MICHAEL JOHNSON, L’UOMO CHE HA ANTICIPATO L’ERA BOLT

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Michael Johnson sui 200 metri ad Atlanta 1996 – da insidethegames.biz

articolo di Giovanni Manenti

In atletica leggera le corse piane si distinguono tra velocità pura (100 e 200 metri), mezzofondo veloce (800 e 1500), mezzofondo prolungato (5.000 e 10.000) e fondo, inteso come la maratona.

Come avrete notato, manca una specialità, vale a dire i 400 metri, il così detto “giro della morte“, in cui doti di velocità e resistenza si accomunano ed è altresì fondamentale una corretta distribuzione delle forze, onde evitare che l’acido lattico accumulato nei muscoli ti blocchi sul rettilineo finale dove, come viene spesso ricordato dai tecnici, a vincere non è tanto colui che riesce a sprintare meglio, bensì chi rallenta meno.

E’ questa, fondamentalmente, la ragione per cui, nel corso dei decenni, i 400 metri sono quasi sempre stati disputati da specialisti puri, poiché coloro che disputavano i 200 erano velocisti per lo più provenienti dai 100 (non per altro la doppietta 100/200 si è verificata in ben sette occasioni prima dei Giochi di Atlanta 1996), mentre solo un atleta dal fisico imponente e con una resistenza fuori dal comune come “El CaballoAlberto Juantorena, poteva permettersi di affrontare – nonché di vincere!!! – 400 ed 800 metri ai Giochi di Montreal 1976.

C’era stato, in effetti, un americano che avrebbe potuto cimentarsi nel tentare l’accoppiata 200/400 metri ai Giochi olimpici, vale a dire Tommie “Jet” Smith, che partecipa all’edizione di Città del Messico 1968 iscritto solo sulla distanza più breve, nonostante che nel maggio 1967 avesse stabilito il limite mondiale sui 400 in 44″50, ma la sua successiva clamorosa protesta in favore del “Black Power” gli impedisce future apparizioni con la Nazionale degli Stati Uniti.

Ecco, però, che ad Atlanta 1996, un simile tentativo di doppiare 200 e 400 metri viene posto in atto da un altro atleta statunitense, tal Michael Johnson, ventinovenne texano di Dallas, che già si è messo in luce a livello internazionale e che intende contrapporsi al mito di Carl Lewis, sul quale avanza dubbi circa l’uso di sostanze proibite e del quale non sopporta la popolarità mediatica a lui riservata.

Simpatia che è cordialmente ricambiata dal “figlio del vento“, il quale, a proposito del connazionale si esprime con un “non lo conosce nessuno, non ha personalità, lo sport è anche occupare, nella vita, molto di più di una corsia…!!!“.

Parole forti, specie se rivolte ad uno che è già stato capace di correre per 23 volte i 200 sotto i 20″ netti ed in altre 22 occasioni i 400 sotto i 44″ pur se va dato atto che, rispetto alla bellezza della falcata regale di Lewis, non sono pochi a storcere il naso nel vedere l’insolito incedere di Johnson, passo corto e rapido, busto eretto da soldatino impettito, ma estremamente efficace.

Occorre pertanto a Johnson, per mettere a tacere i suoi detrattori, compiere un’impresa straordinaria che possa passare alla storia, così che il suo nome possa restare scritto ad imperitura memoria nel “mito di Olimpia“, nei cui confronti ha oltretutto un conto da saldare per l’infezione alimentare che lo aveva messo fuori causa in semifinale sui 200 ai Giochi di Barcellona, dopo aver vinto i Trials in 19″79 ed essersi laureato, l’anno prima, campione del mondo a Tokyo in 20″01.

Nel quadriennio che separa le due edizioni dei Giochi a cinque cerchi, Johnson ha l’occasione di verificare la fattibilità di una tale impresa ai Mondiali di Stoccarda 1993, dove si aggiudica i 400 in 43″65 davanti al connazionale e primatista del mondo Harry “Butch” Reynolds e staffetta 4×400, lasciando campo libero al suo eterno rivale, Frankie Fredericks, sulla più breve distanza, che il namibiano si aggiudica in un eccellente crono di 19″85, record dei campionati.

Il programma della manifestazione, però, rende quasi impossibile una tale evenienza, dato che a Stoccarda i 400 prevedono le semifinali il 16 agosto e la finale il 17 pomeriggio, mentre già al mattino si devono correre le batterie dei 200 metri e Primo Nebiolo, Presidente della IAAF e sempre molto sensibile nel venire incontro agli atleti che, con le loro prestazioni, danno prestigio e lustro alla disciplina, modifica il calendario già per la successiva edizione di Goteborg 1995, dove è concesso un giorno di riposo tra semifinali (7 agosto) e finale (9 agosto) dei 400 metri, con le batterie dei 200 che hanno inizio la mattina successiva.

E Johnson non si fa sfuggire l’occasione per fare le prove generali di Atlanta, trionfando sui 400 in 43″39, nuovo record dei campionati a soli 10/100 dal 43″29 di Reynolds a Zurigo 1988 che ancora lo perseguita, e bissando poi sui 200 metri la sera dell’11 agosto, corsi in un eccellente 19″79 lasciando a debita distanza, manco a dirlo, l’eterno secondo Frankie Fredericks.

Il piano è pronto, ma per poterlo mettere in pratica occorre superare lo scoglio degli “Olympic Trials” che, come in occasione delle Olimpiadi californiane di Los Angeles 1984, si svolgono sulla stessa pista di Atlanta che, di lì ad un mese, ospiterà i Giochi.

A così poco tempo di distanza dall’apertura della rassegna olimpica, occorre già avere una forma più che soddisfacente, ma quello che regala Johnson a tecnici, giornalisti e spettatori è qualcosa che va al di là di ogni aspettativa, facendo sua la vittoria sui 400 il 19 giugno con irrisoria facilità coprendo il giro di pista in 43″44 e lasciando a debita distanza “l’odiato” Reynolds, ma, soprattutto, togliendo a Mennea, quattro giorni dopo, il record mondiale sui 200 metri, corsi in un fantastico 19″66 mai prima di allora cronometrato a livello del mare.

Ora che ha il biglietto in tasca per i Giochi, Johnson deve solo oliare i meccanismi in vista dell’appuntamento olimpico che, come da nuovo programma, di cui beneficia in campo femminile anche la francese Marie-José Perec, vede disputarsi batterie, quarti, semifinali e finale in quattro giorni consecutivi dal 26 al 29 luglio 1996 lasciando poi un giorno di riposo prima delle batterie dei 200.

Dopo la passeggiata in batteria, Johnson realizza il miglior tempo dei quarti in 44″62 davanti ai connazionali Reynolds (44″72) ed Harrison (44″79), a loro volta vincitori delle rispettive serie, ma le semifinali riservano una clamorosa sorpresa, in quanto, mentre Johnson si aggiudica la seconda serie in 44″59, la prima registra l’eliminazione causa infortunio proprio di Reynolds, con la vittoria che arride in 44″69 al britannico Roger Black, che si candida come più accreditato avversario dell’americano.

Ed, in effetti, Black fa del suo meglio, migliorandosi sino a 44″41, ma non potendo far altro che assistere alla superba prestazione di Johnson che in 43″49 migliora di 1/100 il record stabilito da Quincy Watts quattro anni prima a Barcellona e può ora dedicarsi alla eterna sfida con Fredericks sui 200 metri, avversario molto più ostico di quelli che hanno cercato di impensierirlo sul giro di pista, considerato altresì che sono anche della partita il connazionale Mike Marsh, oro a Barcellona e secondo ai “Trials” in 19″86, ed il caraibico Ato Boldon, già bronzo sui 100 metri dietro al canadese Donovan Bailey ed al solito Fredericks.

Nei primi due turni, tutti i migliori vincono le rispettive batterie, con Boldon a registrare il miglior tempo di 20″25, ma è dalle semifinali che si inizia a far sul serio e, mentre Johnson passeggia nella prima, conclusa in 20″27, la seconda vede schierati ai blocchi di partenza Fredericks, Boldon e Marsh, una specie di “sfida tra i secondi“, che però Fredericks domina in un 19″98 che lo fa ritenere qualcosa di più di un semplice outsider in vista della finale programmata l’1 agosto.

Il tardo pomeriggio, alle ore 20,00, Johnson si presenta ai blocchi di partenza sorteggiato in terza corsia, un indubbio vantaggio avendo come punti di riferimento Fredericks in quinta e Boldon in sesta, ed allo sparo dello starter si mette immediatamente in moto, mulinando vortcosamente gli arti inferiori con quel suo busto eretto ed uscendo dalla curva già in vantaggio su Fredericks e Boldon che, a loro volta si staccano dal resto del lotto, andando progressivamente ad incrementare il distacco sino a tagliare il traguardo in un sensazionale 19″32 che straccia il suo precedente recente limite, con il “povero” Fredericks che colleziona il suo quarto argento olimpico consecutivo, nonostante copra la distanza in 19″68 relegando Boldon al bronzo in un sia pur eccellente 19″80.

Il tempo di Johnson è talmente spaventoso – lui stesso aveva dichiarato, dopo l’impresa dei “Trials“, di sentirsi in grado di scendere a 19″50 ma mai avrebbe immaginato un riscontro simile – che induce gli addetti ai lavori a sezionarlo per valutarne la progressione, dal che emerge che ha coperto i primi 100 metri in 10″12 ed i secondi in 9″20 (!!!) e, addirittura, aver corso in 8″76 (!!”) la distanza tra i 50 ed i 150 metri.

Unico neo, se così si può dire, il risentimento agli adduttori che Johnson si provoca nell’esultanza successiva ad aver realizzato quanto di stratosferico aveva compiuto, con ciò impedendogli di partecipare alla staffetta 4×400, ma poco male, visto che in futuro, sino a Sydney 2000, si concentra esclusivamente sul giro di pista, alla ricerca di quel record mondiale che riesce a strappare a Reynolds proprio in occasione dei Mondiali di Siviglia 1999 correndo in 43″18, un record che ha resistito sino alle recenti Olimpiadi di Rio de Janeiro, mentre vita più breve ha avuto il primato sui 200 a causa dell’avvento sulle scene internazionali di Sua Maestà Usain Bolt, del quale si può tranquillamente asserire come Johnson sia stato il legittimo antesignano, avendone precorso i tempi.

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