I DETROIT PISTONS DEI “BAD BOYS” E I DUE TITOLI NBA 1989 E 1990

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Il trionfo di Detroit nel 1989 – da nba.com

articolo di Giovanni Manenti

Il variegato mondo della pallacanestro professionistica americana, da 70 anni punto di riferimento di ogni appassionato di basket, ha spesso ospitato al suo interno quelle che negli States vengono definite “dynasties“, ossia “dinastie“, sia che il termine si riferisca ad un ciclo di una o più squadre vincenti, oppure di uno o più giocatori “dominanti“, che con la loro presenza e le loro evoluzioni caratterizzano un’epoca.

Il primo, fulgido esempio di questa “dynasty” è rappresentato dai Boston Celtics di coach Red Auerbach e del centro Bill Russell, capaci di dominare la scena per oltre un decennio negli anni ’60, ed in 13 stagioni – dal 1957 al 1969 – di divenire per 12 volte campioni della “Eastern Conference” e, nelle conseguenti dodici NBA Finals, conquistare il titolo assoluto in addirittura undici (!!!) occasioni, con buona pace dei loro acerrimi rivali della “Costa Ovest”, vale a dire i Los Angeles Lakers, sconfitti per sei volte nello scontro finale, nonostante la presenza tra i gialloviola di stelle di prima grandezza quali Jerry West, Elgin Baylor e financo Wilt Chamberlain.

Le cose migliorano negli anni ’70, con una più equa ripartizione dei titoli, visto che solo i New York Knicks ed ancora i Boston Celtics se ne aggiudicano due a testa, contro l’unico “anello” appannaggio di Milwaukee (con Lew Alcindor, poi divenuto Kareem-Abdul Jabbar), Portland, Golden State, Seattle, Washington e Los Angeles Lakers, questi ultimi sconfitti ancora due volte in finale.

Ma, con la fine degli anni ’70, il contemporaneo ingresso nel panorama NBA di due fenomeni del calibro di Earvin “Magic” Johnson e Larry Bird – finalisti del campionato NCAA 1979 con i rispettivi college di Michigan State ed Indiana State, con la vittoria andata al primo guidato da “Magic” – firmati rispettivamente dai Lakers e dai Celtics, la “dynasty” si ripropone, con l’unica, sostanziale, differenza derivante dal fatto che, rispetto agli anni ’60, il dominio non è tutto dalla parte dei biancoverdi, ma anzi sono i gialloviola a prendersi le maggiori soddisfazioni.

Il tutto, comunque, in uno scenario che non dà molte speranze alle avversarie delle rispettive “Conference“, dato che nei primi nove tornei – dal 1980 al 1988 – i Lakers ne vincono ben sette ad Ovest ed i Celtics cinque ad Est, con cinque e tre vittorie rispettivamente nelle finali (1980, 1982, 1985, 1987 e 1988 per Los Angeles, 1981, 1984 e 1986 per Boston …), con i soli Philadelphia 76ers di Dr. J e Moses Malone ad interrompere la serie facendo loro il titolo nel 1983.

Capirete, pertanto, come per le altre squadre già arrivare alle finali di “Conference” per sfidare i Celtics od i Lakers fosse visto all’epoca come il coronamento di una eccellente stagione, pensare poi di superarli e magari vincere il titolo assoluto poteva sembrare qualcosa di simile ad un sogno irrealizzabile.

Un sogno, però, che inizia a materializzarsi nella mente di un uomo che si sta avviando verso i 60 anni, essendo nato in Pennsylvania nel luglio 1930, e che da quando ha preso in mano le redini dei Detroit Pistons, vale a dire dalla stagione 1984, ha sempre portato i suoi ragazzi ad un record positivo nella “regular season“, impresa che, in precedenza, nella “città della Ford” non si era mai vista per due anni di seguito.

Quest’uomo è coach Chuck Daly, che già al suo primo anno a Detroit consegue un record di 49-33 nella “regular season“, portando i suoi Pistons regolarmente ai playoff ed arrivando una prima volta alla finale della “Eastern Conference” nel 1987.

Al suo arrivo a Detroit, Daly sa di avere a disposizione l’uomo giusto intorno al quale costruire, pezzo dopo pezzo, una squadra in grado di ambire al titolo, nella figura del carismatico playmaker Isiah Thomas, all’epoca appena ventiduenne, con a fianco due futuri pilastri della formazione vincente di fine decade, vale a dire l’ala piccola Vinnie Johnson ed il centro Bill Laimbeer.

Nei due anni successivi, pur mantenendo uno standard di rendimento analogo in “regular season“, la missione di Daly è quella di dare uno spirito di squadra ai suoi ragazzi, componente indispensabile se si vuole pensare di impensierire corazzate del calibro dei Lakers o dei Celtics, ed in questa ottica un valido contributo lo danno le scelte ai “Draft“, portando nel “roster” dei Pistons la guardia Joe Dumars – giocatore letale al tiro – nel 1985, sconosciuto ai più in quanto proveniente da McNeese State e scelto da Detroit al primo turno con la sua diciottesima opzione, nonché le ali forti John Salley e Dennis Rodman nel 1986, provenienti rispettivamente da Georgia Tech ed Oklahoma State.

Ora Daly, unitamente agli scambi che hanno portato a Detroit l’ala forte Rick Mahorn nel 1985 e l’ala piccola Adrian Dantley l’anno successivo, ha finalmente in mano il tipo di squadra che aveva in mente, con uno “starting five” (“quintetto iniziale“) geniale in Thomas, letale in Dumars e Dantley, aggressivo in Mahorn ed intimidatorio (qualora ve ne fosse bisogno) nel centro Bill Laimbeer, uno dei pochi bianchi all’epoca a farsi rispettare in tale ruolo (Boston e Los Angeles, ad esempio, potevano vantare nomi affermati quali Robert Parish e Jabbar), potendo altresì contare in ricambi di lusso quali Salley, Rodman e Vinnie Johnson.

Non sono molti a dare comunque credito ai Pistons, ma già in “regular seasonnel 1987 il record supera per la prima volta le 50 vittorie, attestandosi a 52-30, terzo migliore della “Eastern Conference” dopo i soliti Celtics con 59-23 e gli Atlanta Hawks con 57-25.

Ai playoff, dopo aver spazzato via con facilità i Washington Bullets per 3-0, i Pistons fanno vedere di che pasta son fatti eliminando Atlanta, forte del vantaggio del fattore campo, andando a vincere per ben due volte all'”Omni Coliseum” e chiudendo la serie sul 4-1 per poter sfidare i diabolici Celtics di Bird & Co. per la loro prima finale di “Conference” della storia.

La serie si dimostra equilibrata, con Boston e Detroit che mantengono il fattore campo nei primi quattro incontri e poi, nella quinta gara al “Boston Garden“, arriva quel che non ti saresti mai aspettato.

Con una partita magistrale, i Pistons tengono testa ai più famosi avversari sino a ritrovarsi, a 4″ dal termine, in vantaggio 106-105 e con la rimessa laterale a loro disposizione, basta gestire la palla ed il gioco è fatto, ma proprio il loro leader Isiah Thomas, incaricato di rimettere la palla, non si avvede della presenza di Bird che intercetta il passaggio, serve sotto canestro Denis Johnson per il +1 che significa 3-2 nella serie, ed anche se poi la stessa si conclude alla settima gara, l’impressione è che quell’errore sia stato l’episodio chiave che ha fatto pendere l’ago della bilancia in favore dei Celtics.

Ecco, se c’è una cosa che ancora mancava ai “Bad Boys” (come verranno chiamati per il loro gioco giudicato eccessivamente duro ed aggressivo) era proprio una sete di rivincita, che puntualmente scaricano nella stagione successiva, chiusa con un cammino di 54-28, a tre sole vittorie di distacco dai Celtics.

Nei playoff della costa Est, stavolta, l’ostacolo più insidioso è rappresentato dai Washington Bullets al primo turno, eliminati solo 3-2 ma con tre nette vittorie al “Pontiac Silverdome“, per poi avere nettamente ragione 4-1 dei Chicago Bulls in semifinale e prendersi l’attesa rivincita sui Celtics, sconfitti 4-2 grazie alla vittoria 102-96 all’over time in gara-5 al “Boston Garden“.

Finalmente, la tanto attesa finale è raggiunta, ma dopo Bird tocca sfidare anche “Magic“, l’amico fraterno di Isiah, ma sul parquet non c’è amicizia che tenga e, dopo cinque gare, i Pistons sono avanti 3-2, ma devono disputare gli ultimi due incontri al “Forum” di Inglewood, in California.

Ed ancora una volta è Thomas il protagonista, con i Pistons sotto 46-53 all’intervallo, si rende protagonista di un terzo periodo da incorniciare con 25 punti al suo attivo (11 su 13 al tiro) ed un parziale di 35-26 che ribalta il risultato sull’81-79 a favore dei “Bad Boys“, che si trovano ancora in vantaggio 102-99 ad un minuto dalla sirena.

Un minuto è un’eternità nel basket e se hai di fronte i Lakers sembra non finire mai, tanto più che Byron Scott si incarica di realizzare dalla lunga distanza per ridurre il distacco ad un sol punto e quindi due controversi tiri liberi di Jabbar a fronte del sesto fallo di Laimbeer sono sufficienti per dare la vittoria 103-102 ai Lakers che poi fanno loro il titolo nella settima e decisiva partita.

Ancora uno smacco per i Pistons, un qualcosa che dentro di loro deve essere vendicato al più presto e l’occasione gli si presenta l’anno seguente quando, dopo aver scambiato Adrian Dantley con Mark Aguirre ed aver chiuso con il miglior record assoluto di 63-19 la “regular season“, sono pronti per la nuova sfida con le “due J” Johnson e Jabbar, non avendo trovato difficoltà via via ad eliminare, nelle finali di “Conference“, i Celtics 3-0, i Bucks 4-0 ed i Bulls di Michael Jordan 4-2.

Stavolta il vantaggio del fattore campo è a favore dei Pistons e nella nuova “The Palace Arena” Thomas mette subito in chiaro le cose nei due primi incontri, vinti per 109-97 (24 punti e 9 assist per Isiah) e 108-105, grazie ad una eccellente prestazione al tiro di Mark Aguirre, autore di 33 punti.

La sfida ora si sposta in California, ma nel 1989 niente può fermare i Pistons che chiudono i conti sul 4-0 – curiosamente come i Philadelphia 76ers nell’unica altra occasione del decennio in cui il titolo non era andato ai Celtics o ai Lakers – espugnando il “Forum” per 114-110 in gara-3 dove stavolta sono Dumers e Rodman ad accaparrarsi la scena con, rispettivamente, 31 punti e ben 19 (!!!) rimbalzi, e chiudendo definitivamente i conti in gara-4 con un 105-97 che spegne le velleità dei Lakers, che pure avevano chiuso avanti di 12 il primo quarto, con ancora Joe Dumars sugli scudi con 23 punti.

Il sogno non era più tale e si era finalmente realizzato, ma per entrare nella storia occorreva un altro tassello, vale a dire imitare quello che avevano fatto i Lakers nel biennio 1987-1988, vale a dire il “repeat” o, come viene detto negli States, il “back to back”, in parole povere, rivincere il titolo, impresa per la quale, prima dei Lakers, bisogna risalire ai favolosi Celtics del biennio 1968-1969.

Obiettivo non facile da raggiungere, tanto più che il “rosterperde Rick Mahorn, trasferitosi ai Sixers, e Daly opta per una variazione in quintetto base, promuovendovi Rodman e dando più centimetri in attacco con il doppio centro formato oltre che da Laimbeer (m.2,11) anche da Edwards (m.2,13), e poi c’è sempre Aguirre a dare una mano, no?

Il cammino verso la finale passa attraverso ancora il miglior record di “Conference” 59-23, ma non assoluto, preceduti solo dai soliti Lakers con 63-19 ed i playoff registrano una clamorosa sorpresa ad Ovest, con Los Angeles eliminata 4-1 in semifinale dai Phoenix Suns di Jeff Hornacek e Kevin Johnson, a loro volta sconfitti nella finale di “Conference” dai Portland Trail Blazers, mentre il cammino dei Pistons è agevole nei primi due turni (3-0 e 4-1 contro Indiana e New York), ma estremamente complicato nella finale di “Conference” contro Michael Jordan & Co., superati 4-3 solo grazie al rispetto del fattore campo.

Manca, pertanto, l’attesa rivincita contro i Lakers, ma una finale è sempre una finale indipendentemente da chi siano gli avversari e, comunque, i Blazers – che hanno chiuso la “regular season” con lo stesso identico record di 59-23 dei Pistons – non sono certo da sottovalutare, potendo contare su di un fuoriclasse assoluto come Clyde “The GladeDrexler e due giocatori come Duckworth (m.2,13) e Buck Williams (m.2,03) in grado di dire la loro sotto canestro.

Con il vantaggio del fattore campo per aver vinto la loro “Division“, i Pistons, dopo aver vinto 105-99 gara-1 con un mostruoso Isiah Thomas autore di 33 punti, si fanno sorprendere nel secondo incontro casalingo, perdendo al supplementare 106-105 dove la parte del leone la fa stavolta Drexler, iscrivendo 33 punti a referto.

Con il vantaggio del fattore campo ribaltato, i Blazers si apprestano ad affrontare i Pistons nelle tre gare in Oregon, al “Memorial Coliseum“, sapendo di aver dalla loro un’occasione unica, ma non conviene mai fare arrabbiare i “cattivi ragazzi“, che si riprendono immediatamente il vantaggio del campo dominando gara-3 per un 121-106 che non ammette discussioni con un Dumars monumentale, autore di 33 punti, imitato da Thomas in gara-4, i cui 32 punti certificano il successo dei Pistons per 112-109 che si portano avanti 3-1 nella serie, vanificando i 34 scritti a referto da Drexler.

Un eventuale successo di Portland nel quinto incontro vorrebbe significare che Detroit avrebbe la possibilità di festeggiare il “back to back” davanti al proprio pubblico, ma non è certo questo lo spirito che Chuck Daly ha infuso ai suoi ragazzi in tutti questi anni di duro lavoro e quindi a Detroit si torna sì, ma solo per festeggiare, perché sul campo è il parquet di Portland a sancire il secondo titolo consecutivo dei Pistons, che piegano anche in gara-5 l’orgoglio dei Blazers, respingendo il loro estremo tentativo di allungare la serie trovandosi sul 90-83 in loro favore con poco più di 2′ da giocare, solo per vedersi superare da un parziale di 9-0 targato Vinnie “the Microwave” Johnson che ne realizza sette di proprio conto per il definitivo 92-90 ed il trionfo dei suoi colori.

Non c’è che dire, talvolta i sogni si realizzano per davvero.

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