cuore mattosoffriva di attacchi improvvisi e repentini di tachicardia, che lo costringevano spesso al ritiro. Ma ciò non gli ha comunque impedito di mietere successi a ripetizione, a cavallo tra gli anni ’60 e ’70. Basta ricordare le 21 tappe al Giro d’Italia, le 4 al Tour de France e i 2 giri di Lombardia, per comprendere le sue strepitose capacità.

Bitossi non aveva solo il ritmo cardiaco come nemico beffardo. Doveva vedersela con Gimondi e Merckx, certo. Ma c’era un altro antagonista subdolo, che covava nella sua testa: una forte e profonda emotività. Proprio questa fu uno dei fattori determinanti di una delle più grandi non-imprese della storia del ciclismo. Stiamo parlando del celebre Mondiale di Gap del 1972.

Il circuito, in verità, non si prestava a grandi lampi di fantasia, ma la svolta leggendaria era dietro l’angolo. All’ultimo giro della corsa, partono in 7: Bitossi, Basso, Dancelli, Merckx, Guimard, Zoetemelk e Mortensen. È la fuga buona, e gli italiani sanno bene di essere i favoriti, vista la superiorità numerica. Tutti hanno gli occhi puntati su Merckx, di lì a poco ci si aspetta un suo attacco letale, da “Cannibale” vero. Ad un tratto, quando il computo dei chilometri segna -4 all’arrivo, il francese Guimard smette i panni del comprimario e se ne va via. Corre in casa e sente sulla pelle la pressione della Francia intera. All’inseguimento si porta proprio”cuore matto“, che gli prende la ruota e lo lascia cuocere per bene fino ai 1300 metri dal traguardo. Bitossi a quel punto si rende conto di avere tra le mani un’occasione unica: vede il transalpino sfinito e decide di sferrare il colpo decisivo. È proprio qui che Franco si trova faccia a faccia con uno dei suoi tremendi nemici, e, no, il cuore ballerino stavolta non c’entra nulla. È la tensione psicologica a stringere in una morsa la testa di Bitossi: 1300 metri non sono mai stati così lunghi. Il toscano comincia a fare ragionamenti e calcoli, proprio nel momento in cui servirebbe concentrare tutte le energie nella spinta sui pedali. “Merckx è amico di Guimard, non vorrà certo riprenderlo“. “Basso e Dancelli sono miei compagni, mi lasceranno andare“. “Gli unici di cui dovrei preoccuparmi sono Mortensen e Zoetemelk“. Mentre Bitossi è perso nei suoi calcoli, ai -500 Merckx risponde e parte, seguito da Marino Basso. È quando mancano 300 metri che si consuma il dramma sportivo di “cuore matto“. Franco è ormai in preda ad una crisi emotiva più che fisica. Si volta ripetutamente, come in fuga da un’onda anomala, si pianta mentre annaspa in cerca del rapporto giusto. Proprio quando la linea è ormai a portata di pedalata, ecco l’epilogo thriller: Basso compie la sua formidabile rimonta e, a pochi respiri dalla gloria, sfila la maglia iridata al povero Bitossi.

Fu una Gioconda incompiuta, doveva essere una gara capolavoro. Ci ho sofferto una settimana. Ora ci rido sopra“.

171 vittorie da professionista bastano a far ricordare chiunque come un vincente. 171 volte a braccia alzate sono un modo molto dolce per dimenticare lo scotto di una delusione così grande. Eppure, è quella maledetta medaglia d’argento di Gap a segnare per sempre la storia di “cuore matto“. Ha segnato lui, che oggi dice di riderci su. Ha segnato noi appassionati, che lo ricordiamo con affetto e simpatia. In quella edizione del mondiale trionfò sì Marino Basso, ma tutti ricordiamo la “tenerezza” di un Franco Bitossi sfinito e deluso, in lacrime. Bitossi testimone della crudeltà ma anche della straordinaria bellezza del ciclismo: il secondo è il primo dei battuti, ma anche per lui c’è un posticino nella storia.

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