CAROLE MERLE, REGINA DELLE NEVI E UN SOGNO INFRANTO

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Carole Merle in azione – da lequipe.fr

Se a Carole Merle fate tanto di ricordare Albertville 1992 e Deborah Compagnoni, beh, come minimo vi incenerisce con gli occhi e una smorfia di disappunto le indurisce il volto.

Mi spiego. La francese è da un quadriennio l’indiscussa dominatrice in supergigante, specialità controversa che da sempre galleggia tra velocità controllata e gigantismo occulto. Ha messo infatti in saccoccia ben quattro coppe di specialità, battendo l’una dopo l’altra Sigrid Wolf, Michaela Gerg, Petra Kronberger e la norvegese Merete Fjeldavlie, che nel corso degli anni hanno provato ad interromperne il regno. 21 gare in quattro anni ed 11 vittorie, oltre ad altri tre piazzamenti sul podio, la dicono lunga quanto Carole sia adatta alla specialità. Ma il giorno più importante della carriera, all’appuntamento con la gloria olimpica, nella sua gara preferita e sulle nevi di casa, quando è nettamente in testa davanti alla teutonica Katja Seizinger, ecco che l’inattesa campionessa valtellinese scende a valle coniugando perfettamente eleganza, efficacia e velocità e con altrettanto distacco abissale la sopravanza, negandole la gioia più grande.

Siamo partiti da uno smacco per raccontare nondimeno la carriera di un’atleta comunque tra le più accreditate a cavallo tra la seconda metà degli anni Ottanta e l’inizio del decennio anni Novanta. Merle nasce a Barcelonnette il 24 gennaio 1984, e che sia brava con gli sci ai piedi è evidente fin da giovanissima, denunciando un talento naturale nel condurre le curve. Neppure diciottenne è quattordicesima nel gigante di Chamonix in Coppa del Mondo, ed è proprio tra le porte larghe che si garantisce il primo podio in carriera, 23 gennaio 1983 a Saint Gervais les Bains, battuta dall’americana Tamara McKinney, che in quella stagione domina specialità e classifica generale, e dall’altra statunitense Christin Cooper.

Ma se quel piazzamento che pare far da preludio ad un radioso futuro in realtà è solo un exploit isolato, ripetuto solo in un’altra occasione, ovvero un anno dopo nella stessa gara e sullo stesso pendio, Merle denuncia qualche difetto di concentrazione e di tenuta nervosa, una costante nei primi anni di carriera, che ne limitano il potenziale. Di lei si parla sempre in prospettiva, sì è molto forte e scia bene, ma le manca sempre qualcosa per far tornare i conti. Anche perché puntualmente rimane ai margini nelle grandi competizioni, Olimpiadi e Mondiali, collezionando non più di un 11° posto in gigante ai Giochi di Sarajevo 1984, un 12° posto in supergigante e un 15° posto sempre in gigante alla kermesse iridata di Crans Montana 1987.

Come spesso avviene con chi ha talento ma fatica a spiccare il volo, ecco che ci vuole un momento di svolta. E per Carole quel giorno, anzi quella due giorni, è il 5 e il 6 gennaio 1988 a Tignes, quando prima è terza in gigante alle spalle di Schneider e Quittet, poi ventiquattro ore dopo batte Maria Walliser e Blanca Fernandez per ottenere il primo successo in Coppa del Mondo. Il ghiaccio infine è rotto, la classe si libera e anche se alle Olimpiadi di Calgary qualche settimana dopo la francese è solo dodicesima in discesa libera e supergigante e nona in gigante, la strada è tracciata e la parte migliore della sua vita agonistica ha inizio.

Mette in bacheca dalla stagione successiva, 1988/1989, ben ventidue vittorie in Coppa del Mondo, con dodici successi in supergigante e dieci in slalom gigante, specialità che la vede pure aggiudicarsi la coppetta proprio nel 1992, che è il suo anno d’oro e che con sette vittorie chiude al secondo posto in classifica generale, 1211 punti contro i 1262 di Petra Kronberger che gli soffia la sfera di cristallo, e nel 1993, che poi è l’ultima stagione ai vertici. Il 27 marzo 1993, sulle nevi svedesi di Are, batte in gigante Compagnoni e Wachter ed è l’ultimo trionfo, prima del commiato l’anno dopo con l’ottavo posto di Vail sempre in gigante.

Certo, nel frattempo ha colto l’argento in gigante ai Mondiali di Vail del 1989 e in supergigante due anni dopo a Saalbach, a Morioka nel 1993 sempre in gigante infine ha visto premiato il lungo inseguimento con l’oro a danno di Wachter e Martina Ertl… ma quel secondo posto di Albertville 1992 brucia. Tanto. Perché Compagnoni le ha sottratto il suo sogno olimpico.

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