ISTVAN KOZMA, IL CICLOPE DELLA LOTTA UNGHERESE

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Istvan Kozma – da birkozoszov.hu

articolo di Nicola Pucci

La lotta, libera o greco-romana che sia, è una di quelle discipline con poca visibilità che assurge agli onori della cronaca solo in era olimpica, per poi tornare nel limbo per il quadriennio successivo. Nondimeno, proprio ai Giochi illustra campioni che ne fanno la storia e che poi magari nell’immaginario collettivo rimandano all’epica, quando si pensava al lottatore come ad un qualcosa di molto simile ad un ciclope. Almeno quando ci si avventura in categorie di peso che avvicinano i cento chili.

Istvan Kozma, ad esempio. Che qui da noi nessuno o quasi conosce, ma se vi spostate oltre cortina, dalle parti di Budapest, in Ungheria, è una sorta di semi-dio, ammantato di un alone di leggenda. Anche perché, sventurato ragazzo, alle imprese sui tappeti di mezzo mondo ha sommato, ahimé, un tragico destino.

Kozma nasce a Budapest, il 27 novembre 1939, quando nella capitale magiara già spirano venti di guerra e l’invasione tedesca è prossima. Il piccolo Istvan, che poi tanto piccolo non è, cresce nelle difficoltà oggettive del momento, ma lo sport è valvola di sfogo per questo corpo che si sviluppa precocemente e ben presto raggiunge i 198 centimetri, che lo dirottano verso la pallacanestro.

Il canestro rimane tuttavia una fase transitoria, perché appena Istvan viene a conoscenza delle prodezze di Lajos Keresztes, che fu argento a Parigi nel 1924 e medaglia d’oro ad Amsterdam nel 1928 nella categoria pesi leggeri della lotta greco-romana, e che diventa il suo allenatore al circolo del Vasas, il cambio sportivo è inevitabile. Anche perché il peso che rasenta i 145 chilogrammi può agevolarlo nel mettere al tappeto gli avversari.

Curiosamente, il ciclope è buono ed ha l’animo sensibile. E’ ben voluto dagli stessi avversari che comincia ad atterrare con frequenza fin dal debutto in una grande kermesse internazionale, proprio alle Olimpiadi di Roma del 1960, dove batte l’azzurro Adelmo Bulgarelli ed è infine quarto, ai piedi di un podio occupato dal sovietico Bogdan, dal tedesco Dietrich e dal cecoslovacco Kubat. Tutti loro sono i principali protagonisti di quegli anni nella categoria dei pesi massimi, oltre i 97 chilogrammi, ma ben presto dovranno fare i conti con Kozma, che pur così pesante è lottatore agile e veloce e fa eccellente uso delle braccia lunghe per stringere chi si trova davanti in morse risolutive.

I Giochi romani sono solo l’abbrivio di una carriera monumentale. Se si trova inizialmente a dover cedere il passo ad atleti più navigati di lui, soprattutto il tedesco Wilfried Dietrich che vanta un curriculum di cinque medaglia olimpiche tra Melbourne 1956 e Città del Messico 1968 e che lo batte spesso, prende le misure agli avversari già ai Mondiali di Yokohama del 1961, dove è terzo alle spalle di Bogdan e del turco Kaplan, per poi cominciare l’anno successivo a Toledo, negli Stati Uniti, la collezione di medaglia d’oro battendo in finale l’altro sovietico di grido, Anatoly Roshchin, con cui darà vita a sfide epocali.

Ad esempio alle Olimpiadi di Tokyo del 1964, dove Kozma si presenta sull’onda lunga di un deludente quinto posto ai Mondiali di Helsingborg dell’anno prima, e con i dubbi prodotti da un grave infortunio al ginocchio che ne ha messo a rischio la presenza ai Giochi. Ma Istvan, che oltre ai chili ha in abbondanza anche voglia di ridere e scherzare, riesce a recuperare in tempo per l’appuntamento a cinque cerchi e sbaraglia la concorrenza, battendo nel corso del torneo olimpico gli stessi Dietrich e Kaplan, per pareggiare invece con Roshchin, campione del mondo a Toledo, che deve accontentarsi della medaglia d’argento a chiusura di una sfida difensiva dell’ungherse. Kozma è campione olimpico e seppur non ancora 25enne, è già nella storia della lotta. A conferma del suo humor, la mattina seguente si presenta in camera dal rivale: “ecco, la medaglia d’oro è tua, i giudici si sono incasinati!“.

Il quadriennio che segue lo vede trionfare ai Mondiali di Toledeo del 1966 e a quelli di Nuova Dehli del 1967, battendo quel Nikolay Shmachov che a sua volta lo aveva sconfitto nell’edizione di Tampere del 1965, e l’immancabile Roshchin, conquistando anche il titolo europeo a Minsk nel 1967, sempre in finale con Shmachov, a cui può aggiungere i due argenti del 1966 e del 1968.

Proprio nel 1968 Kozma giunge a completamento della sua parabola agonistica. Sconfitto a sorpresa nella kermesse continentale di Vaesteras, in Svezia, dal cecoslovacco Petr Kment, atleta che non dovrebbe fargli neppure il solletico, dà appuntamento all’altro capo del mondo, a Città del Messico, per difendere il titolo olimpico conquistato a Tokyo. Ed ancora una volta il ciclope di Budapest non tradisce le attese, seppur stavolta sia reduce da un intervento chiurugico ad un pollice rimasto schiacciato tra le portiere di un autobus.

Chi c’è sulla strada del magiaro? Ovviamente Roshchin, che vorrebbe tanto mettersi al collo la medaglia d’oro per dar lustro alla sua carriera, ma Kozma non ne vuol proprio sapere. Convive ormai da tempo con dolori cronici alle ginocchia, ma niente lo può fermare, neppure una penalità nei primi minuti di un combattimento, che come esattamente quattro anni prima si chiude in parità e per la seconda volta regala a Kozma la medaglia d’oro. Primo ed unico lottatore di greco-romana della storia a bissare il titolo olimpico nella categoria del pesi massimi.

Ci sarebbe una rivincita ancora, per Roshchin, a Monaco 1972. E in Germania il sovietico infine sarà oro, nella neonata categoria dei supermassimi a cui Kozma avrebbe avuto diritto se la sventura non si fosse abbattuta sul gigantesco lottatore ungherse. E’ primavera del 1970 quando alla guida della sua auto trova l’impatto con un autobus lungo le strade della sua città. Quel corpo che pareva invincibile, combatte per cinque giorni la sua sfida più difficile, quella personale con la morte. Fino a quando, il 9 aprile, il cuore smette di battere e il sorriso di Kozma, il ciclope buono, si spenge. Per sempre.

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