CATHY FREEMAN, QUANDO UN ORO RAPPRESENTA LA RISCOSSA DI UN POPOLO

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Cathy Freeman a Sidney 2000 – da sportette.com.au

articolo di Giovanni Manenti

Non solo i pellerossa americani od i popoli Maya ed Inca del Sudamerica sono stati oggetti dei massacri dei conquistadores Europei, una sorte similare – più o meno in contemporanea alla colonizzazione dell’America – hanno dovuto subire, a partire dalla fine del XVIII secolo, anche gli Aborigeni australiani da parte delle truppe di “Sua Maestà Britannica“, la cui popolazione, a seguito di omicidi, confisca delle terre e malattie portate dagli invasori, venne decimata di oltre il 90%.

Cosa c’entri tutto questo con lo sport e, in particolare con i Giochi Olimpici, è presto detto; a seguito della progressiva integrazione degli aborigeni rimasti, alcuni di essi si sono messi in luce nelle varie discipline sportive, valga per tutti l’esempio della tennista Evonne Goolagong, capace negli anni ’70 di vincere sette titoli del Grande Slam e di partecipare a quattro finali degli US Open. E l’assegnazione alla città di Sydney dell’edizione 2000 è vista dagli organizzatori e dal Governo come l’occasione da non lasciarsi sfuggire per ricucire lo strappo con le minoranze aborigene.

Questa possibilità deriva dal poter contare su di un’atleta di origini appunto aborigene, Cathy Freeman, che quattro anni prima ad Atlanta si era arresa solo alla “divina” Marie-José Perec nella finale dei 400 metri piani, dominando poi la scena nel quadriennio post olimpico, facendo suo l’oro mondiale sia ad Atene 1997 avendo la meglio sul filo di lana della giamaicana Sandie Richards (49277 a 49″79) che a Siviglia 1999, dove ad avere la peggio è stavolta la tedesca Anja Rucker, battuta per 7/100 (49″67 a 49″74), il che la fa la logica favorita sulla distanza ai Giochi australiani.

Inoltre, proprio per sancire la riconciliazione con gli aborigeni, alla Freeman viene concesso l’onore di accendere la Fiamma Olimpica nel corso della Cerimonia di apertura, cosa questa che, se da un lato la inorgoglisce, dall’altro le aumenta la pressione per le aspettative che tutti gli sportivi, giornalisti e tecnici ripongono in merito alla sua medaglia d’oro, che in campo femminile sfugge all’Australia dal 53″17 della Flintoff-King sui 400 ostacoli a Seul 1988.

Il programma olimpico, in analogia con quanto già avvenuto quattro anni prima ad Atlanta, prevede le batterie, quarti, semifinali e finale dislocate in quattro giorni consecutivi, dal 22 al 25 settembre e la Freeman, dopo aver corso la propria batteria in un tranquillo 51″63, dimostra il giorno dopo di essere nella giusta condizione per puntare al gradino più alto del podio, ottenendo il miglior tempo dei quarti di finale, coprendo la distanza in 50″31 rispetto al 50″49 della nigeriana Ogunkoya ed al 50″50 della britannica Katharine Merry.

Le semifinali del 24 settembre vedono la giamaicana Lorraine Graham aggiudicarsi la prima serie in 50″28 davanti alla Merry (50232) ed alla sudafricana Seyerling (51″06), mentre il crono di 50″01 con cui la Freeman vince la seconda davanti alla messicana Ana Guevara (50″11) ed alla Ogunkoya (50″18), rafforza la convinzione circa il ruolo di favorita dell’australiana, dato anche il forfait della bicampionessa olimpica, la francese Marie-José Perec.

L’importanza, non solo prettamente sportiva, come evidenziato, della gara, fa sì che il 25 settembre, giorno della finale, “The Olympic Stadium” di Sydney sia riempito da 112.524 spettatori, mentre si calcola che quasi il 50% della popolazione sia incollata davanti ai televisori per quello che risulta il terzo evento più visto nella storia della Tv australiana, dopo la relativa Cerimonia di Apertura ed i funerali di “Lady D“.

Con una simile pressione addosso, la Freeman si presenta al via sorteggiata in sesta corsia, risultando punto di riferimento per le sue più temibili avversarie, la messicana Guevara, in quinta, la giamaicana Graham, in quarta, e la britannica Merry, in terza, mentre la sola nigeriana Ogunkoya sconta una infelice collocazione nell’ottava e più esterna corsia.

Allineatasi ai blocchi di partenza con un vistoso body integrale biancoverde, la Freeman vede in avvio prendere la testa alla Graham, favorita dalla posizione a centro pista, seguita dalla Guevara e dalla Merry, mantenendosi comunque a stretto contatto pur uscendo dalla seconda curva in terza posizione dietro alla giamaicana ed alla britannica, mentre la Guevara va progressivamente spegnendosi.

A questo punto, sorretta dal tifo assordante proveniente dagli spalti, talmente intenso che “lo potevo sentire vibrare nel mio corpo…!!!” – dirà più tardi la Freeman – la ventisettenne australiana si produce in una fantastica progressione che, iniziata ad 80 metri dal traguardo, la porta a superare le rivali andando a tagliare il filo di lana con oltre quattro metri di vantaggio, concludendo in 49″11, con la Graham argento in 49″58 e la Merry terza con 49″72 per una vittoria che, oltre ad essere la prima di un’atleta di origini aborigene, rappresenta anche la 100.ma medaglia d’oro dell’Australia ai Giochi, nonché la, sinora, unica volta che colui/colei che accende la Fiamma Olimpica vince anche la medaglia d’oro in una disciplina nella stessa edizione dei Giochi.

Non c’è che dire, l’integrazione è davvero completata, anche se la Freeman, contravvenendo a quelle che erano le raccomandazioni degli organizzatori e della Federazione australiana, compie il giro d’onore con in una mano la bandiera nazionale e nell’altra quella della minoranza aborigena (due strisce orizzontali rossa e nera con in mezzo un cerchio giallo), ma con la sua impresa oramai a lei tutto è permesso

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