MARIE-JOSE’ PEREC, LA GAZZELLA DELLA GUADALUPA

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Marie-José Perec ad Atlanta 1996 – da a-mag.co

articolo di Giovanni Manenti

Nella vita di ciascuno di noi, e degli atleti in particolare, c’è sempre un personaggio – sia esso un genitore, un parente, un amico, un tecnico, financo un giornalista – che assume un ruolo preponderante nello svolgimento della propria attività agonistica, ed a questa regola non sfugge neppure Marie-José Perec, velocista francese originaria della Guadalupa, una delle più grandi interpreti di ogni tempo della specialità del giro di pista, i tremendi 400 metri che lei doma provenendo dalla velocità pura, meravigliosa per la grazia e la potenza che sprigionano dalle sue lunghe ed armoniose gambe.

Nel caso della piccola Marie-José, questa figura è rappresentata dalla nonna materna Eléonor Nelson (la “Mémère“, come la chiama lei), che si incarica di crescerla assieme ai suoi due fratelli dopo che i genitori hanno divorziato e la madre se ne è andata a Parigi.

Mémère” riesce anche a farli studiare, nel mentre Marie-José cresce a dismisura, a 13 anni è già alta m.1,75 (che poi diverranno 1,79 per 60kg.), circostanza che la rende inizialmente sgraziata nei movimenti, tanto da essere ironicamente soprannominata “canna da zucchero” dai compagni per quel suo camminare ondeggiante, ma a venirle incontro è la sua insegnante di liceo, il cui marito è istruttore di atletica, indirizzandola verso quella disciplina che la rende universalmente famosa.

I primi positivi risultati – a 16 anni corre già i 200 metri in 24″12 (!!!) – la inducono a trasferirsi a Parigi dalla madre, ma il clima europeo, troppo freddo e piovoso, non le si confà e Marie-José decide di tornarsene dalla sua amatissima “Mémère” a Basse-Terre, in Guadalupa, solo per ricevere i rimproveri della nonna che non ci pesa due volte a rispedirla in Francia, convincendola del fatto che non può sprecare un così elevato talento che madre natura le ha fornito.

E, grazie all’anziana parente, la Perec, ancorché di carattere ribelle e poco incline alla disciplina ed agli allenamenti (atteggiamento tipico di chi sa di possedere doti non comuni) si dedica all’atletica sotto la paziente guida di Jacques Piasenta che la ospita nel Centro Federale di Creteil, vicino a Parigi, fucina di campioni e dal quale dalla ragazzina allampanata e svogliata esce una campionessa a tutto tondo che nel 1991, a 23 anni, suggella la sua prima stagione d’oro migliorando i record nazionali sia sui 100 (10″96) che sui 200 (22″26) che le danno quella velocità di base necessaria per conquistare il primo alloro in una grande manifestazione, vale a dire i Mondiali di Tokyo 1991, dove precede in 49″13 la tedesca Gritt Breur, campionessa europea in carica a Spalato 1990, dove la Perec si era classificata terza.

Pur se amante della velocità, il programma olimpico e mondiale non le consente di unire al “giro della morte” anche i 200 metri ed alla sua prima esperienza ai Giochi di Barcellona 1992 fornisce una prestazione incantevole, facendo suoi i 400 metri con il tempo di 48″83 – curiosamente identico al centesimo al limite con cui l’americana Valerie Brisco aveva stabilito il record olimpico a Los Angeles 1984, poi migliorato dalla superba sovietica Olga Bryzhina con 48″65 a Seul 1988 – precedendo la stessa Bryzhina, argento in 49″05.

Chissà se proprio il fatto di aver eguagliato il tempo dell’americana abbia fatto scattare nella mente della Perec l’idea di cercare di emularne l’impresa di conquistare l’oro sulle due distanze 200/400 alla medesima riuscita a Los Angeles 1984 con tempi di assoluto rispetto (oltre al citato 48″83 ferma i cronometri sul 21″81 sui 200), ma inficiati dall’assenza delle atlete del “blocco sovietico“, fatto sta che inizia ad accarezzare tale pensiero in vista della successiva edizione di Atlanta 1996.

Nel frattempo, però, la statuaria bellezza di Marie-José fa colpo anche fuori dagli stadi e dai campi di atletica, entrando nel campo della moda, sfila per Paco Rabanne, posa per le riviste specializzate, partecipa a show televisivi e perde l’anno 1993, sfruttando detto periodo per imparare l’inglese e potersi così trasferire negli Stati Uniti, dove già abita la sorella maggiore Catherine, e poter entrare a far parte del prestigioso team di John Smith, tecnico di valore che sforna talenti alla famosa UCLA, l’Università di Los Angeles.

Marie-José è oramai una star, firma contratti multimilionari (in dollari) con la Pepsi e la Reebok, ma, per il momento, la sua prima passione è ancora l’atletica, aggiungendo al proprio palmerés i titoli europei sui 400 metri e la staffetta 4×400 ai Campionati di Helsinki 1994, nonché il suo secondo oro mondiale a Goteborg 1995, precedendo in 49″25 la bahamense Pauline Davis.

Tutto è pronto per la grande recita di Atlanta, favorita anche dall’identico tentativo (poi riuscito) di doppiare 200 e 400 da parte dell’atleta di casa Michael Johnson, circostanza che impone una variazione nel programma olimpico che, parallelamente al calendario maschile, prevede batterie, quarti, semifinale e finale dei 400 scaglionate in quattro giorni dal 26 al 29 luglio, con un successivo giorno di riposo, per poi affrontare il 31 luglio batterie e quarti dei 200 ed il giorno dopo semifinali e finale.

Un programma, in ogni caso, impegnativo che la Perec – “tirata a lucido” da John Smith – affronta con cura, risparmiandosi nei turni iniziali dei 400 per poi essere l’unica a scendere sotto i 50″ netti vincendo la seconda semifinale il 49″19, davanti alla nigeriana Ogunkoya ed alla bahamense Davis (49″57 e 49″85 rispettivamente) mentre la prima è appannaggio dell’australiana Cathy Freeman in un tranquillo 50″32.

Il tardo pomeriggio del 29 luglio, il pubblico presente attende l’esibizione di Michael Johnson, ma, nel frattempo può godersi un ghiotto antipasto, con la Perec che, schierata in terza corsia, vede la Freeman, cui è assegnata la quarta, scattare in testa allo sparo dello starter e mantenerla sino all’entrata nella seconda curva, dove viene affiancata dalla francese che la supera all’ingresso del rettilineo finale andando a vincere nel nuovo (e sinora insuperato) record olimpico di 48″25 (tutt’ora terza prestazione mondiale “all time” dietro ai dubbi crono di 47″60 della tedesca est Marita Koch e di 47″99 della cecoslovacca Jarmila Kratoshvilova), con la Freeman che “tienechiudendo in un eccellente 48″63 davanti alla nigeriana Ogunkoya (bronzo in 49″10), relegando ai margini del podio la bahamense Davis che, con 49″28, sarebbe andata a medaglia in ogni altra precedente edizione dei Giochi.

Due giorni dopo, nelle prime serie dei 200 metri, la Perec ottiene in scioltezza il miglior tempo, correndo il suo quarto di finale in 22″24, apprestandosi a sfidare in semifinale l’agguerrita concorrenza portata dal trio americano (orfano della Torrence, solo quarta ai “Trials“) composto dalla Inger Miller, Carlette Guidry e Dannette Young, oltre che dalla nigeriana Mary Onyali e dalle giamaicane Juliet Cuthbert e, soprattutto, Merlene Ottey, desiderosa di riscattarsi dalla beffa subita dalla Devers sui 100 metri.

Analogamente a quanto vissuto sui 400 metri, anche l’1 agosto 1996 la prova femminile precede quella maschile – dove Johnson farà registrare in finale lo straordinario record mondiale di 19″32 – e le due semifinali chiariscono quali siano le più accreditate pretendenti all’oro con la Perec che si aggiudica la prima serie in 22″07 davanti alla Onyali (22″16), mentre la Ottey domina la seconda in 22″08 (ancora 1/100 a separarla da una qualsiasi rivale).

Esattamente due ore dopo, le ragazze si schierano ai blocchi di partenza della finale, che vede la Perec favorita dall’assegnazione delle corsie, correndo in terza (come sui 400), mentre la Onyali è in quarta e la Ottey in quinta, splendidi punti di riferimento per la francese, che allo sparo vede scappar via la Ottey che non vuole lasciarsi scappare l’occasione, data anche la citata assenza della Torrence, e si presenta in vantaggio all’entrata in rettilineo, un vantaggio che sembra incrementare sino ai 170 metri per poi piantarsi e subire l’imperioso ritorno di Marie-José che, abituata dai 400 metri a distribuire meglio le forze, la raggiunge a 15 metri dall’arrivo per andare a cogliere il secondo oro in 22″12, con la Ottey che in 22″24 colleziona il suo sesto piazzamento olimpico sino ad allora (2 argenti ad Atlanta, uniti al bronzo di Mosca 1980, i due terzi posti di Los Angeles 1984 ed il quarto bronzo a Barcellona 1992) e la nigeriana Onyali che ottiene il bronzo in 22″38.

Marie-José è leggenda, ma ora anche il suo gran fisico comincia a risentire dell’usura dei tanti impegni – anche extra sportivi – ai quali la francese lo ha costretto, ed emergono acciacchi di varia natura uniti al “morbo di Epstein-Barr“, una forma virale che le procura spossatezza, ma ciò nonostante intende concedere alla Freeman, nel frattempo campionessa mondiale nel 1997 e nel 1999, la rivincita all’edizione australiana dei Giochi di Sydney 2000.

I risultati cronometrici del periodo che precede i Giochi non sono però confortanti e Marie-José, consapevole di non aver chances di vittoria, sceglie il modo peggiore per chiudere la carriera, inventandosi minacce e tentativi di carpire i suoi metodi di allenamento da parte dei tecnici australiani e, a due giorni prima della disputa delle batterie dei 400, prende l’aereo e se ne torna in America, accompagnata all’aeroporto dal suo “boyfriend“, il quattrocentista Usa Anthony Maybank.

La Freeman vince l’oro e Marie-José abbandona definitivamente le scene non solo atletiche, ma anche le luci della ribalta, facendo ritorno nella natia Guadalupa e rifugiandosi dall’unica persona che sa capirla e consolarla, la “Mémère“, al secolo nonna Eléonor, ritrovando pace e serenità rispetto ad un mondo che ha sì dominato in pista, ma forse “troppo grande per lei” al di fuori.

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