IL DREAM TEAM AZZURRO DEL VOLLEY E L’ORO SFUMATO AD ATLANTA

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Una fase della finale Olanda-Italia – da overtheblock.it

articolo di Giovanni Manenti

Dopo essere stata sino ad inizio anni ’80 patrimonio esclusivo delle nazioni dell’est Europa – con la sola eccezione della vittoria del Giappone alle Olimpiadi di Monaco 1972 – la pallavolo maschile vive per un quadriennio l’inatteso dominio degli Stati Uniti che, oltre a conquistare l’oro ai Giochi californiani del 1984 in una edizione peraltro mutilata dal boicottaggio del blocco orientale, si affermano anche ai Mondiali 1986 di Parigi, prima squadra occidentale ad ottenere un tale successo dopo che nelle precedenti 10 edizioni si erano registrate sei affermazioni dell’Urss, due della Cecoslovacchia ed una ciascuna per Germania Est e Polonia, confermandosi poi sul gradino più alto del podio alla rassegna coreana di Seul 1988 sempre sconfiggendo in finale i rivali storici dell’Unione Sovietica.

Concluso tale periodo d’oro a stelle e strisce, altre realtà si affacciano sul panorama pallavolistico mondiale ad insidiare la leadership dell’Unione Sovietica ed esse sono costituite, oltre oceano, da Brasile e Cuba, mentre nel Vecchio Continente emergono l’Olanda e, soprattutto, una Nazionale italiana che, sino ad allora, aveva potuto festeggiare – oltre ad un poco significativo terzo posto alla prima edizione degli Europei svoltisi a Torino nel 1948 – un clamoroso argento mondiale a Roma 1978 ed il bronzo olimpico di Los Angeles 1984, peraltro inficiato dal più volte citato contro boicottaggio.

Reduce da quattro scudetti consecutivi vinti a Modena, la guida tecnica della Nazionale viene affidata al tecnico argentino Julio Velasco, il quale esordisce nel migliore dei modi, conquistando a Stoccolma 1989 il primo titolo europeo del team azzurro, incappando in un solo passaggio a vuoto nell’ultima ed altresì ininfluente gara del girone di qualificazione (sconfitta 2-3 dalla Francia) e poi, dopo aver superato nettamente per 3-0 l’Olanda in semifinale, sconfiggendo in finale per 3-1 (parziali 14-16, 15-7, 15-13 e 15-7) i padroni di casa svedesi che avevano sorprendentemente eliminato l’Urss che così scendeva dal trono europeo dopo ben otto successi consecutivi (!!!).

Velasco, come già aveva fatto Carmelo Pittera in occasione dei Mondiali di Roma 1978, si affida al nucleo della sua Panini Modena composto da Lorenzo “Lolo” Bernardi, Luca “Bazooka” Cantagalli ed Andrea Lucchetta, lasciando però fuori il palleggiatore Fabio Vullo per far posto a “Paolino” Tofoli del Petrarca Padova ed impostando un sestetto base composto dal citato Tofoli in regia, Andrea Zorzi opposto, Andrea Gardini e Lucchetta centrali, con Cantagalli e Bernardi schiacciatori ricevitori.

Ma la chiave del successo azzurro va ricercata nella forza del collettivo, con Marco Bracci pronto a rilevare alla bisogna “Lolo” Bernardi, ed i sempre utili Andrea Anastasi, “Fefè” De Giorgi e Roberto Masciarelli a dare respiro ai compagni in seconda linea, per un successo che, l’anno seguente, ai Campionati Mondiali svoltisi in Brasile, diventa universale con l’Italia che riesce nell’impresa di superare, in un “Maracanazinho” pieno sino all’inverosimile e con una “torcida” verdeoro assordante, i padroni di casa brasiliani per 3-2 in semifinale al termine di un match esaltante (parziali di 6-15, 15-9, 15-8, 8-15, 15-13) che dopo quattro set in cui ognuna delle due squadre aveva agevolmente disposto per due set a testa dell’avversaria, vede giocarsi il tie-break decisivo punto a punto risolto da una schiacciata vincente di Lucchetta, e poi fare altrettanto con Cuba in finale, riscattando la sconfitta per 0-3 subita nel girone eliminatorio e divenendo per la prima volta campione mondiale con la schiacciata decisiva di “Lolo” Bernardi per il 3-1 (12-15, 15-11, 15-6, 16-14) che non consente repliche a Despaigne & Co.

E così, dopo essersi arresi per 0-3 in finale all’Unione Sovietica ai campionati Europei di Germania 1991 – edizione in cui l’Urss perde un solo set nei sette incontri disputati (!!!) – Velasco e la sua generazione di fenomeni puntano forte all’oro olimpico a Barcellona 1992 dove, però, dopo aver vinto il proprio girone con quattro vittorie ed una sconfitta (1-3 contro gli Usa), vengono inaspettatamente superati nei quarti incrociati da un’Olanda che, nell’altro raggruppamento, aveva subito pesanti sconfitte da Cuba (1-3), Brasile (0-3) e CSI (ex Urss, 1-3).

E’ un match dall’andamento molto strano e che poi risulterà altresì storico come vedremo, il quarto contro gli “Orange“, che vede gli azzurri, dopo aver perso il primo set 9-15, vincere agevolmente il secondo ed il terzo per 15-12 e 15-8 salvo poi crollare inaspettatamente per 2-15 al quarto ed essere l’ultima squadra a scontare l’assurdità di venire sconfitta per 16-17 al tie-break del quinto set, una mostruosità regolamentare che da lì in poi sarà variata, prevedendo uno scarto minimo di due punti per aggiudicarsi il set, nell’epoca del “Rally Point System“.

Ma tant’è, e mentre il Brasile va al primo oro olimpico della sua storia superando in finale 3-0 proprio i “tulipani“, che da questa edizione dei Giochi acquisiscono fiducia ed autostima, Velasco ed i suoi si leccano le ferite e meditano la rivincita, che puntualmente si materializza sia agli Europei 1993 in Finlandia (Olanda sconfitta in finale per 3-2 al termine di un match mozzafiato con parziali di 15-6, 15-5, 13-15, 8-15, 15-9) che a quelli di Grecia 1995 (stavolta la finale è ancora più tirata, come dimostrano i parziali di 13-15, 15-10, 11-15, 15-12, 15-11 a favore degli azzurri), confermandosi poi l’Italia campione del mondo ad Atene 1994 superando ancora gli olandesi in finale, stavolta più nettamente per 3-1, con parziali di 15-10, 11-15, 15-11 ed un umiliante 15-1 nella quarta frazione.

Tre titoli europei e due mondiali in 7 anni, con in più un argento europeo e cinque “World League” all’attivo ed il solo passaggio a vuoto di Barcellona 1992, rappresentano un eccellente biglietto da visita per considerare i “12 uomini d’oroazzurri i legittimi favoriti per colmare l’anello mancante, vale a dire la conquista dell’oro olimpico ai Giochi di Atlanta 1996, ai quali Velasco si presenta con una formazione che, del gruppo storico,  mantiene in rosa Bernardi, Bracci, Cantagalli, Gardini, Giani, Tofoli e Zorzi, con l’aggiunta di Samuele Papi, Pasquale Gravina, Andrea Sartoretti, lo sfortunato Vigor Bovolenta (preferito a Claudio Galli) ed il palleggiatore Marco Meoni che relega Tofoli al ruolo di riserva nel ruolo.

L’Italia è inserita nel girone B assieme alle migliori europee Olanda, Russia e Jugoslavia, mentre l’altro raggruppamento comprende Stati Uniti, Cuba e Brasile; gli azzurri hanno un inizio a dir poco straripante, aggiudicandosi tutti e cinque gli incontri del girone (composto anche da Corea del Sud e Tunisia) per 3-0, con pesanti parziali, tra cui il 15-8, 15-8, 15-13 rifilato all’Olanda, e qualificandosi per i quarti contro la quarta del gruppo oltreoceano, vale a dire l’Argentina, che ha clamorosamente escluso gli Stati Uniti.

I “Velasco Boysperdono inaspettatamente il primo set della gara e dell’intero torneo per 12-15, salvo poi riscattarsi ampiamente “asfaltandoi sudamericani per 3-1 con parziali inequivocabili di 15-9, 15-7 e 15-4 e qualificandosi così per la semifinale contro l’emergente Jugoslavia che, a sorpresa, ha eliminato per 3-2 i campioni in carica del Brasile, per un torneo olimpico divenuto un campionato europeo, dato che la seconda semifinale vede opposte Russia ed Olanda.

La Jugoslavia dei fratelli Nikola e Vladimir Grbic non rappresenta un ostacolo insormontabile per gli azzurri, che si aggiudicano l’incontro con sufficiente facilità per 3-1 (parziali 15-12, 8-15, 15-6 e 15-7) e possono così prepararsi ad affrontare per la quarta volta in altrettanti anni in una finale l’Olanda, che ha liquidato con imbarazzante facilità la Russia per 3-0 (15-6, 15-6, 15-10).

La nazionale “orange” di coach Joop Alberda è ben conosciuta dagli azzurri, non solo per i citati ripetuti confronti intercorsi, ma anche per il fatto che i suoi migliori esponenti, dal palleggiatore di 205cm. Peter Blangé (Parma), al centrale Bas van der Goor (Modena) ed agli schiacciatori Guido Gortzen (Montichiari) e Ron Zwerver (Treviso), giocano nel nostro campionato di Serie A1, circostanza che accresce la rivalità tra le due compagini.

La finale va in scena il 4 agosto 1996 all’Omni Coliseum di Atlanta e gli oltre 16.000 spettatori che gremiscono le tribune hanno la possibilità di assistere ad una gara che non ha riscontri nella storia del volley mondiale, con gli azzurri, per il cui sestetto Velasco preferisce dar fiducia al più esperto Tofoli in luogo di Meoni nel ruolo di palleggiatore, che replicano due volte per 15-9 nel secondo e quarto set ai parziali di 15-12 e 16-14 del primo e terzo set in favore degli “arancioni“, con la medaglia d’oro che si decide pertanto al tie-break del quinto ed ultimo set, ed avrà la meglio chi sarà più fresco di muscoli e più lucido di testa.

Ancora un tie-break, l’ennesimo contro l’Olanda, dopo quello fatale ai quarti di Barcellona 1992 e le due finali europee viceversa vinte dagli azzurri, che cercano nell’ultima giornata dei Giochi la classica “ciliegina sulla torta” per chiudere in bellezza un’Olimpiade comunque positiva per l’Italia, con sinora 34 medaglie di cui 13 d’oro, in una gara attesa da milioni di spettatori che hanno oramai adottato Velasco ed i suoi magnifici ragazzi e che viene trasmessa nel “Bel Paese” all’ora di cena.

L’Olanda appare all’atto conclusivo più lucida in attacco, potendo contare su di un Blangé ispirato come non mai, ma l’Italia regge bene a muro con un Gardini monumentale e cambia campo sul punteggio di 8-7 in suo favore, per poi lottare punto a punto sino al 12 pari.

Gli “orange” si portano per primi a quota 14, ma una “veloce“di Bovolenta ed un muro di Giani su attacco di van der Goor danno all’Italia il match pont sul 15-14 e conseguente richiesta di time out da parte di Alberda, al fine sia di spezzare il ritmo agli azzurri che di organizzare una difesa adeguata ed un successivo attacco sulla battuta italiana, con Blangé che, con ogni probabilità, proverà ad innescare l’arma letale van der Goor.

Il piano di Velasco si basa sul murare con Gardini, raddoppiato da Giani, il prevedibile “primo tempo” di van der Goor, ma, alla ripresa del gioco, il lungo centrale “pel di carota” cambia posizione, andando a schiacciare in “zona uno” senza una valida opposizione, ben servito dal proprio palleggiatore per il nuovo pari a quota 15.

Non vi sarebbe nulla di compromesso se non per il fatto che gli azzurri, forse storditi da quella mossa nuova ed imprevista (mai nel corso della gara van der Goor aveva schiacciato da quella posizione), si smarriscono commettendo due banali errori di ricezione che consegnano all’Olanda il suo primo – e sinora unico – oro olimpico, medaglia che a tutt’oggi resta una maledizione per l’Italia, due volte in futuro sconfitta in finale, e sempre dal Brasile, ad Atene 2004 e a Rio quest’anno.

E, mentre gli olandesi, giustamente, celebrano la vittoria e gli azzurri non riescono a nascondere la cocente delusione per aver perso un match dove hanno pure totalizzato più punti (71-66) degli avversari – ma nel volley, come nel tennis, contano i set, non i punti –, risuona quanto mai amara l’eco di una delle frasi celebri pronunciate proprio da Velasco e che recita: “chi vince festeggia, chi perde spiega“.

Già, ma “vaglielo a spiegare“…

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