VUELTA 1987, LA PRIMA VOLTA DELLA COLOMBIA CON LUCHO HERRERA

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Lucho Herrera sul podio – da vavel.com

Sono gli anni in cui, ancora, la Vuelta apre la stagione delle grandi corse a tappe, disputandosi a primavera, qualche giorno dopo che sono andate in archivio le classiche del nord, e qualche ora prima l’inizio del Giro d’Italia. E chi la vince veste una sgargiante maglia amarillo.

Per il 1987 i disegnatori hanno tracciato un profilo che si rivelerà tra i più impegnativi della storia, un prologo e ventidue tappe tra Benidorm, il 23 aprile, e la passarella finale di Madrid, 15 maggio, 3.992 chilometri senza neanche il conforto di un giorno di riposo. Sono iscritte al via 18 squadre per 180 corridori, ed alcuni campioni di fama consolidata sono attesi alla battaglia.

C’è il detentore dl titolo, Alvaro Pino, che ha totale attitudine allo sforzo in montagna ed è ben deciso a concedere il bis; l’altro iberico di grido, Pedro Delgado, che trionfò nel 1985 e guida l’olandese PDM; l’irlandese Sean Kelly, re delle corse in linea ma già terzo dodici mesi addietro e che gli addetti ai lavori eleggono a principale favorito della corsa; il transalpino Laurent Fignon, alla ricerca dell’ispirazione perduta dopo le due perle al Tour del 1983 e del 1984; il tedesco Reimund Dietzen, un carneade per le strade d’Europa ma che in Spagna si trasforma tanto da aver collezionato negli ultimi tre anni un terzo, un settimo e un quarto posto; un manipolo di spagnoli d’assalto, capeggiati dall’inossidabile Marino Lejarreta, 30 anni, che vinse nel 1982 e fu secondo nel 1983, Laudelino Cubino e Anselmo Fuerte che rappresentano il nuovo che avanza e sosterranno Pino in maglia Bh-Sport nel suo sogno di doppietta, Vicente Belda che vuol scrollarsi di dosso l’etichetta di eterno piazzato. E poi… e poi c’è Lucho Herrera, camoscio colombiano che spiana le salite e pare adattissimo all’edizione 1987, che di chilometri all’insù ne ha proprio tanti in programma, seppur qualche giorno prima della partenza sia stato debilitato dall’influenza. Saprà comunque approfittarne, alla grande.

La vigilia un terremoto si abbatte sulla corsa: Alvaro Pino, afflitto da una tendinite, dichiara forfait lasciando con un palmo di naso organizzatori e tifosi e liberando i due scudieri Cubino e Fuerte, nonché Federico Echave, da obblighi di gregariato. La stessa Fagor è costretta a rinunciare ad atleti del calibro di Pedro Munoz ed Eric Caritoux, che sorprese tutti nel 1984, dirottati sulla Corsa rosa, e così si comincia con il belga Jean-Luc Vandenbroucke, specialista delle cronometro, che si impone nel prologo e veste la prima casacca di leader, lasciando Kelly a 6 secondi, Fignon a 28, Delgado a 32 ed Herrera a 35.

L’irlandese è il più in forma nelle prime tappe, e con il successo ad Albacete, il secondo posto di Valencia battuto allo sprint da Paolo Rosola, e la netta affermazione nella cronometro di 34,8 chilometri con partenza ed arrivo allo Stadio Mestalla conquista il primato, battendo Blanco-Villar e sopravanzando in classifica, a sera, Dietzen di 33 secondi, Fignon di 1 minuti 36 secondi, Delgadi di 1 minuti 51 secondi ed Herrera di 2 minuti 36 secondi.

Due giorni dopo, tra Salou e Barcellona, il veneto Roberto Pagnin, che già a Valencia si era vestito di giallo grazie agli abbuoni per poi venir scavalcato da Kelly dopo la prova contro le lancette, ha via libera dal gruppo, si sciroppa 150 chilometri di fuga con il francese Abadie, lo batte in volata e di nuovo veste le insegne del primato. Ma è gloria di breve durata. Ventiquattro ore dopo è previsto il primo arrivo in quota, ai 2.110 metri di Andorra, e i colombiani danno fuoco alle polveri. Jimenez e Cardenas preparano il terreno per l’attacco di Herrera, che stacca gli altri favoriti e alle spalle del vincitore, Jesus Ibanez Loyo, e di Belda, guadagna terreno prezioso in classifica, risalendo in ottava posizione. Nel frattempo Pagnin, che scalatore non è, rimbalza indietro e Kelly torna in vetta alla graduatoria.

Neanche il tempo di recuperare le energie, che si arriva di nuovo in altura, ai 1.900 metri di Cerler. Il volto della classifica cambia nuovamente, Herrera ancora una volta è il più abile in salita e se Cubino fa sua la vittoria parziale, il colombiano, accompagnato da Belda, lascia Delgado a Dietzen a trenta secondi, con Kelly che accusa poco meno di due minuti di ritardo e si vede costretto a cedere la maglia di capoclassifica, per l’inezia di due secondi, proprio al tedesco della Teka. La leadership di Dietzen non viene messa in pericolo dalle vittorie in successione di tre spagnoli, Gaston, Esparza e Aja, nelle tappe interlocutorie di Saragozza, Pamplona e Alto Campoo.

Siamo a metà percorso, ma è già l’ora della resa dei conti nel classico arrivo ai Laghi di Covadonga, nelle Asturie. Lucho Herrara ha scelto questa ascesa hors categorie per portare un deciso attacco al primato, e non fallisce l’appuntamento. Non appena la strada si impenna sotto le ruote, il colombiano attacca e frantuma il gruppo dei migliori. Solo Belda, Vargas e Kelly riescono a contenere il passivo dallo scatenato capitano della Cafè de Colombia, che vince con 1 minuto 28 secondi di vantaggio e conquista la maglia amarillo. Dietzen accusa 1 minuto 39 secondi di ritardo, mentre il margine di Delgado e Fignon è superiore ai 3 minuti e di fatto i due campioni escono dalla lotta per la vittoria finale, così come Gorospe, attardato di ben 5 minuti. Che a questo punto è riservata ad Herrera, Kelly che è secondo a 39 secondi e Dietzen che insegue a 50 secondi.

Le tappe che seguono non hanno un profilo altimetrico che possa mutare volto alla classifica generale, stuzzicano semmai l’appetito dei cacciatori di tappe che hanno terreno adatto per colpi di mano da lontano. Carlos Hernandez, Carlos Gutierrez, Juan Fernandez, Antonio Esparza, Dominique Arnaud e Roberto Pagnin, che a Vallodolid bissa il successo di Barcellona, approfittano della non belligeranza dei favoriti per entrare nell’albo d’oro della corsa, mentre si segnala il ritiro del campione del mondo Moreno Argentin, la cui presenza è stata impalpabile lungo tutto l’arco della competizione, e Laurent Fignon, che denuncia invece spirito battagliero, racimola secondi che gli consentono di tornare a ridosso dei migliori.

Ma il bello deve ancora venire. L’11 maggio, a Vallodolid, una cronometro di 24 chilometri vinta da Blanco-Villar con 11 secondi su Kelly consente all’irlandese di riguadagnare il comando della corsa, con Herrera che si difende e rimane in corsa a 42 secondi, così come Dietzen a 52 secondi, mentre Fignon e Delgado, al pari di Belda e Vargas, perdono ancora terreno e vedono ormai le loro illusioni di successo finale ridotte al lumicino. In attesa delle tre ultime, decisive frazioni di montagna.

Ad Avila, nel giorno della rinascita di Fignon che vince la tappa e torna in corsa per il podio, Kelly è costretto all’abbandono per un problema di emorroidi, e la storia della Vuelta conosce il suo momento culminante. Herrera, che chiude alle spalle del “professore“, riveste la maglia amarillo e stavolta, con un vantaggio confortante su Dietzen, vede prossimo il traguardo finale di Madrid. Fignon, a sua volta terzo, deve respingere l’attacco di Delgado che cerca di buttarlo giù dal podio, ma le frazioni che si concludono a Segovia e a Collado Villaba, oltre a certificare la competitività del ciclismo colombiano che si impone con Omar Hernandez e Pacho Rodriguez, consegnano a Lucho Herrera il trionfo finale.

Lo scalatore di Fusagasuga, classe 1961, vince con 1 minuto 4 secondi di vantaggio su Dietzen e 3 minuti 13 secondi su Fignon, salendo sul gradino più alto del podio, primo colombiano a riuscire nell’impresa. Come lui, molti anni dopo, solo Nairo Quintana. Ma questa è storia di oggi.

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